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mercoledì 4 ottobre 2017

ART & CULTURE_Apre a Parigi il museo dedicato a Yves Saint Laurent



Un omaggio doveroso a uno dei più grandi couturier al mondo. A colui che ha stravolto i codici vestimentari femminili, introducendo capi iconici come la sahariana e lo smoking e attingendo al guardaroba maschile per generare commistioni di genere uniche e inimitabili, divenute dei punti di riferimento dell’espressione stilistica delle donne. A lui, a Monsieur Yves Saint Laurent, Parigi dedica un museo, fortemente voluto e sostenuto da Pierre Bergé, compagno e socio dello stilista recentemente scomparso. Un tributo che, il prossimo 9 ottobre, sarà seguito dall’apertura di un secondo museo a Marrakech, altra città cara al couturier sia dal punto di vista professionale che personale per visioni, ispirazioni, spunti creativi.  
L’allestimento è stato studiato pensando a Yves Saint Laurent, su specifica indicazione di Pierre Bergé. Tutto – arredi, complementi, atmosfera – rimanda allo stilista, alla sua anima, al suo cuore, al suo lavoro. In ogni angolo è possibile respirarne la persona. Ospitato in Avenue Marceau, nel palazzo sede storica dell’atelier, il museo non si limita quindi a esporre le creazioni, ma consente al visitatore di calarsi nel clima che circondava Monsieur Saint Laurent: un clima fatto di commistioni di genere e culture, di ispirazioni provenienti da luoghi lontani, di visioni che spaziavano nel tempo e nei luoghi, spingendo la moda aldilà della semplice apparenza fino al punto di rilevarne l’essenza autentica.
Tutto ciò incornicia una collezione senza eguali nell’haute couture, maestosa e stupefacente: cinquemila abiti di alta moda, quindicimila accessori, un’infinità di schizzi, fotografie, schede tecniche e oggetti vari che vanno dal 1961 al 2002.
Un viaggio nel mondo di Yves Saint Laurent, che ne ripercorre la carriera, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza unica, emozionante e immersiva. Per estimatori ma non solo: perché visitare questo museo è un po’ come calarsi negli anni in cui il couturier ha lavorato, vivendone le peculiarità, le tendenze, le evoluzioni. Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista culturale e personale e consente di andare oltre il significato esplicito delle cose, indagandone la natura più nascosta e arrivando al cuore. Un cuore che continua a battere ancora oggi nel momento in cui si parla di Yves Saint Laurent.


