Celebre per
le sue memorabili immagini cinematografiche, Peter Lindbergh è riconosciuto
come uno dei più
influenti fotografi contemporanei. Nato a Lissa (Germania) nel 1944, ha
trascorso l'infanzia
a Duisburg (Renania Settentrionale-Vestfalia). Ha lavorato come vetrinista per
un grande magazzino e
si è iscritto all'Accademia di Belle Arti di Berlino all'inizio degli anni 60. Ricorda
così quegli anni: "Preferivo seguire le orme di Van
Gogh, il mio idolo, piuttosto che dipingere i
classici ritratti e i paesaggi che ci insegnavano a scuola...". Ispirato
dal lavoro del grande pittore olandese, si trasferisce ad Arles per circa un
anno, per poi partire in
autostop alla volta di Spagna e Nord Africa. Più tardi studia pittura libera
alla Scuola d'Arte di Krefeld.
Influenzato da Joseph Kosuth e dal Movimento Concettuale, ancora prima di
diplomarsi viene
invitato a esporre alla galleria avanguardista di Denise René e Hans Mayer nel
1969. Si
trasferisce a Düsseldorf nel 1971, comincia a dedicarsi alla fotografia e
lavora per due anni come assistente
del fotografo tedesco Hans Lux, per poi aprire il suo studio nel 1973. Una
volta raggiunta la fama in
patria, entra a far parte della grande famiglia di collaboratori della rivista Stern, come altri
fotografi leggendari tra cui Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer e si
trasferisce a Parigi nel 1978 per seguire nuovi percorsi di
carriera. Ritenuto un pioniere della fotografia, introduce una forma di nuovo
realismo che ridefinisce i canoni della bellezza, da lui immortalati in immagini senza tempo.
L’approccio umanista e il concetto idealizzato di donna diventano caratteri distintivi del suo lavoro,
con una particolare enfasi sull'anima e sulla personalità. La sua visione unica presenta i soggetti in uno stato di purezza, "in
tutta onestà", lasciando da
parte qualsiasi stereotipo a favore di volti quasi totalmente privi di
trucco, spogliati in modo tale da esaltare l'autenticità e la bellezza naturale delle donne che fotografa.
Offre una nuova interpretazione della donna post-anni 80 senza prestare particolare
attenzione all'abbigliamento, convinto che "Solo dopo aver eliminato la moda
e l'artificio, si riesce finalmente a vedere la persona". La giornalista britannica Suzy Menkes afferma che "il
rifiuto di piegarsi alla perfezione della copertina
patinata è il marchio di fabbrica di Peter Lindbergh, l'essenza di immagini che
scrutano l'anima
più vera del soggetto, che si tratti di un personaggio più o meno famigliare o famoso." Lindbergh è stato il primo fotografo a inserire la dimensione
narrativa nelle serie fotografiche e questa forma di story-telling ha aperto le porte a una nuova
concezione della fotografia d'arte e di moda. Nell'arco degli anni ha creato immagini che hanno segnato la
storia della fotografia, caratterizzate da un approccio minimalista alla fotografia
post-modernista. Nel 1988, quando ha ormai conquistato la fama in ambito internazionale, lancia una nuova
generazione di modelle da lui scoperte di recente, che ritrae vestite soltanto di camicie bianche. L'anno successivo fotografa per la prima volta insieme Linda
Evangelista, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington e Tatjana Patitz, all'epoca giovani
modelle, per la leggendaria copertina di gennaio
1990 di Vogue UK. Il cantante pop George Michael, che ha lanciato il "movimento
delle Supermodelle", seguito a ruota da Gianni Versace, si è ispirato proprio alle fotografie di Lindbergh
apparse su Vogue per il leggendario video di "Freedom '90", che ha sancito l'inizio
dell'era delle modelle-star e ha ridefinito l'immagine della donna moderna. Nel numero di maggio 2016 della prestigiosa rivista Art Forum,
Lindbergh dichiara in un'intervista con la giornalista Isabel Flower: "Un fotografo di
moda dovrebbe contribuire a definire l'immagine della
donna e dell'uomo contemporaneo nella loro epoca, riflettendo una particolare
realtà sociale e umana.
