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mercoledì 25 ottobre 2017

PEOPLE_Peter Lindbergh



Celebre per le sue memorabili immagini cinematografiche, Peter Lindbergh è riconosciuto come uno dei più influenti fotografi contemporanei. Nato a Lissa (Germania) nel 1944, ha trascorso l'infanzia a Duisburg (Renania Settentrionale-Vestfalia). Ha lavorato come vetrinista per un grande magazzino e si è iscritto all'Accademia di Belle Arti di Berlino all'inizio degli anni 60. Ricorda così quegli anni: "Preferivo seguire le orme di Van Gogh, il mio idolo, piuttosto che dipingere i classici ritratti e i paesaggi che ci insegnavano a scuola...". Ispirato dal lavoro del grande pittore olandese, si trasferisce ad Arles per circa un anno, per poi partire in autostop alla volta di Spagna e Nord Africa. Più tardi studia pittura libera alla Scuola d'Arte di Krefeld. Influenzato da Joseph Kosuth e dal Movimento Concettuale, ancora prima di diplomarsi viene invitato a esporre alla galleria avanguardista di Denise René e Hans Mayer nel 1969. Si trasferisce a Düsseldorf nel 1971, comincia a dedicarsi alla fotografia e lavora per due anni come assistente del fotografo tedesco Hans Lux, per poi aprire il suo studio nel 1973. Una volta raggiunta la fama in patria, entra a far parte della grande famiglia di collaboratori della rivista Stern, come altri fotografi leggendari tra cui Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer e si trasferisce a Parigi nel 1978 per seguire nuovi percorsi di carriera. Ritenuto un pioniere della fotografia, introduce una forma di nuovo realismo che ridefinisce i canoni della bellezza, da lui immortalati in immagini senza tempo. L’approccio umanista e il concetto idealizzato di donna diventano caratteri distintivi del suo lavoro, con una particolare enfasi sull'anima e sulla personalità. La sua visione unica presenta i soggetti in uno stato di purezza, "in tutta onestà", lasciando da parte qualsiasi stereotipo a favore di volti quasi totalmente privi di trucco, spogliati in modo tale da esaltare l'autenticità e la bellezza naturale delle donne che fotografa. Offre una nuova interpretazione della donna post-anni 80 senza prestare particolare attenzione all'abbigliamento, convinto che "Solo dopo aver eliminato la moda e l'artificio, si riesce finalmente a vedere la persona". La giornalista britannica Suzy Menkes afferma che "il rifiuto di piegarsi alla perfezione della copertina patinata è il marchio di fabbrica di Peter Lindbergh, l'essenza di immagini che scrutano l'anima più vera del soggetto, che si tratti di un personaggio più o meno famigliare o famoso." Lindbergh è stato il primo fotografo a inserire la dimensione narrativa nelle serie fotografiche e questa forma di story-telling ha aperto le porte a una nuova concezione della fotografia d'arte e di moda. Nell'arco degli anni ha creato immagini che hanno segnato la storia della fotografia, caratterizzate da un approccio minimalista alla fotografia post-modernista. Nel 1988, quando ha ormai conquistato la fama in ambito internazionale, lancia una nuova generazione di modelle da lui scoperte di recente, che ritrae vestite soltanto di camicie bianche. L'anno successivo fotografa per la prima volta insieme Linda Evangelista, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington e Tatjana Patitz, all'epoca giovani modelle, per la leggendaria copertina di gennaio 1990 di Vogue UK. Il cantante pop George Michael, che ha lanciato il "movimento delle Supermodelle", seguito a ruota da Gianni Versace, si è ispirato proprio alle fotografie di Lindbergh apparse su Vogue per il leggendario video di "Freedom '90", che ha sancito l'inizio dell'era delle modelle-star e ha ridefinito l'immagine della donna moderna. Nel numero di maggio 2016 della prestigiosa rivista Art Forum, Lindbergh dichiara in un'intervista con la giornalista Isabel Flower: "Un fotografo di moda dovrebbe contribuire a definire l'immagine della donna e dell'uomo contemporaneo nella loro epoca, riflettendo una particolare realtà sociale e umana. Quanto è surreale invece l'attuale approccio commerciale che punta a ritoccare e cancellare qualsiasi traccia di vita ed esperienza, perfino la verità più intima del volto stesso?" Celebre per le sue serie fotografiche narrative, Lindbergh è conosciuto soprattutto per i ritratti essenziali e rivelatori, le nature morte, le forti influenze del cinema tedesco degli inizi e il contesto industriale della sua infanzia, la danza e il cabaret, ma anche per i paesaggi e lo spazio. A partire dalla fine degli anni 70 Lindbergh ha lavorato con le più famose case e riviste di moda, tra cui varie edizioni internazionali di Vogue, The New Yorker, Rolling Stone, Vanity Fair, Harper's Bazaar US, Wall Street Journal Magazine, Visionaire, Interview e W. Nel 2016 è stato scelto per la terza volta, un vero e proprio record, per realizzare l'edizione 2017 del Calendario Pirelli, dopo essere stato il primo a firmarne per ben due volte le immagini nei cinquant'anni di questo iconico calendario, di cui aveva in precedenza realizzato le edizioni 1996 e 2002. Le sue fotografie si trovano nelle collezioni permanenti di molti musei d'arte di tutto il mondo e sono state esposte in prestigiosi musei e gallerie. Oltre all'esposizione A Different Vision on Fashion Photography alla Kunsthal di Rotterdam e ora alla Reggia di Venaria, si ricordano le mostre al Victoria & Albert Museum (Londra), al Centre Pompidou (Parigi), nonché varie personali all'Hamburger Bahnhof (Berlino), al Bunkamura Museum of Art (Tokyo) e al Museo di Belle Arti Pushkin (Mosca). Lindbergh ha diretto numerosi film e documentari che hanno raccolto il successo della critica, tra cui: Models, The Film (1991), Inner Voices (1999) che ha vinto il premio come Migliore Documentario al Festival Internazionale del Film di Toronto (TIFF) in 2000, Pina Bausch, Der Fensterputzer (2001) e Everywhere at Once (2007), con la voce narrante di Jeanne Moreau, presentato al Festival di Cannes e al Tribeca Film Festival. Rappresentato dalla Gagosian Gallery e da 2b Management, vive attualmente tra Parigi, Arles e New York.