Musée Yves Saint Laurent 
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/

martedì 7 febbraio 2017

LEISURE_Diana: Her Fashion Story



Dal 24 febbraio 2017 Kensington Palace ospiterà la mostra “Diana: Her Fashion Story”, tributo a Lady Diana nell’anno del ventennale della sua morte nonché prima di una serie di iniziative che in tutto il Regno Unito celebreranno la principessa. Ospitata nelle sale di quella che fu la sua dimora, l’esposizione è stata fortemente voluta dai figli William ed Harry con l’intento di ricordare la madre in tutto ciò che l’ha resa leggenda: dal suo impegno benefico al segno indelebile lasciato nel mondo della moda.
Gli abiti esposti delineeranno l’evoluzione del look della principessa, segno tangibile dei cambiamenti che attraversò nella sua vita: dal timido debutto in società agli ultimi tempi, vissuti all’insegna della determinazione. Una crescita a livello personale che trovò una valida forma di espressione nel suo stile, sempre più all’avanguardia nonché anticipatore delle tendenze.
La mostra apre con l’abito a pois firmato dalla couture Regamus, indossato da una debuttante 19enne Lady Diana e regalato anni più tardi a Madame Tussauds per vestire la prima statua della principessa. Seguono, poi, gli abiti con spalla nuda o maniche ampie e vistose, indossati in occasione di cene diplomatiche negli anni Ottanta; per finire al famoso, audace abito da sera a schiena scoperta e intarsiato di perline, indossato da una Diana più rilassata e perfino, nelle foto, spiritosa, nel novembre 1990, per un banchetto diplomatico a Tokyo, in presenza dell’imperatore Akihito.
Nel corso degli anni Novanta, la presenza e il carattere della principessa si imposero sempre di più. Gli abiti moderni di Catherine Walker, la sua stilista preferita, diventarono presto un must. Il trend continua con altri due abiti iconici: il Christian Dior stile sottoveste indossato nel 1996, in occasione di una serata al Metropolitan Museum of Art di New York, e quello rosso fuoco sfoggiato nel giugno 1997, per un discorso pronunciato a un gala benefico per le vittime delle mine terrestri, presso il Museum of Women in the Arts, a Washington.
Esposta anche una classica mise Emanuel in tartan azzurro, indossata in occasione di una visita ufficiale a Venezia negli anni Ottanta e che si credeva ormai persa. Accanto vi sarà un altro capo Emanuel, la camicia color rosa pallido con fiocco, indossata nel 1981 per il ritratto ufficiale scattato dal fotografo dei vip Lord Snowdon.
Abiti ma non solo. Nel percorso espositivo il visitatore potrà ammirare anche i bozzetti preparati per Lady Diana dai suoi stilisti preferiti, spesso con l’apporto personale della principessa.
Dei 26 indimenticabili abiti esposti, solo cinque sono di proprietà dell’Historic Palace Houses, l’ente di beneficenza che si occupa dei palazzi reali di Elisabetta II: gli altri 21 appartengono oggi a collezionisti privati e musei sparsi in tutto il mondo, e tornano a Londra ognuno con una storia aggiunta dopo la scomparsa di Lady D. Come il famoso abito da sera in velluto blu, firmato Victor Eldestein e indossato dalla principessa nel 1985, nella Casa Bianca, in un memorabile ballo con l’attore John Travolta. Lady Diana lo indossò anche in un ritratto ufficiale e lo mise poi all’asta per beneficenza, appena due mesi prima di morire. Lo acquistò una donna d’affari americana, pagando 100mila sterline e lo rivendette nel 2013 a un collezionista britannico per la somma record di 240mila sterline.

Diana: Her Fashion Story
Kensington Palace, Londra
Dal 24 febbraio 2017

mercoledì 12 ottobre 2016

ART & CULTURE_BOOM! 60

Copertina di "L'Illustrazione Italiana" anno 85, n. 7, luglio 1958. Fotografia Ugo Mulas    

Gli anni ’60 rivivono a Milano con la mostra “BOOM! 60 Era arte moderna”, dedicata all’arte in Italia tra i primi anni ’50 e i primi ’60 e alla sua “presenza” mediatica nei più popolari canali di comunicazione: rotocalchi, giornali e riviste di attualità illustrata. Nata dalla collaborazione tra il Museo del Novecento ed Electa, realizzata con la cura di Mariella Milan e Antonello Negri e promossa dall’Assessorato alla Cultura di Milano, sarà visitabile dal 18 ottobre 2016 al 12 marzo 2017.
Tema centrale dell’esposizione, l’Italia del “boom”, come si può evincere dal titolo. L’Italia in cui Epoca, Le Ore, L’Europeo e tanti altri raggiungono le loro massime tirature, divenendo lo specchio fedele della mentalità e delle aspirazioni collettive. L’arte tout court rappresenta una tematica rilevante, che costantemente viene trattata sui rotocalchi al pari delle celebrità del cinema, della tv, della canzone. Parallelamente, si sviluppano il fenomeno sociale del collezionismo e le dinamiche di mercato, in linea con lo spirito del “miracolo”, in nome del quale l’arte sembra destinata a entrare nelle case di tutti gli italiani, come il frigorifero e la lavatrice.
Nell’allestimento curato da Atelier Mendini circa centoquaranta opere di pittura, scultura e grafica dialogheranno con le pagine delle riviste e con filmati televisivi e cinematografici, che trasformano gli artisti in veri e propri divi: dall’immortale Picasso a Bernard Buffet, “il pittore in Rolls Royce”, all’epoca protagonista delle cronache d’arte e del gossip. A corollario, una ricca selezione documentaria presenterà le riviste e i loro modi di raccontare l’arte, dalle copertine alle inchieste, dalle rubriche di critica alla pubblicità, dal fotogiornalismo alla satira.
Un viaggio per immagini, suoni ed emozioni in una delle epoche forse più significative per l’Italia: l’epoca in cui il nostro Paese ha conosciuto una fase di sviluppo economico e sociale di impari valore, che ne ha tracciato la storia e la cultura, segnando un punto di svolta nel modo di vivere italiano.