Quanto è surreale invece l'attuale approccio commerciale che punta a ritoccare
e cancellare qualsiasi
traccia di vita ed esperienza, perfino la verità più intima del volto
stesso?" Celebre per le sue serie fotografiche narrative, Lindbergh è
conosciuto soprattutto per i ritratti essenziali e rivelatori, le nature morte, le forti influenze del
cinema tedesco degli inizi e il contesto industriale della sua infanzia, la danza e il cabaret, ma anche per i
paesaggi e lo spazio. A partire dalla fine degli anni 70 Lindbergh ha lavorato con le più famose case
e riviste di moda, tra cui varie edizioni internazionali di Vogue, The New Yorker, Rolling Stone,
Vanity Fair, Harper's Bazaar US, Wall
Street Journal Magazine, Visionaire, Interview e W. Nel 2016 è stato
scelto per la terza volta, un vero e proprio record, per realizzare l'edizione 2017 del
Calendario Pirelli, dopo essere stato il primo a firmarne per ben due volte le immagini nei cinquant'anni di
questo iconico calendario, di cui aveva in precedenza realizzato le edizioni 1996 e 2002. Le sue
fotografie si trovano nelle collezioni permanenti di molti musei d'arte di tutto il mondo e sono
state esposte in prestigiosi musei e
gallerie. Oltre all'esposizione A Different Vision on Fashion
Photography alla Kunsthal di Rotterdam e ora alla Reggia di Venaria, si ricordano le mostre al Victoria & Albert Museum (Londra), al
Centre Pompidou (Parigi), nonché varie personali all'Hamburger Bahnhof (Berlino), al Bunkamura Museum
of Art (Tokyo) e al Museo di Belle Arti Pushkin (Mosca). Lindbergh ha diretto numerosi film e documentari che hanno raccolto il
successo della critica, tra cui: Models, The Film (1991), Inner
Voices (1999) che ha vinto il premio come
Migliore Documentario al Festival Internazionale del Film di Toronto (TIFF) in
2000, Pina Bausch, Der Fensterputzer
(2001) e Everywhere
at Once (2007), con la voce narrante di Jeanne
Moreau, presentato al Festival di Cannes e al Tribeca Film Festival. Rappresentato
dalla Gagosian Gallery e da 2b Management, vive attualmente tra Parigi, Arles e New
York.
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mercoledì 25 ottobre 2017
PEOPLE_Peter Lindbergh
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mercoledì 4 ottobre 2017
ART & CULTURE_Apre a Parigi il museo dedicato a Yves Saint Laurent
Un omaggio doveroso a uno dei più
grandi couturier al mondo. A colui che ha stravolto i codici vestimentari
femminili, introducendo capi iconici come la sahariana e lo smoking e
attingendo al guardaroba maschile per generare commistioni di genere uniche e
inimitabili, divenute dei punti di riferimento dell’espressione stilistica
delle donne. A lui, a Monsieur Yves Saint Laurent, Parigi dedica un museo,
fortemente voluto e sostenuto da Pierre Bergé, compagno e socio dello stilista
recentemente scomparso. Un tributo che, il prossimo 9 ottobre, sarà seguito
dall’apertura di un secondo museo a Marrakech, altra città cara al couturier
sia dal punto di vista professionale che personale per visioni, ispirazioni,
spunti creativi.
L’allestimento è stato studiato
pensando a Yves Saint Laurent, su specifica indicazione di Pierre Bergé. Tutto –
arredi, complementi, atmosfera – rimanda allo stilista, alla sua anima, al suo
cuore, al suo lavoro. In ogni angolo è possibile respirarne la persona. Ospitato
in Avenue Marceau, nel palazzo sede storica dell’atelier, il museo non si
limita quindi a esporre le creazioni, ma consente al visitatore di calarsi nel
clima che circondava Monsieur Saint Laurent: un clima fatto di commistioni di
genere e culture, di ispirazioni provenienti da luoghi lontani, di visioni che
spaziavano nel tempo e nei luoghi, spingendo la moda aldilà della semplice
apparenza fino al punto di rilevarne l’essenza autentica.
Tutto ciò incornicia una
collezione senza eguali nell’haute couture, maestosa e stupefacente: cinquemila
abiti di alta moda, quindicimila accessori, un’infinità di schizzi, fotografie,
schede tecniche e oggetti vari che vanno dal 1961 al 2002.
