Visualizzazione post con etichetta Yves Saint Laurent. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Yves Saint Laurent. Mostra tutti i post

venerdì 17 novembre 2017

ART & CULTURE_Paolo Roversi, Incontri


Paolo Roversi_Ravenna, Paris 2003 © Paolo Roversi

Milano in questi giorni è fotografia, complice Photo Vogue Festival, l’evento targato Vogue Italia e dedicato a questa splendida forma d’arte, capace di parlare con le immagini e la forza da esse sprigionata.
Nell’ambito di questa iniziativa sono numerose le attività in calendario, tra cui la mostra “Paolo Roversi, Incontri” allestita presso la Fondazione Sozzani (Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, Milano) e visitabile fino all’11 febbraio 2018.
Un appuntamento dedicato all’estro visionario del fotografo che si svolge in concomitanza alla grande esposizione di Palazzo Reale “Paolo Roversi. Storie” (visitabile fino al 17 dicembre 2017) e mette in evidenza la struttura propriamente pittorica delle fotografie di Paolo Roversi.
Roversi è artista della composizione e della geometria, con un approccio astratto alla realtà. Fin dagli Anni '80 le sue fotografie rispondono a una costante esigenza formale che dà loro
un carattere sorprendentemente atemporale, in contraddizione con il gusto e gli usi della moda.
La sua familiarità con la storia dell'arte, e con la pittura italiana in particolare, gli permette di fotografare come un pittore. Lavora spesso a serie costruite attorno a un tema o a un modello, come se cercasse di estrarne tutte le possibilità plastiche.
Per questa esposizione Roversi ha raccolto le sue fotografie a due e a tre, in dittici e trittici. Questo procedimento, mai utilizzato prima in modo sistematico, offre uno sguardo inedito sul
suo lavoro, dandogli una dimensione monumentale.
La composizione a più elementi gli consente di dare un’attenzione maggiore al soggetto arricchendone la lettura. Come nei polittici del Rinascimento, che ricorrono ampiamente a questo metodo. In questa mostra la fotografia di Paolo Roversi appare più serena e controllata che mai.
Insieme a più di trenta dittici e trittici – realizzati appositamente per questa mostra a partire da alcune delle più importanti foto di Roversi – viene presentata per la prima volta una selezione di ritratti incrociati di Paolo Roversi e Robert Frank realizzati nel 2001 in Nova Scotia.

Paolo Roversi, Incontri

Fondazione Sozzani, Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, Milano
Fino all’11 febbraio 2018

Paolo Roversi, Storie

a cura di Alessia Glaviano

Palazzo Reale
Fino al 17 dicembre 2017


Paolo Roversi (Ravenna, 1947) inizia a lavorare come fotoreporter per l’Associated Press negli anni Settanta. Nel novembre del 1973, su suggerimento di Peter Knapp, direttore creativo della rivista Elle, si trasferisce a Parigi dove lavora per la Huppert Agency.
Nel 1974 diventa assistente del fotografo inglese Laurence Sackman. Lasciato lo studio di Sackman, inizia a lavorare per Elle e Dépêche Mode. Il suo primo servizio fotografico importante è pubblicato su Marie Claire, e firma la campagna di Christian Dior.
Nel 1980 inizia a utilizzare la pellicola Polaroid 20x25 cm e collabora con le maggiori riviste di
moda: Elle, Marie Claire, Harper's Bazaar e Vogue. Negli stessi anni inizia a scattare per alcuni tra i più importanti nomi della moda: Yohji Yamamoto, Azzedine Alaïa, Comme des Garçons, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Hermès, Giorgio Armani e Valentino.
Vince nel 1996 il Trophée de la Mode di Parigi come miglior fotografo e nel 2001 è premiato dai China Nel 2000 espone a Milano alla Galleria Carla Sozzani;; nel 2002 a New
York alla Galleria Pace/MacGill;; nel 2006 in Giappone al Yokohama Red Brick Warehouse Number 1;; nel 2008 ai Rencontres Internationales de la Photographie d’Arles e nel 2009 a
Berlino alla Camera Work Galerie;; nel 2017 a Milano a Palazzo Reale e alla Fondazione Sozzani.
Tra le numerose pubblicazioni, Roversi ha pubblicato due libri dedicati al ritratto: “Angeli” nel 1994 e “Al Moukalla” nel 1995 per Camera Oscura e diverse monografie: “Una Donna”, Carla Sozzani Editore, 1989;; “Nudi”, Editions Stromboli, 1999;; “Libretto”, Editions Stromboli, 2000;; “Studio”, Steidlangin, 2005;; “Secrets”, Editions Stromboli, 2013;; “Dior Images”, Rizzoli International, 2018. 