BOOM! 60 Era arte contemporanea
Museo del Novecento, via Marconi 1, Milano
Dal 18 ottobre 2016 al 12 marzo 2017


lunedì 12 settembre 2016

ABOUT_Scarpe e musei



E la calzatura diventa oggetto d’arte al punto tale da avere musei dedicati, veri e propri templi votivi dello stile che, tra un’esposizione e l’altra, ripercorrono la storia della calzatura, evocando suggestioni, illustrando epoche storiche e stimolando ispirazioni.
Oggetto di culto per incallite fashioniste, devote alla sua divinazione quale dettaglio irreprensibile del codice vestimentario, la scarpa vanta di diritto anche un’anima nobile, altra metà della verve più glamour e, al tempo stesso, spirito sacro e inviolabile che le ha consentito di attraversare la storia dei tempi, divenendo a ragion veduta, un vero e proprio cimelio da museo.
Un viaggio nel tempo che, sulle note colorate dello stile, consente di recuperare il significato della storia, avvalorando il legame indissolubile tra questi due aspetti. Iniziamo, quindi, il tour per l’Italia, facendo tappa nei più importanti musei della calzatura, mecche della moda intesa da un punto di vista sociale.

Museo Rossimoda
In una dimora seicentesca lungo le rive del Brenta, Villa Foscarini, si trova il Museo Rossimoda, nato nel 1995 su iniziativa di Luigino Rossi, fondatore dell’omonimo calzaturificio oggi passato di proprietà al gruppo del lusso d’oltralpe LVMH.
Catapultati in una dimensione da sogno, si comincia con una piccola ma preziosissima raccolta di calzature storiche veneziane del ‘700 e ‘800 di proprietà del fondatore, per poi proseguire con i 1700 modelli femminili di lusso prodotti dall’azienda dal 1946 ai tempi nostri e selezionati personalmente dal fondatore stesso insieme ai suoi collaboratori: questi rappresentano il corpus del museo, che, ogni anno, si amplia con l’aggiunta degli esemplari più significativi delle nuove collezioni.
Si tratta di un museo nato con l’intento di raccontare la storia di una famiglia ormai giunta alla terza generazione (Sergio e Gianvito Rossi) e costellata da numerose collaborazioni con le più prestigiose case di moda. Correva l’anno 1961 e Luigino Rossi decise di produrre solo calzature da donna di lusso su licenza di grandi firme: Christian Dior, Yves Saint Laurent, Givenchy, Anne Klein, Emanuel Ungaro sono state le prime maisons alle quali, nel tempo, si sono aggiunte Richard Tyler, Vera Wang, Genny, Fendi, Calvin Klein, Michael Kors, per poi finire con Emilio Pucci, Christian Lacroix, Marc Jacobs, Loewe, Kenzo, Donna Karan e Celine. I piedi del gotha della moda, quindi, sono passati per le mani di Luigino Rossi.
Il museo, oltre ad offrire uno spaccato sulla storia del costume della seconda metà del secolo scorso, si pone come viva testimonianza del saper fare artigiano del distretto calzaturiero del Brenta, caratterizzato dagli elevati standard qualitativi. Le principali finalità, pertanto, sono quelle di comporre una memoria storica della produzione tipica di questa particolare zona italiana, territorio privilegiato di una vocazione artistica apprezzata in tutto il mondo.
Il museo, inoltre, si pone quale stimolo per le produzioni future, divenendo un punto di riferimento per la scuola di modellisti famosa a livello internazionale ospitata dal distretto e che dal 1923 si occupa di formare i nuovi designer della calzatura. Uno spazio, quindi, che diviene anche una fucina creativa, fornendo stimoli e ispirazioni per le scarpe di domani. Scarpe che in qualche loro dettaglio porteranno il vissuto di un’epoca.