mercoledì 4 ottobre 2017

ART & CULTURE_Apre a Parigi il museo dedicato a Yves Saint Laurent



Un omaggio doveroso a uno dei più grandi couturier al mondo. A colui che ha stravolto i codici vestimentari femminili, introducendo capi iconici come la sahariana e lo smoking e attingendo al guardaroba maschile per generare commistioni di genere uniche e inimitabili, divenute dei punti di riferimento dell’espressione stilistica delle donne. A lui, a Monsieur Yves Saint Laurent, Parigi dedica un museo, fortemente voluto e sostenuto da Pierre Bergé, compagno e socio dello stilista recentemente scomparso. Un tributo che, il prossimo 9 ottobre, sarà seguito dall’apertura di un secondo museo a Marrakech, altra città cara al couturier sia dal punto di vista professionale che personale per visioni, ispirazioni, spunti creativi.  
L’allestimento è stato studiato pensando a Yves Saint Laurent, su specifica indicazione di Pierre Bergé. Tutto – arredi, complementi, atmosfera – rimanda allo stilista, alla sua anima, al suo cuore, al suo lavoro. In ogni angolo è possibile respirarne la persona. Ospitato in Avenue Marceau, nel palazzo sede storica dell’atelier, il museo non si limita quindi a esporre le creazioni, ma consente al visitatore di calarsi nel clima che circondava Monsieur Saint Laurent: un clima fatto di commistioni di genere e culture, di ispirazioni provenienti da luoghi lontani, di visioni che spaziavano nel tempo e nei luoghi, spingendo la moda aldilà della semplice apparenza fino al punto di rilevarne l’essenza autentica.
Tutto ciò incornicia una collezione senza eguali nell’haute couture, maestosa e stupefacente: cinquemila abiti di alta moda, quindicimila accessori, un’infinità di schizzi, fotografie, schede tecniche e oggetti vari che vanno dal 1961 al 2002.
Un viaggio nel mondo di Yves Saint Laurent, che ne ripercorre la carriera, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza unica, emozionante e immersiva. Per estimatori ma non solo: perché visitare questo museo è un po’ come calarsi negli anni in cui il couturier ha lavorato, vivendone le peculiarità, le tendenze, le evoluzioni. Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista culturale e personale e consente di andare oltre il significato esplicito delle cose, indagandone la natura più nascosta e arrivando al cuore. Un cuore che continua a battere ancora oggi nel momento in cui si parla di Yves Saint Laurent.