mercoledì 4 ottobre 2017

ART & CULTURE_Apre a Parigi il museo dedicato a Yves Saint Laurent



Un omaggio doveroso a uno dei più grandi couturier al mondo. A colui che ha stravolto i codici vestimentari femminili, introducendo capi iconici come la sahariana e lo smoking e attingendo al guardaroba maschile per generare commistioni di genere uniche e inimitabili, divenute dei punti di riferimento dell’espressione stilistica delle donne. A lui, a Monsieur Yves Saint Laurent, Parigi dedica un museo, fortemente voluto e sostenuto da Pierre Bergé, compagno e socio dello stilista recentemente scomparso. Un tributo che, il prossimo 9 ottobre, sarà seguito dall’apertura di un secondo museo a Marrakech, altra città cara al couturier sia dal punto di vista professionale che personale per visioni, ispirazioni, spunti creativi.  
L’allestimento è stato studiato pensando a Yves Saint Laurent, su specifica indicazione di Pierre Bergé. Tutto – arredi, complementi, atmosfera – rimanda allo stilista, alla sua anima, al suo cuore, al suo lavoro. In ogni angolo è possibile respirarne la persona. Ospitato in Avenue Marceau, nel palazzo sede storica dell’atelier, il museo non si limita quindi a esporre le creazioni, ma consente al visitatore di calarsi nel clima che circondava Monsieur Saint Laurent: un clima fatto di commistioni di genere e culture, di ispirazioni provenienti da luoghi lontani, di visioni che spaziavano nel tempo e nei luoghi, spingendo la moda aldilà della semplice apparenza fino al punto di rilevarne l’essenza autentica.
Tutto ciò incornicia una collezione senza eguali nell’haute couture, maestosa e stupefacente: cinquemila abiti di alta moda, quindicimila accessori, un’infinità di schizzi, fotografie, schede tecniche e oggetti vari che vanno dal 1961 al 2002.
Un viaggio nel mondo di Yves Saint Laurent, che ne ripercorre la carriera, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza unica, emozionante e immersiva. Per estimatori ma non solo: perché visitare questo museo è un po’ come calarsi negli anni in cui il couturier ha lavorato, vivendone le peculiarità, le tendenze, le evoluzioni. Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista culturale e personale e consente di andare oltre il significato esplicito delle cose, indagandone la natura più nascosta e arrivando al cuore. Un cuore che continua a battere ancora oggi nel momento in cui si parla di Yves Saint Laurent.


Musée Yves Saint Laurent 
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/

lunedì 30 gennaio 2017

STYLE_Il caftano



Dici caftano e subito pensi ad atmosfere permeate di lusso e relax. La memoria corre senza freni a icone indimenticabili come Talitha Getty, immersa in una misteriosa Marrakech, e Diana Vreeland nel suo appartamento Manhattan. Il capo forse più semplice del ben vestire femminile ma che proprio in virtù di questa sua essenzialità – sinonimo di uno stile ricercato e per nulla scontato – è tornato ad essere tra i cult irrinunciabili della bella stagione, per inebrianti serate marittime piuttosto che per appuntamenti glamour a base di bien vivre. I migliori – da Muriel Brandolini ad Allegra Hicks a Yves Saint Laurent Rive Gauche – si trovano in boutique. Altre versioni meno costose si possono trovare in selezionati negozi etnici, dove sono acquistabili le tradizionali versioni indiane o marocchine. Più o meno dispendioso che sia, il caftano ha quel carattere di madeleine proustiana per cui rimanda alla mente quell’eleganza da jet-set tipicamente anni ’60 e ’70: un mondo patinato al punto giusto, dalle meravigliose atmosfere, popolato di bonnes vivants divenuti icone di uno stile di vita devoto al più puro ideale estetico. Babe Paley e Marella Agnelli docent in fatto di caftano: loro sapevano indossarlo come nessun’altra…guardare le fotografie dell’epoca e trarre spunto da come lo portavano loro può rappresentare un’ottima e autentica fonte di ispirazione. Indossato con ballerine o infradito rimane sinonimo di un bohemien style de luxe, abbinato invece a un prezioso paio di sandali-gioiello dal tacco alto sfodera la sua natura più sensuale, complice la leggerezza dei tessuti con cui è realizzato, i quali – impalpabili al tatto – accompagnano le movenze femminili in un intrigante gioco di forme e simmetrie irregolari. Monili, bracciali (etnici o a fascia che siano), bangles fanno il resto, arricchendolo nel suo allure e contestualizzandolo alla sua antica discendenza.