Museo Internazionale della Calzatura “Pietro Bertolini” di Vigevano
Da oltre un secolo Vigevano è legata al mondo della scarpa, tanto da essere menzionata come la capitale italiana – e, in alcuni casi, anche mondiale – della calzatura. Un luogo dove hanno visto la luce importanti innovazioni del settore e in cui ha preso vita l’estro visionario del cavalier Pietro Bertolini, illuminato imprenditore calzaturiero e fondatore della Ursus Gomma.
Istituito nel 1958 per documentare l’ingegno e l’operosità vigevanesi, la sua apertura è fatto relativamente recente, risalente al 2003.
L’esposizione propone la lettura della scarpa nella sua duplice natura: oggetto d’uso e opera d’arte. Due anime che si compensano, trovando convivenza in amabili e mirabili creazioni, frutto dell’estro umano. Dal 2003, inoltre, il museo si è arricchito di una sezione interamente dedicata ai marchi, agli stilisti e ai designer italiani e internazionali degli ultimi trent’anni.
Tra i fiori all’occhiello della ricca collezione, degni di nota sono importanti modelli storici, come, per esempio, la pianella del 1495 attribuita a Beatrice d’Este o la scarpa gioiello di fine 1920, oltre a calzature appartenute a personaggi storici e papi. Non mancano, poi, esemplari di calzature autarchiche, modelli realizzati con moderne suole in plastica trasparente “rodhovetro” e cuissard di Paco Rabanne.
Passando tra le visionarie creazioni di Manolo Blahnik, Jimmy Choo, Christian Louboutin, Giorgio Armani e Gucci, si arriva alla sala dedicata al tacco a spillo dove è esposto il primo prototipo che, inventato proprio a Vigevano, ha reso celebre la città.
Il museo annovera circa 2500 calzature, che vengono esposte in gruppi da 300 alla volta, con un turnover semestrale. A latere, le mostre itineranti per il mondo, che rappresentano vetrine internazionali per la collezione.

Museo Salvatore Ferragamo
Inaugurato nel 1995 per volontà di Wanda Ferragamo e dei suoi figli nella sede storica della Maison, Palazzo Spini Feroni a Firenze, il Museo Salvatore Ferragamo è nato con l’intento di rendere nota al pubblico la storia del fondatore e delle sue creazioni – le calzature – considerate dagli studiosi di tutto il mondo delle vere e proprie opere d’arte.
La collezione è stata costituita da Salvatore Ferragamo, che ha custodito i prototipi e cercato di recuperare i suoi modelli più celebri. Una raccolta preziosa, che è stata mantenuta e arricchita dalla famiglia con gli stessi criteri: conservare i modelli più innovativi di ogni collezione, quelli più particolari per uso di materiali e per struttura, non necessariamente quelli più venduti.
Il museo, pertanto, racconta in primis la storia di un uomo, del suo lavoro e del suo amore smisurato e incondizionato per le scarpe: una vocazione che gli ha valso, a ragion veduta, l’appellativo di “calzolaio dei sogni”.
Nello spazio confluiscono contaminazioni culturali che spaziano nei diversi ambiti dell’arte, del design, dello spettacolo, del costume, della comunicazione e dell’informazione. Un luogo poliedrico, che fa della vivacità intellettuale il fil rouge attorno al quale sviluppare giorno dopo giorno un’attività volta alla valorizzazione della creatività.
Un’impronta che ha portato il museo a divenire, nel tempo, non solo un punto di riferimento per l’estro italiano, ma soprattutto un punto di forza dell’immagine del marchio, depositario dell’heritage e motore d’ispirazione per il futuro.