Musée Yves Saint Laurent 
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/

venerdì 12 maggio 2017

ART & CULTURE_Hermès Dietro le Quinte



Il privilegio di andare dietro le quinte per ammirare l’eccellenza, l’abilità e la dedizione con cui ogni giorno vengono realizzate creazioni incantevoli. Creazioni incantevoli che parlano di eleganza, storia e lusso se si chiamano Hermès. Non si tratta di un sogno né, tantomeno, di un semplice sforzo immaginifico. Tutto ciò si può contemplare in occasione del Festival itinerante “Hermès Dietro le Quinte”, che fino al 17 maggio fa tappa a Milano alla Pelota (via Palermo 10) dopo Seattle, Parigi e Tokyo.
1100 mq ospitano l’eccellenza della maison: 10 mastri artigiani, 10 singoli savoir-faire, che lavorano negli atelier, dando vita a oggetti unici nel loro genere, icone di uno stile di vita che guarda alla bellezza autentica. Un appuntamento imperdibile. Un incontro diretto tra il pubblico e coloro che, partendo da materie grezze, creano un sogno con passione, dedizione e abilità. Sarà possibile vederli all’opera mentre maneggiano i loro attrezzi e parlare con essi, capendo i segreti della loro arte e le tecniche di lavorazione.
Inoltre, grazie alla realtà virtuale di un filmato a 360°, i visitatori potranno scoprire l’eccellenza dei maestri artigiani della cristalleria Saint-Louis, maison fondata nel 1586 e acquisita da Hermès nel 1989.
A corollario, un’aula-cinema a disposizione dei visitatori interessati ad approfondire il tema dell’artigianato con la visione del documentario  “Les Mains d’Hermès”.
Un appuntamento che celebra l’artigianato nella sua vocazione autentica e consente al pubblico di capirne l’effettivo significato. Un viaggio nel tempo e nello spazio sulle note di uno stile e un’eleganza senza eguali, che ha reso semplici oggetti vere e proprie icone, portatrici di valori e significati. Un’esperienza emozionale che pone al centro dell’attenzione il lusso firmato Hermès: un lusso che sa di storia, arte e cultura; che affonda nell’autenticità il valore della sua anima.

Hermès Dietro le Quinte
La Pelota Via Palermo, 10 Milano
Fino al 17 maggio
Ingresso libero h. 11.00 – 19.00 

mercoledì 15 marzo 2017

BOOK_Come mi vesto oggi?