Eh già…perché, frivolezze a parte, il caftano nasconde un’anima nobile, risalendo addirittura al Trecento, dove era un capo di abbigliamento irrinunciabile nei Paesi del Medio ed Estremo Oriente, il cui clima richiedeva necessariamente vesti fresche e leggere. Da allora il caffetano - come veniva chiamato - ha solcato la storia di popoli e luoghi, culture e tradizioni, per arrivare in Occidente inalterato nel suo fascino nella seconda metà del novecento, proprio nel momento in cui scoppiava la divinazione per tutto ciò che sapeva di Oriente. È l’epoca in cui il Signore della moda – Yves Saint Laurent – si innamora di Marrakech: un amore che lo porta a reinventare il modello tradizionale, trasformandolo in un capo d’alta moda da inserire in collezione e far sfilare in passerella. Da lì in poi, questo celebre e antico indumento diviene il simbolo del look boho chic. E per dimostrare che la moda affonda in realtà radici ben profonde nella storia e nel costume dei popoli, il nome stesso caftano e i suoi sinonimi nascondono interessanti curiosità, mostrando segni d’appartenenza alle antiche civiltà che abitualmente utilizzavano simili terminologie nel loro lessico quotidiano. Caftano risulta essere di origine turca, ad indicare un’ampia veste con o senza maniche, di solito lunga e voluminosa, la maggior parte delle volte di seta o lino; Djellaba è di origine araba-egiziana e sta per la tradizionale veste lunga e morbida indossata dagli uomini in Medio Oriente; Tunica è invece di discendenza greco-romana e indica un indumento semplice da infilare, che di solito arriva al ginocchio. Verrebbe quasi da dire a ciascun popolo il suo nome…frase che attualizzata ai tempi moderni suona come “a ciascuno il suo caftano”. Scegliamolo con la massima libertà: è un capo da osare e con cui osare. Non fermiamoci quindi ai classici freni inibitori che scattano nell’acquisto di un qualsiasi altro capo d’abbigliamento. Siamo di fronte a un capo-non capo, per cui non valgono le solite regole di giudizio. Sbizzarriamoci e divertiamoci: garantisco che soltanto una volta indossato se ne può comprendere la sua magia. E da lì, provata una simile sensazione, si può solo che andare avanti.