All’interno della ricca collezione, che si amplia progressivamente con le calzature emblema di ogni stagione ma anche con donazioni di clienti Ferragamo e acquisizioni di modelli storici provenienti dal mondo dell’antiquariato, è difficile identificare i “pezzi gioiello” data la vastità e il pregio delle creazioni esposte. Vi sono modelli famosissimi come simboli di design di un’epoca: è il caso del sandalo invisibile, creato nel 1947 con la lenza di nylon da pescatori oppure delle zeppe in sughero del periodo bellico. Alcuni esempi sono importanti per la particolarità della loro realizzazione, come il sandalo in oro a diciotto carati, creato da Ferragamo per una cliente australiana nel 1956 e altri ancora perché appartenuti a personaggi famosi come Marilyn Monroe, fedelissima estimatrice della maison.  

giovedì 7 luglio 2016

ART & CULTURE_David Bowie Is



Arriva finalmente in Italia David Bowie Is, una delle mostre di maggior successo degli ultimi anni realizzata dal Victoria and Albert Museum di Londra, la prima retrospettiva dedicata alla straordinaria carriera di David Bowie, uno degli artisti più audaci, influenti e innovativi nel panorama musicale contemporaneo.
David Bowie Is, partita da Londra nel 2013, dopo essere stata a Chicago, San Paolo, Toronto, Parigi, Berlino, Melbourne e Groningen, approda dal 14 luglio al 13 novembre 2016 al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, segnando l'unica tappa italiana nonché l'ultima tappa europea.
La mostra celebra la prolifica carriera di David Bowie capace in cinque decadi di perseguire in modo duraturo l’innovazione senza mai tradire se stesso e il suo pubblico.
Il percorso si sviluppa attraverso contenuti “multimediali” che conducono il visitatore all’interno del processo creativo del Duca Bianco e descrive come il suo lavoro abbia canalizzato i più ampi movimenti nell’ambito dell’arte, del design, del teatro e della cultura contemporanea. Il ritratto che emerge è quello di un artista capace di osservare e reinterpretare la società contemporanea con uno sguardo innovatore lasciando tracce indelebili nella cultura visiva e pop.
I curatori della mostra Victoria Broackes e Geoffrey Marsh hanno selezionato più di 300 oggetti dell’archivio personale del musicista tra cui: l’outfit di Ziggy Stardust (1972) disegnato da Freddie Burretti; fotografie di Brian Duffy; le artistiche cover degli album realizzate da Guy Peellaert e Edward Bell; estratti di video e performance live come The Man Who Fell to Earth, video musicali come Boys Keep Swinging e arredi creati per il Diamond Dogs tour (1974). Oltre a oggetti personali quali: i testi originali delle sue canzoni scritti a mano e alcuni dei suoi strumenti. Risultato finale di questo indimenticabile viaggio è la scoperta dell’evoluzione delle sue idee creative.
La mostra, che nella sola Londra è stata vista da oltre 300.000 visitatori, è tematicamente suddivisa in tre principali sezioni: la prima introduce il pubblico ai primi anni di vita e della carriera di David Bowie nella Londra del 1960, risalendo man mano fino al punto di svolta del singolo “Space Oddity” nel 1966.
La seconda parte accompagna il visitatore all’interno del processo creativo di David Bowie e rivela le differenti fonti d’ispirazione che hanno dato forma alla sua musica e allo stile delle sue performance.
La terza, delle stesse dimensioni delle precedenti, immerge il pubblico nello spettacolare mondo dei grandi concerti live di Bowie. In quest’ultima sezione, le presentazioni audio e video di grandi dimensioni sono accoppiate all’esposizione di diversi costumi di scena e materiali originali dell’artista.
Un format espositivo consente al visitatore di apprezzare tutta l’energia teatrale e performativa di Bowie in una modalità aperta e senza alcuna limitazione.

Info e prevendita dei biglietti: www.davidbowieis.it.