La raffinata ed elegante Ines de la Fressange torna in libreria con la nuova e tanto attesa pubblicazione “Come mi vesto oggi? Il look-book della Parigina”, realizzata in collaborazione con Sophie Gachet.
Una guida per tutte coloro che vedono nei consigli di Ines il miglior alleato della donna contemporanea. In banca, al lavoro, a cena con l'ex, o semplicemente per stare bene con se stesse: ma sempre e comunque a proprio agio con garbo e raffinatezza. Il segreto? Il fatto di poter contare su un guardaroba strutturato sulla base di pochi capi base, da reinventare e reinterpretare con occhi sempre nuovi. In tal modo, Ines riesce a creare 50 favolosi look per 50 occasioni.
Pertanto, è sufficiente possedere pochi ma irrinunciabili "ingredienti" e seguire le "ricette", i consigli su come trasgredirle e adattarle meglio a noi. Un cilindro magico, quello di Ines e della giornalista Sophie Gachet, dal quale estrarre idee nuove e originali, strizzando l’occhio allo stile.
Come mi vesto oggi? Il look-book della Parigina conserva l’ironia a cui l'autrice ha abituato con la sua scrittura. In più questa guida, quasi una sorta di calendario perpetuo, risponde a tutte le domande su come essere stilose senza troppa fatica. Per avere classe bastano una camicia bianca e un paio di pantaloni neri…e la classe della Parigina, ça va sans dire.
Ines de Seignard de la Fressange è nata l'11 agosto 1957 da una delle più antiche famiglie aristocratiche francesi. All'età di 17 anni intraprende la carriera di modella e rapidamente rientra nella categoria delle indossatrici più talentuose e celebri al mondo, sfilando sulle passerelle internazionali per conto di grandi firme come Christian Dior, Jean-Paul Gaultier e Christian Lacroix, fino a diventare nel 1983, grazie a Karl Lagerfeld, musa e ambasciatrice della maison Chanel. Oggi, oltre che modella, Ines de la Fressange è donna d'affari, direttore artistico di una maison propria, testimonial per importanti brand come Roger Vivier e L'Oréal, giornalista e scrittrice.