Un viaggio nel mondo di Yves
Saint Laurent, che ne ripercorre la carriera, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza
unica, emozionante e immersiva. Per estimatori ma non solo: perché visitare
questo museo è un po’ come calarsi negli anni in cui il couturier ha lavorato,
vivendone le peculiarità, le tendenze, le evoluzioni. Un’esperienza che
arricchisce dal punto di vista culturale e personale e consente di andare oltre
il significato esplicito delle cose, indagandone la natura più nascosta e
arrivando al cuore. Un cuore che continua a battere ancora oggi nel momento in
cui si parla di Yves Saint Laurent.
Musée Yves Saint Laurent
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/
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venerdì 12 maggio 2017
ART & CULTURE_Hermès Dietro le Quinte
Il privilegio di andare dietro le
quinte per ammirare l’eccellenza, l’abilità e la dedizione con cui ogni giorno
vengono realizzate creazioni incantevoli. Creazioni incantevoli che parlano di
eleganza, storia e lusso se si chiamano Hermès. Non si tratta di un sogno né,
tantomeno, di un semplice sforzo immaginifico. Tutto ciò si può contemplare in
occasione del Festival itinerante “Hermès Dietro le Quinte”, che fino
al 17 maggio fa tappa a Milano alla Pelota (via Palermo 10) dopo Seattle,
Parigi e Tokyo.
1100
mq ospitano l’eccellenza della maison: 10 mastri artigiani, 10 singoli savoir-faire, che lavorano
negli atelier, dando vita a oggetti unici nel loro genere, icone di uno stile
di vita che guarda alla bellezza autentica. Un appuntamento imperdibile. Un incontro
diretto tra il pubblico e coloro che, partendo da materie grezze, creano un
sogno con passione, dedizione e abilità. Sarà possibile vederli all’opera mentre
maneggiano i loro attrezzi e parlare con essi, capendo i segreti della loro
arte e le tecniche di lavorazione.
Inoltre, grazie alla realtà virtuale di
un filmato a 360°, i visitatori potranno scoprire l’eccellenza dei maestri
artigiani della cristalleria Saint-Louis, maison fondata nel 1586 e acquisita
da Hermès nel 1989.
A corollario, un’aula-cinema a
disposizione dei visitatori interessati ad approfondire il tema dell’artigianato
con la visione del documentario “Les
Mains d’Hermès”.
Un appuntamento che celebra
l’artigianato nella sua vocazione autentica e consente al pubblico di capirne
l’effettivo significato. Un viaggio nel tempo e nello spazio sulle note di uno
stile e un’eleganza senza eguali, che ha reso semplici oggetti vere e proprie
icone, portatrici di valori e significati. Un’esperienza emozionale che pone al
centro dell’attenzione il lusso firmato Hermès: un lusso che sa di storia, arte
e cultura; che affonda nell’autenticità il valore della sua anima.
Hermès Dietro le Quinte
La
Pelota Via Palermo, 10 Milano
Fino al
17 maggio
Ingresso
libero h. 11.00 – 19.00
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mercoledì 15 marzo 2017
BOOK_Come mi vesto oggi?
La raffinata ed elegante Ines de
la Fressange torna in libreria con la nuova e tanto attesa pubblicazione “Come
mi vesto oggi? Il look-book della Parigina”, realizzata in
collaborazione con Sophie Gachet.
Una guida per tutte coloro che vedono nei consigli di Ines il miglior
alleato della donna contemporanea. In banca, al lavoro, a cena con l'ex, o semplicemente
per stare bene con se stesse: ma sempre e comunque a proprio agio con garbo e
raffinatezza. Il segreto? Il fatto di poter contare su un guardaroba
strutturato sulla base di pochi capi base, da reinventare e reinterpretare con
occhi sempre nuovi. In tal modo, Ines riesce a creare 50 favolosi look per 50
occasioni.
Pertanto, è sufficiente possedere pochi ma irrinunciabili
"ingredienti" e seguire le "ricette", i consigli su come
trasgredirle e adattarle meglio a noi. Un cilindro magico, quello di Ines e
della giornalista Sophie Gachet, dal quale estrarre idee nuove e originali,
strizzando l’occhio allo stile.