David Bowie Is
Dal 14 luglio 2016 al 13 novembre 2016

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

giovedì 19 maggio 2016

ART & CULTURE_Tra Arte e Moda

Salvatore Ferragamo, "Invisibile", 1947, filo di nylon e camoscio, tacco a zeppa di legno a forma di F
ricoperto di camoscio. Firenze, Museo Salvatore Ferragamo. Foto Arrigo Coppitz 

Lucio Venna, "Sparta". Disegno pubblicitario per Salvatore Ferragamo, 1930, pochoir su carta.
Firenze, Museo Salvatore Ferragamo

Rosa Genoni, Manto da corte "Pisanello", 1906, velluto di seta con ricamo ad applicazione merletto,
filati metallici, canutiglia, cannucce e perle. Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria del Costume di Palazzo Pitti

Yves Saint-Laurent, Abito da cocktail. Omaggio a Piet Mondrian, collezione autunno/inverno 1965-1966,
jersey di lana lavorato a intarsio. Parigi, Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent 

Enrico Coveri, Outfit composto da overall, scarpe e cappellino, collezione primavera/estate 1985,
tessuto di cotone stampato  motivi di Keith Haring. Firenze, Collezione Enrico Coveri

Christopher Makos, Altered Image, 1981, stampe digitali. Collezione privata

Germana Marucelli, Abito femminile in due pezzi, 1963, camicia con collo ad anello e gonna in crepe de chine stampato a fondo bianco con disegni di Paolo scheggi. Roma, Collezione Enrico Quinto e Paolo Tinarelli. Foto Arrigo Coppitz

Germana Marucelli, Completo da sera, "Linea Alluminio", 1968, collezione Alta Moda, autunno/inverno 1968-1969, completo composto da corpetto in pelle lucida e pantaloncini in lana con placche in alluminio anodizzato ideate in collaborazione con Getulio Alviani, gilet in piume di struzzo su chiffon, stivali di camoscio di Salvatore Ferragamo. Collezione privata (courtesy Archivio Germana Marucelli. Milano). Foto Arrigo Coppitz 

Yinka Shonibare, MBE, Food Faerie, 2011, manichino in fibra di vetro, cotone olandese stampato, pelle,
piume d'oca, basamento in acciaio. Londra, courtesy Yinka Shonibare e Blain /Southern Gallery

Nick Cave, Soundsuit, 2010, struttura decorata a scacchi sul davanti e paillettes blu sul retro,
perline e paillettes vintage, leggings in maglia. Verona, Galleria Studio la Città

Boudicca, The "Aketon" dress, collezione autunno/inverno 2001-2002, tela di cotone con collo alto, ampie maniche a punta, corsetto e grembiule in pelle con lacci di nastro e applicazioni in ottone. New York, The Museum at Fashion Institute of Technology