Come mi vesto oggi?
Il look book della Parigina

Ines de la Fressange e Sophie Gachet

L’ippocampo Edizioni
160 pagine, 150 ill, 17,5 x 26 cm,
€ 25,00

mercoledì 15 febbraio 2017

ABOUT_Via Montenapoleone



Dici Milano e pensi al Duomo, al Castello Sforzesco, al Cenacolo Vinciano, alla Basilica di Sant’Ambrogio, al fascinoso quartiere di Brera con la sua Accademia. Inevitabilmente però, il pensiero corre anche allo shopping e al famoso “Quadrilatero”, mecca degli acquisti di lusso, crocevia delle più prestigiose firme internazionali, andirivieni di mode e stili: una tappa obbligata per chiunque decida di farsi un “bagno” di tendenze, comprando capi must piuttosto che le ultime novità viste in passerella o sulle riviste patinate. Una zona universalmente nota, che si dirama in celeberrime vie quali Spiga, Gesù, Borgospesso, Sant’Andrea, Santo Spirito. Al centro, a fare da spina dorsale, lei: Via Montenapoleone. Una strada che nel suo percorso – come raccontano Guido Lopez e Silvestro Severgnini nel volume Milano in mano (Mursia) – “percorre il fosso, tuttora esistente nel sottosuolo, che circondava le mura romane e di queste rimane traccia qua e là nelle cantine del lato dispari”. Nel tempo, quello che amabilmente era definito il “salotto di Milano” si è trasformato nel vortice della moda, assumendo spesso le caratteristiche di una passerella a cielo aperto, dove fare sfoggio di scarpe, borse, tailleur, cachemire, completi da uomo, gioielli, orologi. A contestualizzare il tutto, qualche automobile – di lusso, ça va sans dire – disseminata qua e là. Via Montenapoleone è stata protagonista di un significativo mutamento, concomitante con lo sviluppo del made in Italy e, in particolare a Milano, del prêt-à-porter: due fenomeni che hanno eletto a proprio proscenio la strada in questione e le arterie limitrofe, per tutta una serie di considerazioni d’immagine e d’esclusività che è inutile citare o illustrare ora…basta infatti farsi un giro per il Quadrilatero per capire immediatamente le motivazioni che hanno spinto a scegliere questa zona. E per un’evoluzione che avviene, necessariamente se ne verifica un’altra: se Montenapoleone diviene il fulcro della vita modaiola, la Galleria Vittorio Emanuele, fino agli anni ’70 asse centrale del passeggio, perde la sua naturale vocazione di ritrovo cittadino. Modifiche nei comportamenti urbani da cui ne sono scaturite altrettante nelle abitudini dei cittadini e in generale di Milano, con tanto di note malinconiche da parte di molti bon vivants nonché memorialisti dell’epoca come lo scrittore Raffaele Calzini, che nel 1950 scriveva: “Era ancora, attorno al 1920, una pacifica e signorile via che raccoglieva come un maggior fiume gli affluenti solitari e aristocratici di via Borgospesso, di via Santo Spirito, di via Gesù, di via Sant’Andrea. Per un fenomeno urbanistico imponderabile, dapprima timidamente, poi con maggior coraggio, infine con spavalderia e tra poco con sfacciataggine, Montenapoleone si mise in gara con altre eleganti vie italiane: con la fiorentina via Tornabuoni, la romana via Condotti, la palermitana Quattro Cinti, la napoletana via Chiaia”. Parole che suonano quanto mai attuali, da un lato nel mostrare il modo in cui il prestigio della via sia divenuto sempre più ostentato, dall’altro come sia entrata di diritto nel firmamento della mappa dello shopping internazionale, rubando la scena oltre alle appena citate vie italiane anche alle internazionali Bond Street (New e Old), Sloane Street, Avenue Montaigne, Faubourg Saint-Honoré, la 5th Avenue. Un tracciato immaginifico e magnifico del consumismo dal retrogusto modaiolo.
Ma tornando alla nostra Milano, celeberrime sono state le tappe del mutamento di Montenapoleone documentate anche giornalisticamente: negli anni ’70 e ’80, la drogheria Parini – una sorta di Fauchon milanese nel campo delle spezie e delle salse, ha lasciato il posto a Valentino e il fruttivendolo Moretti con le sue primizie a prezzi da carato alle calze Fogal. Versace ha poi spodestato Ricordi, mentre il Salumaio – un’istituzione gastronomica di Montenapoleone – ha traslocato all’interno di un cortile per far posto all’insegna di Corneliani. Una metamorfosi per così dire però preannunciata. A ben vedere, infatti, già negli anni ’20, Bottega di Poesia, una libreria-galleria d’arte fondata da Enrico Somaré, Emanuele Castelbarco e Walter Toscanini, era stata costretta a chiudere alla volta dell’insediamento di Marco, un negozio di stoffe. Un segno del destino? Sicuramente la naturale inclinazione di Montenapoleone nel ritagliarsi un ruolo da protagonista nello scenario della moda e, ancor più, delle abitudini di consumo internazionali. Un mutamento seguito per linee interne, che ha affinato il prestigio e l’esclusività della Via, traino dell’intera zona attigua, proiettandola nella piena notorietà mondiale. Con l’assunzione di tutto il carico valoriale annesso e buona pace delle altrettanto eleganti strade milanesi. Un destino segnato ma sicuramente un’attitudine specifica di Montenapoleone nel divenire asse strategico dell’universo di stile, tanto da dar vita nel tempo a un’Associazione destinata – l’Associazione della Via Montenapoleone – che ne tutela l’immagine, coordinando le azioni dei singoli attori coinvolti e promuovendo interventi sinergici e mirati, volti ad avvalorarne lo spirito prestigioso. 