lunedì 16 gennaio 2017

PEOPLE_Loulou de La Falaise



Quando oggi indossiamo blazer e pantaloni di seta, in testa osiamo un turbante, al polso facciamo tintinnare una miriade di bracciali etnici e giochiamo col color block, è a Loulou de La Falaise (all’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette Le Bailly de La Falaise) che ci rifacciamo, per trent’anni ispiratrice e collaboratrice di Yves Saint Laurent, icona e regina della scena parigina più mondana.
Alchimia di nobili radici irlandesi, raffinate genie francesi ed eccentricità britanniche, aveva un’allure unica: sottile come un foglio di carta, con i suoi boccoli rosso tiziano e gli occhi grandissimi spalancati sul mondo, maschera con atteggiamenti da garçonne la sua innata timidezza, sviluppando un’iconica magnitudine e, al contempo, un’inafferrabile ambiguità.
Un’androginia di cui Loulou era consapevole e fiera, tanto da saperla dosare sapientemente (non usciva mai senza tacchi) e forse eredità della bisnonna Vavarina Pike, che era solita stupire gli abitanti della sua cittadina irlandese indossando cardigan e fedora comprati nei reparti rigorosamente maschili dei department store londinesi. Ma Lady Pike non era l’unica a caratterizzare una genealogia costellata di stile. La nonna, Lady Rhoda Birley, moglie del ritrattista prediletto di Queen Mary, Sir Oswald Birley, era una donna d’innata bellezza, con la passione per il giardinaggio, la botanica e le arti. La madre, Maxime Birley, musa di Elsa Schiaparelli, Jacques Fath e Paquin, era per Cecil Beaton l’unica inglese davvero chic. Nel 1946 sposa l’aristocratico francese, scrittore e intellettuale, conte Alain de Bailly de La Falaise: due anni dopo nasce Loulou e l’anno successivo il secondo figlio Alexis. Il matrimonio, però, ha vita breve: accusata di tradimento, Maxime decide di divorziare, perdendo ogni diritto sui figli. Loulou e suo fratello crescono in una cattolicissima famiglia d’affido in provincia, a Seine-et-Marne. Per Loulou è un periodo difficile, al quale trova rimedio con l’immaginazione e la forza evasiva da essa sviluppata. Proprio in questi anni impara a rispondere alle difficoltà della vita con una risata, facendo finta che tutto vada bene. Con eleganza traveste il suo coraggio in indifferenza; diventa impermeabile e inizia il suo pellegrinaggio in vari istituti: le medie in Inghilterra, il liceo francese a New York, fino a terminare gli studi in collegio a Gstaad. Adolescente, ritorna a Londra, dandosi a una vita da vera socialite aristochic, complice lo zio Mark Birley, patron del night club Annabel’s di Berkeley Square, mecca delle star del rock e della moda. Alla fine degli anni ’60, decide di seguire la madre, che si è risposata col curatore del Met, a New York. Qui conosce Diana Vreeland, storico direttore di Vogue America, che se ne innamora: in men che non si dica fa la sua comparsa sulle pagine della rivista, fotografata da Richard Avedon e Helmut Newton. Tuttavia, quella della modella non è la sua strada, essendo troppo magra e petite come si definiva lei stessa. Ha più successo, infatti, come designer di tessuti per Halston, stilista di cui è amica.
Nel 1966, quasi per gioco, sposa l’aristocratico inglese Desmond FitzGerald, ma l’unione naufraga dopo poco tempo. Torna a New York dove divide l’appartamento con Berry Berenson, sorella di Marisa e nipote di Elsa Schiaparelli. Trascorre il natale con Mick e Bianca Jagger; frequenta il clan di Andy Warhol; è intima di Fred Hughes, storico direttore della Factory, e di Gerard Malanga, assistente del padre della pop art, fotografo e regista. Loulou è una delle giovani regine del mitico Studio 54, ma il richiamo della metropoli londinese si fa sentire: parte e qui partecipa al casting dello scandaloso film Performance di Nicholas Roeg a fianco di Mick Jagger. Qualche tempo più tardi conosce lo stilista Fernando Sanchez e si trasferisce nel suo appartamento di Parigi di Place de Furstenberg, dove avviene uno degli incontri più significativi della sua vita in occasione di uno speciale tea party a base di brioche calde e marijuana. Quel giorno suonano alla porta Betty Catroux, Thadée Klossowski de Rola, scrittore e figlio del pittore Balthus, Pierre Bergé e Yves Saint Laurent. Sarà stato per i suoi tratti che evocano un quadro di Edward Burne-Jones ma senza tragicità, per la sua risata folle, per la vitalità