La moda è arte? Una domanda che attanaglia pensatori ed estimatori da tempo e che mai ha condotto a una risposta univoca e definitiva. Per i suoi tratti che la associano alla vita quotidiana, la moda non sembra essere arte tout court, in realtà, però, spesso rivela delle innegabili contaminazioni con l’universo artistico, instaurando un confronto reciproco, base di partenza per un dialogo tra le parti che porta alla creazione di meraviglie artisticamente intese.
A questo dilemma il Museo Ferragamo dedica una mostra, proprio con lo scopo di indagare in che modo questi due mondi si parlano: contaminazioni, sovrapposizioni e collaborazioni. Dalle esperienze dei Preraffaelliti a quelle del Futurismo, dal Surrealismo al Radical Fashion. Nel percorso si focalizza l’attenzione sul lavoro di Salvatore Ferragamo, affascinato e ispirato dalle avanguardie artistiche del Novecento; su alcuni atelier degli anni cinquanta e sessanta, luogo di studio e d’incontri, e sulla nascita della cultura della celebrità, per proseguire con le sperimentazioni degli anni novanta e arrivare a domandarsi se nell’industria culturale contemporanea si possa ancora parlare di due mondi distinti, o se invece siamo di fronte a un fluido gioco di ruoli. 
La particolarità del piano espositivo risiede nella collaborazione di più istituzioni culturali e nella dislocazione della mostra in varie sedi: oltre al Museo Salvatore Ferragamo, promotore e organizzatore del progetto insieme alla Fondazione Ferragamo, ospitano le diverse esposizioni a Firenze la Biblioteca Nazionale Centrale, le Gallerie degli Uffizi (Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti), il Museo Marino Marini e, a Prato, il Museo del Tessuto.
 Diverse sedi e istituzioni coinvolte nell’intento di invitare a una riflessione comune.
Una pluralità di soggetti ed entità che riguarda anche i curatori. La mostra al Museo Salvatore Ferragamo, infatti, ha quattro curatori, Stefania Ricci, direttore del Museo Salvatore Ferragamo, Maria Luisa Frisa, Enrica Morini, Alberto Salvadori, che con le loro diverse competenze e personalità hanno collaborato giorno dopo giorno alla costruzione del percorso, insieme ai direttori e ai responsabili delle diverse istituzioni nonché agli autori del catalogo. Infine, molti prestiti provenienti dalle più prestigiose collezioni pubbliche e private danno alla mostra un respiro internazionale.
Addentrandosi nella mostra, il percorso si snoda attraverso diverse sezioni.
Per quanto attiene il Museo Salvatore Ferragamo, si inizia con un tributo al maestro calzaturiero e alle sue creazioni, giudicate già negli anni ’30 manufatti di valore artistico. In questo caso, esplicito è il riferimento a un concetto di arte che focalizzava l’attenzione sulla maestria tecnica al pari della creatività concettuale. Una videoinstallazione mette a confronto le calzature con la loro fonte d’ispirazione, il mondo classico, l’oriente, le avanguardie artistiche del Novecento, il Surrealismo ma anche la cultura artigiana della città.
Nella sala sono esposti anche i bozzetti pubblicitari originali, creati dal pittore futurista Lucio Venna negli anni Trenta per promuovere le calzature Ferragamo, i modelli realizzati per intellettuali e artisti e il dipinto di Kenneth Noland della fine degli anni Cinquanta, che ha suggerito a Ferragamo un elemento decorativo di un modello e il suo nome.
Si prosegue poi con una sezione dedicata alle reciproche ispirazioni tra arte e moda. Arte e moda, infatti, si sono fronteggiate, spesso guardate l’una con l’altra, anche nel passato. Se gli artisti sono stati affascinati dall’abbigliamento, come strumento essenziale per dare realismo alle loro raffigurazioni, gli artigiani sarti hanno tratto molte volte le loro ispirazioni dal mondo dell’arte e assunto atteggiamenti che li equiparavano agli artisti. Per la moda italiana, sin dai primi dibattiti agli inizi del Novecento sulla necessità di dare identità nazionale alla produzione vestimentaria del Bel Paese, il riferimento al mondo dell’arte italiana è stato sentito come elemento di forte distinzione, rispetto alla moda francese, allora imperante. Fondamentale in questo percorso fu il ruolo svolto da Rosa Genoni, sarta ma anche insegnante della sezione sartoria alla Scuola professionale femminile di Milano. A fare da cassa di risonanza su questo legame, l filmato della Biennale di Arte e Moda a Firenze del 1996, diretta da Germano Celant, Ingrid Sischy, Luigi Settembrini, una grande rassegna che coinvolse quaranta protagonisti internazionali delle arti e trentotto firme mondiali della moda, in un progetto che aveva l’obiettivo di esplorare e raccontare le influenze reciproche, il rapporto creativo fra l’universo della moda e le arti visive, il design, l’architettura, il cinema, la fotografia, il costume e la storia, ponendo il tema all’attenzione di tutti.