Come mi vesto oggi? Il look-book della Parigina conserva l’ironia
a cui l'autrice ha abituato con la sua scrittura. In più questa guida, quasi
una sorta di calendario perpetuo, risponde a tutte le domande su come essere
stilose senza troppa fatica. Per avere classe bastano una camicia bianca e un
paio di pantaloni neri…e la classe della Parigina, ça va sans dire.
Ines de Seignard de la Fressange è nata l'11 agosto
1957 da una delle più antiche famiglie aristocratiche francesi. All'età di 17
anni intraprende la carriera di modella e rapidamente rientra nella categoria
delle indossatrici più talentuose e celebri al mondo, sfilando sulle passerelle
internazionali per conto di grandi firme come Christian Dior, Jean-Paul
Gaultier e Christian Lacroix, fino a diventare nel 1983, grazie a Karl Lagerfeld,
musa e ambasciatrice della maison Chanel. Oggi, oltre che modella, Ines de la
Fressange è donna d'affari, direttore artistico di una maison propria,
testimonial per importanti brand come Roger Vivier e L'Oréal, giornalista e
scrittrice.
Come mi vesto oggi?
Il
look book della Parigina
Ines de la Fressange e
Sophie Gachet
L’ippocampo Edizioni
160
pagine, 150 ill, 17,5 x 26 cm,
€ 25,00
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mercoledì 15 febbraio 2017
ABOUT_Via Montenapoleone
Dici
Milano
e pensi al Duomo, al Castello Sforzesco, al Cenacolo Vinciano, alla Basilica di
Sant’Ambrogio, al fascinoso quartiere di Brera con la sua Accademia.
Inevitabilmente però, il pensiero corre anche allo shopping e al famoso “Quadrilatero”,
mecca degli acquisti di lusso, crocevia
delle più prestigiose firme internazionali, andirivieni di mode e stili:
una tappa obbligata per chiunque decida di farsi un “bagno” di tendenze,
comprando capi must piuttosto che le
ultime novità viste in passerella o sulle riviste patinate. Una zona
universalmente nota, che si dirama in celeberrime vie quali Spiga, Gesù,
Borgospesso, Sant’Andrea, Santo Spirito. Al centro, a fare da spina dorsale,
lei: Via
Montenapoleone. Una strada che nel suo percorso – come raccontano Guido Lopez e Silvestro Severgnini nel volume Milano
in mano (Mursia) – “percorre il
fosso, tuttora esistente nel sottosuolo, che circondava le mura romane e di
queste rimane traccia qua e là nelle cantine del lato dispari”. Nel tempo,
quello che amabilmente era definito il “salotto
di Milano” si è trasformato nel vortice
della moda, assumendo spesso le caratteristiche di una passerella a cielo
aperto, dove fare sfoggio di scarpe, borse, tailleur, cachemire, completi da
uomo, gioielli, orologi. A contestualizzare il tutto, qualche automobile – di
lusso, ça va sans dire – disseminata
qua e là. Via Montenapoleone è stata
protagonista di un significativo mutamento, concomitante con lo sviluppo del
made in Italy e, in particolare a Milano, del prêt-à-porter: due fenomeni che hanno eletto a proprio proscenio la
strada in questione e le arterie limitrofe, per tutta una serie di considerazioni d’immagine e d’esclusività
che è inutile citare o illustrare ora…basta infatti farsi un giro per il
Quadrilatero per capire immediatamente le motivazioni che hanno spinto a
scegliere questa zona. E per un’evoluzione che avviene, necessariamente se ne
verifica un’altra: se Montenapoleone
diviene il fulcro della vita modaiola, la Galleria Vittorio Emanuele, fino agli
anni ’70 asse centrale del passeggio, perde la sua naturale vocazione di
ritrovo cittadino. Modifiche nei
comportamenti urbani da cui ne sono scaturite altrettante nelle abitudini dei
cittadini e in generale di Milano, con tanto di note malinconiche da parte
di molti bon vivants nonché
memorialisti dell’epoca come lo scrittore Raffaele
Calzini, che nel 1950 scriveva: “Era
ancora, attorno al 1920, una pacifica e signorile via che raccoglieva come un
maggior fiume gli affluenti solitari e aristocratici di via Borgospesso, di via
Santo Spirito, di via Gesù, di via Sant’Andrea. Per un fenomeno urbanistico
imponderabile, dapprima timidamente, poi con maggior coraggio, infine con
spavalderia e tra poco con sfacciataggine, Montenapoleone si mise in gara con
altre eleganti vie italiane: con la fiorentina via Tornabuoni, la romana via
Condotti, la palermitana Quattro Cinti, la napoletana via Chiaia”. Parole
che suonano quanto mai attuali, da un
lato nel mostrare il modo in cui il prestigio della via sia divenuto sempre più
ostentato, dall’altro come sia entrata di diritto nel firmamento della mappa
dello shopping internazionale, rubando la scena oltre alle appena citate vie
italiane anche alle internazionali Bond Street (New e Old), Sloane Street,
Avenue Montaigne, Faubourg Saint-Honoré, la 5th Avenue. Un tracciato
immaginifico e magnifico del consumismo dal retrogusto modaiolo.