contagiosa, Loulou incanta il couturier. Incantevole ed etera nel suo completo pantalone di Ossie Clark, con una collana di vetro colorato al collo e un foulard annodato sui capelli splendidamente spettinati, Loulou appare magnetica, elegante e raffinata, quintessenza di aplomb aristocratico e di un modernissimo swinging London. Yves la invita a Marrakech, dove strabilia tutti con i suoi look originali, fatti di sarong, turbanti e parei. Non si vergogna di niente e nessuno. Il suo guardaroba è eclettico al punto da sconvolgere i codici vestimentari dell’epoca. Ha le idee chiare su cosa le stia bene e cosa debba bandire. Regola numero uno: meno vestiti possibili, essendo troppo piccola e troppo magra. Via libera, quindi, a pantaloni che allungano la figura, abiti striminziti dall’aria fanciullesca e stivali. Regola numero due: accessori a gogò. Cinture, bracciali, foulard: una cascata da mixare sapientemente con abiti dal gusto vintage.
A distanza di tempo, si comprende come Loulou sia stata l’antesignana del tanto predicato boho look à la Kate Moss. La prima ad avere sperimentato dress code del tutto inediti per l’epoca. Quattro anni dopo il loro incontro, mentre è in Sardegna con l’amica Diane Von Furstenberg, riceve una telefonata di Yves Saint Laurent che le propone di lavorare per lui. Nel 1972 comincia a disegnare la maglieria e gli accessori della maison. Il couturier è rapito dal gusto che possiede nel mixare i colori, dando vita ad abbinamenti del tutto nuovi. Per lui Loulou è un laboratorio di creatività: collane tempestate di jet, amuleti di vetro blu, chokers che sembrano fatti con ciottoli levigati dal mare di Bretagna, voluminosi bangles dorati incrostati di pietre, gli smalti, le lacche cinesi, gli orecchini scenografici e poi gli immancabili turbanti e foulard. Loulou rivela una grande cultura visiva, è disciplinata nel lavoro e instancabile. Immette nella vita del laborioso Yves Saint Laurent un’impronta bohèmienne, sensuale, edonista e gioiosa. Diviene la sua musa, l’ispirazione dietro le collezioni “folk” dei cosacchi russi e delle imperatrici cinesi. E sempre lei è dietro la rivoluzione di genere, che implica l’adozione di codici boyish da parte del côté femminile, per donne che amano sempre di più indossare lo smoking. A lei sono affidate la gestione e la supervisione del backstage delle sfilate ed è lei a essere la confidente del maestro.
Una simbiosi creativa e professionale che diviene un rapporto di stima reciproca, ma, soprattutto, di amicizia. Yves Saint Laurent, infatti, le organizza un indimenticabile party per il secondo matrimonio di Loulou con Thadée Klossowski de Rola presso lo Chalet des Iles, nel Bois de Boulogne, decorandolo come per uno sposalizio indiano. È l’11 giugno 1977: gli invitati, il gotha della società, arrivano a bordo di battelli fioriti, e la sposa, fedele alla sua vena androgina, è vestita da maharaja, con pantaloni sarouel, camicia, giacchino, calze e guanti bianchi, scarpette d’argento, cintura con pompon, una moltitudine di collane, grandi orecchini e in testa un turbante sormontato da una spilla gioiello e da una lunga piuma rossa, che riprende il bouquet di rose scarlatte. Ça va sans dire, tutto YSL Rive Gauche, la linea di prêt-à-porter lanciata dallo stilista. Look total white anche per lo sposo così come per lo stesso couturier. Dopo otto anni Loulou ha una figlia – l’adorata Anna – a cui ovviamente Yves fa da padrino.
La maternità rende Loulou ancora più gioiosa e più consapevole. Finiscono le serate e le uscite notturne e anche l’atmosfera della maison sembra assopirsi. Nel 2002 Yves Saint Laurent decide di ritirarsi dalle scene. Anche Loulou lascia il marchio e si cimenta con una linea di bijoux tutta sua. L’anno dopo apre una boutique. Le sue creazioni rappresentano la quintessenza del suo gusto: lacche colorate, pietre semi preziose, bei materiali, pregiate lavorazioni. Alle collezioni dona nomi poetici - I fiori del male, Sogno di una notte di mezza estate, ecc. - e a ogni pezzo il nome di una località a lei cara: Patmos, Barcellona, Udaipur, Tanger, Bahia. Ama l’antica tecnica Grispois, una lavorazione del vetro molto francese e molto delicata, raffinata e in via d’estinzione. Vende anche abiti, accessori, complementi d’arredo. Disegna gioielli anche per Oscar de La Renta; collabora con Target nell’ideazione di bijoux per tutte le tasche.