La visita prosegue con un’attenta analisi delle forme e delle superfici, complice il supporto fornito dall’industria tessile che consentiva di realizzare tessuti con i quali dare nuova vita alle ispirazioni artistiche.
È poi la volta di artisti che hanno lavorato nell’ambito della moda sul fronte della comunicazione come disegnatori per le riviste, illustratori di cataloghi pubblicitari, ecc. esempio eclatante di questa simbiosi tra mondo dell’arte e della moda è costituito da Andy Warhol. Warhol nasce con la moda sin da quando nei primi anni ‘50 era stato disegnatore e pubblicitario di «Glamour», «Vogue» e «Harper’s Bazaar», ideando scarpe dalla linea sottile ed elegante. In questa sezione sono esposte alcune pagine pubblicate nelle riviste di moda di quegli anni che mostrano le sue prime prove come illustratore di moda. Warhol, inoltre, ha diretto una rivista «Interview», qui riproposta in diciotto numeri, che ha fatto da trait d’union tra il mondo dell’arte e quello della moda. Infine, con il suo presenzialismo sulla scena culturale di New York, a feste, vernissage, restrospettive e sfilate, ha dato forma alla relazione fra arte, moda e celebrità che conosciamo oggi. Questo concetto è rappresentato da una serie di scatti fotografici che ritraggono Warhol in diversi momenti della vita sociale newyorkese e dalla celebre installazione Altered Image di Christopher Makos.
Ma non si può parlare di moda senza citare Germana Marucelli e il suo atelier, luogo di incontro tra operatori della moda, artisti e intellettuali uniti nella ricerca di nuove forme espressive in grado di interpretare il proprio tempo. Questa sezione riproduce l’atelier-salon della Marucelli, ospitando le opere d’arte originali di Pietro Zuffi, Getulio Alviani, Paolo Scheggi che erano esposte alle pareti e gli abiti, che furono frutto del sodalizio con questi artisti.
Dall’atelier si passa al mood board e al mondo dei fashion designer come vengono intesi oggi. Un universo che sempre più diviene una sorta di storytelling  per immagini che emerge dal flusso di informazioni, cercando di stimolare nel pubblico due qualità come l’attenzione e la memoria. Realizzato con la rivista «A MAGAZINE CURATED BY», uno spazio immersivo accoglie il pubblico e lo proietta nell’universo visivo e immaginifico di eccezionali menti creative. Il mondo di Haider Ackermann, Martin Margiela, Yohji Yamamoto, Iris van Herpen, Dries van Noten, Giambattista Valli, Stephen Jones, Rodarte, Jun Takahashi, Kris van Assche, Martine Sitbon, Proenza Schouler, Riccardo Tisci compone un caleidoscopio di immagini di arte, musica, poesia e fotografia.
Una particolare contaminazione tra arte e moda è quella in cui la prima “utilizza” la seconda per plasmare il suo linguaggio critico. A dimostrazione di ciò, l’opera dell’artista britannico di origine nigeriana, Yinka Shonibare. Con le sue installazioni, trasposizioni filmiche, propone una profonda riflessione sulla multiculturalità, analizzando principalmente la questione coloniale.
Dulcis in fundo, i giochi di ruolo tra arte e moda. Oggigiorno il dualismo che li vuole due universi separati appare superato. La moda come l’arte si interroga sulle sue pratiche. La sezione attraverso il lavoro di una serie di autori come Hussein Chalayan, Martin Margiela, Viktor & Rolf, Helmut Lang, Nick Cave racconta come oggi sia sempre più difficile definire e chiudere le diverse pratiche creative.
E questa è solo una prima tappa. La mostra, infatti, prosegue presso la Biblioteca Nazionale Centrale Firenze con la sezione “Periodici italiani nel Novecento”, le Gallerie degli Uffizi, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti – Sala del Fiorino con “Ottocento alla moda”, il Museo del Tessuto di Prato con “Nostalgia del futuro nei tessuti d’artista del Dopoguerra” e, infine, il Museo Marino Marini con “Collaborazioni”.
E come se non bastasse, in occasione dell’inaugurazione dell’esposizione le vetrine del flagship store Salvatore Ferragamo di Firenze si “vestono” con l’installazione di Riccardo Benassi “Every quote is a note, please reply”.
Un viaggio nella storia, Tra Arte e Moda, per l’appunto, alla scoperta di un fascinoso mondo di contaminazioni e suggestioni, rappresentazioni della società e del tempo.