Ma tornando alla nostra Milano, celeberrime sono state le tappe del mutamento di Montenapoleone documentate
anche giornalisticamente: negli anni ’70 e ’80, la drogheria Parini – una sorta di Fauchon milanese nel campo delle
spezie e delle salse, ha lasciato il posto a Valentino e il fruttivendolo
Moretti con le sue primizie a prezzi da carato alle calze Fogal. Versace ha poi spodestato Ricordi,
mentre il Salumaio – un’istituzione gastronomica di
Montenapoleone – ha traslocato all’interno di un cortile per far posto
all’insegna di Corneliani. Una
metamorfosi per così dire però preannunciata. A ben vedere, infatti, già negli
anni ’20, Bottega di Poesia, una libreria-galleria d’arte fondata da
Enrico Somaré, Emanuele Castelbarco e Walter Toscanini, era stata costretta a
chiudere alla volta dell’insediamento di Marco, un negozio di stoffe. Un
segno del destino? Sicuramente la naturale inclinazione di Montenapoleone nel
ritagliarsi un ruolo da protagonista
nello scenario della moda e, ancor più, delle abitudini di consumo
internazionali. Un mutamento seguito per linee interne, che ha affinato il
prestigio e l’esclusività della Via, traino dell’intera zona attigua, proiettandola
nella piena notorietà mondiale. Con l’assunzione di tutto il carico valoriale
annesso e buona pace delle altrettanto eleganti strade milanesi. Un destino
segnato ma sicuramente un’attitudine specifica di Montenapoleone nel divenire asse strategico dell’universo di stile,
tanto da dar vita nel tempo a un’Associazione destinata – l’Associazione della Via Montenapoleone – che ne tutela l’immagine,
coordinando le azioni dei singoli attori
coinvolti e promuovendo interventi sinergici e mirati, volti ad avvalorarne lo
spirito prestigioso.
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Valentino
giovedì 9 febbraio 2017
PEOPLE_Manolo Blahnik
Manolo Blahnik
e le contaminazioni artistiche… Nel 1965 vuole dedicarsi all’arte tout court e
va a Parigi; nel 1969 vuole diventare scenografo come Cecil Beaton e lo segue a Londra; ma solo nel 1970 – l’anno della
svolta – trova la sua strada come creatore di calzature, complice lo zampino di
Diana Vreeland, il mitico direttore
di Vogue USA.
Nato
nel 1942 a Santa Cruz de la Palma, isola delle Canarie, da madre spagnola e
padre cecoslovacco, Manolo Blahnik si presenta alla Vreeland a New York per
mostrarle i suoi bozzetti teatrali, ma lei apprezza in particolar modo uno
schizzo di scarpe, tanto da suggerirgli di proseguire per quella strada.
Blahnik si avvicina così al mondo della
produzione calzaturiera, visitando artigiani e studiando i macchinari
dell’industria manifatturiera in modo da impararne tecniche e segreti. Correva l’anno 1971 e già iniziava a
produrre calzature a Londra dove l’anno successivo il noto stilista Ossie Clark userà le sue creazioni per
alcune collezioni. Nel 1973 apre il suo
primo negozio a Chelsea, continuando, al contempo, a disegnare per altri
stilisti come Jean Muir e Zandra Rhodes. Nel
1977 le sue creazioni vengono vendute dai grandi magazzini Bloomingdales,
mentre nel 1979 viene aperta la prima boutique monomarca in Madison Avenue.