Inizia però un periodo nefasto per Loulou: nel 2008 muore Yves Saint Laurent, mentore e amico di una vita; nel 2009 è la volta di sua madre. Nel 2011 Pierre Bergé le affida la direzione artistica della mostra parigina Saint Laurent Rive Gauche, la Révolution de la Mode. Poco dopo, ormai malata, lascia il suo bellissimo atelier, chiude i negozi, abbandona Parigi e si rifugia con la famiglia in Normandia. Il 5 novembre 2011, a soli 63 anni, muore nella casa di campagna a Boury en Vexin, in compagnia del marito e della loro unica figlia Anna. È così, in silenzio, che se ne va una donna “rara” come la definiva il suo maestro. Una donna che ha insegnato l’arte del mix & match, a osare con i colori, a giocare con gli accessori, a non essere mai uguali a se stesse, a esprimere la propria personalità senza temere il giudizio degli altri.

martedì 8 novembre 2016

ART & CULTURE_Gian Paolo Barbieri, una nuova mostra



Nello scenario degli appuntamenti milanesi vi è una data da segnare in agenda: il 23 novembre, giorno in cui inaugurerà la mostra dedicata all’estro fotografico di Gian Paolo Barbieri, una delle firme più autorevoli della fotografia di moda. Ospitata fino al 20 dicembre presso 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano (via San Vittore 13), la rassegna, dal titolo GIAN PAOLO BARBIERI. Occhio, cuore e mente: cinquant’anni di bellezza nella fotografia di moda, ripercorrerà oltre mezzo secolo di carriera di Gian Paolo Barbieri.
Esposti, 40 tra i suoi soggetti più conosciuti, stampe vintage ai sali d’argento e polaroid, oltre ad alcuni scatti inediti.
Celebre per la teatralità dei suoi set, Gian Paolo Barbieri ha saputo rappresentare lo spirito della fotografia di moda, in tutte le sue sfumature, dalla seduzione alla provocazione, dal mito all’eleganza.
Interprete più accreditato del Made in Italy, ha creato campagne fotografiche per maison quali Valentino, Armani, Missoni, Versace, Ferré, Dolce & Gabbana.
Il suo lavoro per le edizioni francesi, americane e tedesche di Vogue, inoltre, lo ha portato a collaborare con stilisti internazionali come Yves Saint Laurent e Vivienne Westwood.
Proprio parlando di lui, Yves Saint Laurent ha affermato che “Gian Paolo Barbieri attraversa l’eleganza sontuosa dei suoi ritratti femminili e delle scene dei quartieri poveri con la stessa anima, lo stesso amore. Un segreto che non appartiene che a lui. Nutro per Gian Paolo una profonda ammirazione, perché lo ritengo un fotografo sensibile, umano e capace di dignitosa partecipazione emotiva”. E ancora, Gianfranco Ferré ha dichiarato “Le immagini di Gian Paolo sono – nell’ordine – occhio, cuore e mente”. Impossibile non citare Giorgio Armani, secondo il quale “Gian Paolo ottiene risultati incredibili, senza lasciarsi prendere la mano dagli effetti. Il suo lieve passo indietro dalla realtà gli permette di trasformarla, innalzandola di registro: l’abito elegante diventa imperiale, l’occhio bello, stupendo, soltanto grazie alle luci e alla scelta del momento giusto”.
Le fotografie per riviste di moda, ritratti in studio, scatti eseguiti durante pause sul set restituiscono un affresco variopinto del mondo della moda nonché la sua dimensione sospesa tra realtà e immaginario.
Il risultato difficile da raggiungere, ma che rappresenta lo stile inconfondibile di Gian Paolo Barbieri, complici le dive e le modelle in posa davanti al suo obiettivo, tra cui Audrey Hepburn, Jerry Hall, Vivienne Westwood, Eva Malstrom, Aly Dunne, Mary Jonasson, Veruschka, Anjelica Huston, le italiane Isa Stoppi, Simonetta Gianfelici, Ivana Bastianello, Monica Bellucci.
L’esposizione, nell’ambito degli eventi in calendario durante il Photo Vogue Festival, è un’occasione imperdibile per ripercorrere quanto di meglio la fotografia ha potuto esprimere nel mondo della moda ed entrare in contatto con un universo di enorme fascino ed eleganza formale.

GIAN PAOLO BARBIERI. Occhio, cuore e mente: cinquant’anni di bellezza nella fotografia di moda
Milano, 29 ARTS IN PROGRESS Gallery - Via San Vittore 13

23 novembre - 20 dicembre 2016
Orari: martedì-sabato, 11.00-19.00 - Altri giorni e orari su appuntamento
Ingresso libero


Informazioni: www.29artsinprogress.com