giovedì 9 febbraio 2017

PEOPLE_Manolo Blahnik



Manolo Blahnik e le contaminazioni artistiche… Nel 1965 vuole dedicarsi all’arte tout court e va a Parigi; nel 1969 vuole diventare scenografo come Cecil Beaton e lo segue a Londra; ma solo nel 1970 – l’anno della svolta – trova la sua strada come creatore di calzature, complice lo zampino di Diana Vreeland, il mitico direttore di Vogue USA.
Nato nel 1942 a Santa Cruz de la Palma, isola delle Canarie, da madre spagnola e padre cecoslovacco, Manolo Blahnik si presenta alla Vreeland a New York per mostrarle i suoi bozzetti teatrali, ma lei apprezza in particolar modo uno schizzo di scarpe, tanto da suggerirgli di proseguire per quella strada.
Blahnik si avvicina così al mondo della produzione calzaturiera, visitando artigiani e studiando i macchinari dell’industria manifatturiera in modo da impararne tecniche e segreti. Correva l’anno 1971 e già iniziava a produrre calzature a Londra dove l’anno successivo il noto stilista Ossie Clark userà le sue creazioni per alcune collezioni. Nel 1973 apre il suo primo negozio a Chelsea, continuando, al contempo, a disegnare per altri stilisti come Jean Muir e Zandra Rhodes. Nel 1977 le sue creazioni vengono vendute dai grandi magazzini Bloomingdales, mentre nel 1979 viene aperta la prima boutique monomarca in Madison Avenue.
Dagli anni ’80 in poi, molte e prestigiose sono le collaborazioni fra lo stilista e alcuni grandi nomi del fashion system: dagli stilisti inglesi, come Rifat Ozbek, agli americani Calvin Klein, Isaac Mizrahi, Bill Blass, Carolina Herrera e Oscar de la Renta.
Tra le caratteristiche vincenti di Manolo Blahnik, vi è sicuramente l’aspetto di essere al contempo artigiano e artista della calzatura, dimostrando una raffinata sensibilità per la moda: le sue creazioni, veri e propri esercizi di stile e precisione, nascono dalla passione per il lavoro manuale e dall’estrema attenzione per l’equilibrio d’insieme.
La sua vena creativa s’ispira a fonti diverse: per esempio, all’architettura, evidente in modelli come Guge del 1976-1977 che rimanda all’opera di Frank Lloyd Wright. Allo stesso modo, anche i materiali utilizzati esplorano mondi differenti, come l’universo tecnologico dei sandali Avion (1982), estremamente stilizzati e leggeri grazie all’impiego dell’alluminio. Con John Galliano nel 1997, in occasione della prima collezione disegnata da quest’ultimo per Dior, Manolo Blahnik crea i sandali Masai, decorati come vuole la tradizione africana con un intreccio di fili di perline che fasciano la gamba fino al polpaccio.
Oltre ai numerosi riconoscimenti conferitigli negli anni, nel 2003 il Design Museum di Londra gli dedica una grande esposizione-tributo del suo lavoro trentennale: un evento che coincide con la pubblicazione del libro Drawings, una raccolta di bozzetti delle calzature più famose. Seguiranno altre pubblicazioni, tra le quali, nel 2005, Blahnik by Boman, un libro fotografico con un’introduzione a firma dell’amica Paloma Picasso.
La fama planetaria arriva però grazie al serial tv Sex and the City, complice una Carrie Bradshaw (alias Sarah Jessica Parker) innamorata pazza di questi piccoli gioielli, che non perde occasione per sfoggiarli fiera e orgogliosa così come di citarli: le “Manolos” diventano negli anni Zero un autentico fenomeno di costume, icona pop delle donne metropolitane.
Il successo di Manolo Blahnik viene ulteriormente validato nel 2005, quando disegna le calzature per il film Marie Antoinette diretto da Sofia Coppola, un cult del cinema storico in costume.

Ma è nel 2007 che, forse, arriva il riconoscimento più alto, ossia il titolo di membro onorario dell’Ordine dell’Impero Britannico, conferito dalla Regina Elisabetta. Si tratta di un ordine di cavalleria istituito da Re Giorgio nel 1917 per premiare coloro che hanno dato prestigio al Regno Unito in diversi ambiti.