Dagli anni ’80 in poi, molte e prestigiose
sono le collaborazioni fra lo stilista e alcuni grandi nomi del fashion system:
dagli stilisti inglesi, come Rifat Ozbek,
agli americani Calvin Klein, Isaac
Mizrahi, Bill Blass, Carolina Herrera e Oscar de la Renta.
Tra
le caratteristiche vincenti di Manolo Blahnik, vi è sicuramente l’aspetto di essere al contempo artigiano e artista
della calzatura, dimostrando una raffinata sensibilità per la moda: le sue creazioni, veri e propri esercizi di
stile e precisione, nascono dalla passione per il lavoro manuale e dall’estrema
attenzione per l’equilibrio d’insieme.
La sua vena creativa s’ispira a fonti
diverse: per esempio, all’architettura, evidente in modelli come Guge del
1976-1977 che rimanda all’opera di Frank Lloyd Wright. Allo stesso modo, anche i materiali utilizzati esplorano
mondi differenti, come l’universo tecnologico dei sandali Avion (1982),
estremamente stilizzati e leggeri grazie all’impiego dell’alluminio. Con John Galliano nel 1997, in occasione
della prima collezione disegnata da quest’ultimo per Dior, Manolo Blahnik crea
i sandali Masai, decorati come vuole la tradizione africana con un
intreccio di fili di perline che fasciano la gamba fino al polpaccio.
Oltre ai numerosi riconoscimenti
conferitigli negli anni, nel 2003 il Design Museum di Londra gli dedica una
grande esposizione-tributo del suo lavoro trentennale: un evento che
coincide con la pubblicazione del libro Drawings, una raccolta di bozzetti
delle calzature più famose. Seguiranno altre pubblicazioni, tra le quali, nel
2005,
Blahnik by Boman, un libro fotografico con un’introduzione a firma
dell’amica Paloma Picasso.
La
fama planetaria arriva però grazie al serial tv Sex and the City,
complice una Carrie Bradshaw (alias Sarah Jessica Parker) innamorata pazza di
questi piccoli gioielli, che non perde occasione per sfoggiarli fiera e
orgogliosa così come di citarli: le “Manolos” diventano negli anni Zero
un autentico fenomeno di costume, icona pop delle donne metropolitane.
Il successo di Manolo Blahnik viene
ulteriormente validato nel 2005, quando disegna le calzature per il film Marie
Antoinette diretto da Sofia Coppola, un cult del cinema storico in costume.
Ma è nel 2007 che, forse, arriva il
riconoscimento più alto, ossia il titolo di membro onorario dell’Ordine
dell’Impero Britannico, conferito dalla Regina Elisabetta. Si tratta di un
ordine di cavalleria istituito da Re Giorgio nel 1917 per premiare coloro che
hanno dato prestigio al Regno Unito in diversi ambiti.
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lunedì 12 dicembre 2016
PEOPLE_Christian Louboutin
Materiali inediti – tra i quali, per
esempio, la corteccia di palma per uno spettacolo a Pigalle - e tacchi scultura
sono i tratti distintivi dell’estro calzaturiero di Christian
Louboutin, creatore e artigiano insieme. Lo stilista di scarpe dalle celebri suole rosso scarlatto. Una vocazione
innata per il senso del bello, tradotta in linee e forme quintessenza di una
trasgressiva femminilità, raffinata e conturbante al tempo stesso, elegante ma
languida quel tanto che basta per innalzare le sue creazioni a oracolo del
desiderio.
Nato a Parigi nel 1964, sin dalla tenera
età sviluppa una sensibilità particolare per l’universo femminile crescendo
attorniato dalle sue donne: la madre e le tre sorelle. Uno scenario che gli
fa conoscere gli aspetti più segreti del magico mondo femmineo: ne diventa
amico e complice, comprendendone le logiche e i linguaggi, messaggi subliminali
per capirne le effettive esigenze e rispondervi con irresistibili tentazioni. Un’inclinazione naturale, quindi,
sviluppata in famiglia e avvalorata dalla fascinazione subita in età giovanile
dalla vita notturna dei nightclub. Le showgirl e il loro luccichio
abbagliante gli ispirano le note più glamour di quelle che saranno le sue
creazioni: a 16 anni i suoi disegni sono
acquistati da una rinomata scuola di danza. Segue l’esperienza professionale,
intrapresa con un primo praticantato al Folies
Bergères e consolidata nella bottega di Charles
Jordan in Romans. Lavora in
seguito con Maud Frizon e con Chanel fino alla lunga e significativa
collaborazione con Roger Vivier. Una
tappa importante, questa con Vivier, perché segna inevitabilmente il futuro di
Louboutin: trovando un paio di scarpe indossate all’incoronazione dello Scià
Iraniano Mohamed Reza Pahlavi e delle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich,
comprende il suo destino, ossia disegnare veri e propri gioielli per piedi di
dive e divine. Da qui in poi per la sua creatività visionaria e lungimirante non
vi è più limite. Nel 1991 realizza e
firma la sua prima collezione; l’anno successivo segue l’apertura del negozio
di rue Jacques Rousseau nella Ville Lumière che annovera tra le clienti
personaggi del calibro di Caroline di Monaco, Madonna, Nicole Kidman, Cher,
Carolyn Bessette-Kennedy. Le sue scarpe
divengono per donne e celebrità sinonimo di sensualità e bellezza insieme;
viene notato dal fashion system italiano e inizia a collaborare con gli
stilisti più importanti: Chloé, Lanvin, Roland Mouret, Diane Von Furstenberg,
Alexander McQueen, Viktor & Rolf. Per anni firma le fantasmagoriche calzature
di Jean Paul Gaultier.
Nel 1998 vince il Fashion Footwear Association of New York Award, trofeo dell’anno
per il miglior stilista di calzature e negli ultimi anni lancia la sua linea di
borse abbinabili alle scarpe, caratterizzata da uno stile inconfondibile.
Inneggiando
alla creatività più pura – “Con queste
scarpe non si può pensare né di camminare, né tantomeno di correre, sono state
realizzate per stare sdraiate”, questo il suo motto -, cavalca un ventennio celebrato proprio nel 2012 con una capsule collection di 20 modelli di
scarpe e borse, l’inaugurazione della prima boutique online rivolta al mercato
europeo, un libro edito da Rizzoli e un’interessante mostra al Design Museum di
Londra. Ma non è tutto. Attratto
dall’universo femminile in tutte le sue sfaccettature, a maggio del 2012 annuncia
il lancio di una collaborazione con Batallure Beauty per la linea di cosmetici Christian Louboutin Beauté.
Qualche
curiosità di Monsieur Louboutin: fonte di grande ispirazione sono l’amore per
il giardinaggio e la passione per l’oriente; la suola rossa – “provocatrice
d’invidie” – è stata al centro di una causa legale, con lo scopo di rivendicare
la celebre nuance cromatica come patrimonio esclusivo della Maison; le sue
creazioni sono state calzate - e lo sono tuttora - da schiere di celebrities,
da Catherine Deneuve a Angelina Jolie, da Madonna a Victoria Beckham,
passando per Sarah Jessica Parker, Blake
Lively e Lady Gaga; grande amico
della regina del burlesque, Dita Von
Teese, ne personalizza le scarpe di ogni show; nel 2007 è stato impegnato
nella mostra fotografica a tema fetish
di David Lynch presso la Galerie du Passage di Parigi e per la
cui realizzazione lo stesso regista ne ha richiesto espressamente la
collaborazione: da qui la creazione da parte del genio dello stiletto delle fetish
ballet heels, dal tacco vertiginoso a dir poco e dall’immancabile suola
rossa, ça va sans dire; nel 2010 ha
dedicato una sua calzatura, chiamata “Blake”, all’attrice e grande estimatrice
del marchio, Blake Lively.
Insomma,
Louboutin: un nome, una garanzia. Garanzia di femminilità e stile,
trasgressione ed eleganza, intrigo e raffinatezza. Per osare in punta di tacco
senza sussurri, ma esaltando le note più glamour di aspetti così forti, innata
dotazione dell’universo femmineo.
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