lunedì 12 dicembre 2016

PEOPLE_Christian Louboutin


Materiali inediti – tra i quali, per esempio, la corteccia di palma per uno spettacolo a Pigalle - e tacchi scultura sono i tratti distintivi dell’estro calzaturiero di Christian Louboutin, creatore e artigiano insieme.  Lo stilista di scarpe dalle celebri suole rosso scarlatto. Una vocazione innata per il senso del bello, tradotta in linee e forme quintessenza di una trasgressiva femminilità, raffinata e conturbante al tempo stesso, elegante ma languida quel tanto che basta per innalzare le sue creazioni a oracolo del desiderio.
Nato a Parigi nel 1964, sin dalla tenera età sviluppa una sensibilità particolare per l’universo femminile crescendo attorniato dalle sue donne: la madre e le tre sorelle. Uno scenario che gli fa conoscere gli aspetti più segreti del magico mondo femmineo: ne diventa amico e complice, comprendendone le logiche e i linguaggi, messaggi subliminali per capirne le effettive esigenze e rispondervi con irresistibili tentazioni. Un’inclinazione naturale, quindi, sviluppata in famiglia e avvalorata dalla fascinazione subita in età giovanile dalla vita notturna dei nightclub. Le showgirl e il loro luccichio abbagliante gli ispirano le note più glamour di quelle che saranno le sue creazioni: a 16 anni i suoi disegni sono acquistati da una rinomata scuola di danza. Segue l’esperienza professionale, intrapresa con un primo praticantato al Folies Bergères e consolidata nella bottega di Charles Jordan in Romans. Lavora in seguito con Maud Frizon e con Chanel fino alla lunga e significativa collaborazione con Roger Vivier. Una tappa importante, questa con Vivier, perché segna inevitabilmente il futuro di Louboutin: trovando un paio di scarpe indossate all’incoronazione dello Scià Iraniano Mohamed Reza Pahlavi e delle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich, comprende il suo destino, ossia disegnare veri e propri gioielli per piedi di dive e divine. Da qui in poi per la sua creatività visionaria e lungimirante non vi è più limite. Nel 1991 realizza e firma la sua prima collezione; l’anno successivo segue l’apertura del negozio di rue Jacques Rousseau nella Ville Lumière che annovera tra le clienti personaggi del calibro di Caroline di Monaco, Madonna, Nicole Kidman, Cher, Carolyn Bessette-Kennedy.  Le sue scarpe divengono per donne e celebrità sinonimo di sensualità e bellezza insieme; viene notato dal fashion system italiano e inizia a collaborare con gli stilisti più importanti: Chloé, Lanvin, Roland Mouret, Diane Von Furstenberg, Alexander McQueen, Viktor & Rolf. Per anni firma le fantasmagoriche calzature di Jean Paul Gaultier.
Nel 1998 vince il Fashion Footwear Association of New York Award, trofeo dell’anno per il miglior stilista di calzature e negli ultimi anni lancia la sua linea di borse abbinabili alle scarpe, caratterizzata da uno stile inconfondibile.
Inneggiando alla creatività più pura – “Con queste scarpe non si può pensare né di camminare, né tantomeno di correre, sono state realizzate per stare sdraiate”, questo il suo motto -, cavalca un ventennio celebrato proprio nel 2012 con una capsule collection di 20 modelli di scarpe e borse, l’inaugurazione della prima boutique online rivolta al mercato europeo, un libro edito da Rizzoli e un’interessante mostra al Design Museum di Londra. Ma non è tutto. Attratto dall’universo femminile in tutte le sue sfaccettature, a maggio del 2012 annuncia il lancio di una collaborazione con Batallure Beauty per la linea di cosmetici Christian Louboutin Beauté.
Qualche curiosità di Monsieur Louboutin: fonte di grande ispirazione sono l’amore per il giardinaggio e la passione per l’oriente; la suola rossa – “provocatrice d’invidie” – è stata al centro di una causa legale, con lo scopo di rivendicare la celebre nuance cromatica come patrimonio esclusivo della Maison; le sue creazioni sono state calzate - e lo sono tuttora - da schiere di celebrities, da Catherine Deneuve a Angelina Jolie, da Madonna a Victoria Beckham, passando per Sarah Jessica Parker, Blake Lively e Lady Gaga; grande amico della regina del burlesque, Dita Von Teese, ne personalizza le scarpe di ogni show; nel 2007 è stato impegnato nella mostra fotografica a tema fetish di David Lynch presso la Galerie du Passage di Parigi e per la cui realizzazione lo stesso regista ne ha richiesto espressamente la collaborazione: da qui la creazione da parte del genio dello stiletto delle fetish ballet heels, dal tacco vertiginoso a dir poco e dall’immancabile suola rossa, ça va sans dire; nel 2010 ha dedicato una sua calzatura, chiamata “Blake”, all’attrice e grande estimatrice del marchio, Blake Lively.

Insomma, Louboutin: un nome, una garanzia. Garanzia di femminilità e stile, trasgressione ed eleganza, intrigo e raffinatezza. Per osare in punta di tacco senza sussurri, ma esaltando le note più glamour di aspetti così forti, innata dotazione dell’universo femmineo.