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mercoledì 18 ottobre 2017

LEISURE_The Open House



Elle Decor Grand Hotel torna a Palazzo Morando, a un anno dal suo debutto, con il progetto-installazione ‘The Open House’ firmato da Antonio Citterio Patricia Viel, studio di architettura di fama internazionale, che vanta realizzazioni fiore all’occhiello nel settore hôtellerie (suoi, infatti, sono il milanese Mandarin Oriental, i Bulgari di Milano, Londra, Bali e Pechino, giusto per citarne qualcuno).
Un allestimento, quello ospitato a Palazzo Morando fino al 22 ottobre, che esplora un concetto di public hotel, buttando l’occhio sulle possibilità e funzioni degli spazi pubblici, ed offre al visitatore una vera e propria esperienza. Negli ultimi tempi, infatti, gli hotel hanno assunto un nuovo ruolo, rendendo fruibile il luogo in cui sorgono vuoi per una colazione di lavoro piuttosto che per un aperitivo o un thè, per una gym session o un pomeriggio alla spa. L’hotel, quindi, come luogo di socialità e non più solo come struttura dedita all’ospitalità alberghiera. Un’evoluzione interessante, che lo porta ad assumere una veste nuova e a creare un’atmosfera accogliente sotto diversi punti di vista.
L’accesso all’installazione avviene dal cortile dove si trova l’Open Bar; si passa quindi nella lounge La Biblioteca per poi entrare nel ristorante, visitare la Wunderkammer con oggetti in vendita e il Flower Market per acquistare un bouquet tailor-made; si attraversa quindi la Spa, dove l’elemento dell’acqua è trasfigurato nel marmo di Lehanneur e nel vetro di de Santillana, per poi sostare negli spazi Wellness, dove si parla della cura del corpo e si giunge al Concept Store. Lungo il percorso, i video di Davide Rapp dedicati ai 4 elementi.

Elle Decor Grand Hotel “The Open House”
Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, Milano
Fino al 22 ottobre 2017

Ingresso libero, 10.00 – 21.00 

venerdì 12 maggio 2017

ART & CULTURE_Hermès Dietro le Quinte



Il privilegio di andare dietro le quinte per ammirare l’eccellenza, l’abilità e la dedizione con cui ogni giorno vengono realizzate creazioni incantevoli. Creazioni incantevoli che parlano di eleganza, storia e lusso se si chiamano Hermès. Non si tratta di un sogno né, tantomeno, di un semplice sforzo immaginifico. Tutto ciò si può contemplare in occasione del Festival itinerante “Hermès Dietro le Quinte”, che fino al 17 maggio fa tappa a Milano alla Pelota (via Palermo 10) dopo Seattle, Parigi e Tokyo.
1100 mq ospitano l’eccellenza della maison: 10 mastri artigiani, 10 singoli savoir-faire, che lavorano negli atelier, dando vita a oggetti unici nel loro genere, icone di uno stile di vita che guarda alla bellezza autentica. Un appuntamento imperdibile. Un incontro diretto tra il pubblico e coloro che, partendo da materie grezze, creano un sogno con passione, dedizione e abilità. Sarà possibile vederli all’opera mentre maneggiano i loro attrezzi e parlare con essi, capendo i segreti della loro arte e le tecniche di lavorazione.
Inoltre, grazie alla realtà virtuale di un filmato a 360°, i visitatori potranno scoprire l’eccellenza dei maestri artigiani della cristalleria Saint-Louis, maison fondata nel 1586 e acquisita da Hermès nel 1989.
A corollario, un’aula-cinema a disposizione dei visitatori interessati ad approfondire il tema dell’artigianato con la visione del documentario  “Les Mains d’Hermès”.
Un appuntamento che celebra l’artigianato nella sua vocazione autentica e consente al pubblico di capirne l’effettivo significato. Un viaggio nel tempo e nello spazio sulle note di uno stile e un’eleganza senza eguali, che ha reso semplici oggetti vere e proprie icone, portatrici di valori e significati. Un’esperienza emozionale che pone al centro dell’attenzione il lusso firmato Hermès: un lusso che sa di storia, arte e cultura; che affonda nell’autenticità il valore della sua anima.

Hermès Dietro le Quinte
La Pelota Via Palermo, 10 Milano
Fino al 17 maggio
Ingresso libero h. 11.00 – 19.00 

mercoledì 1 marzo 2017

LEISURE_Riva 1920 per Automobili Lamborghini



In occasione del Salone del Mobile Riva 1920 lancia una nuova collezione di arredi in collaborazione con Automobili Lamborghini.
Comprensiva di scrivania, libreria, sedia, tavolo e divano la collezione si caratterizza per linee sinuose ed eleganti in grado di stupire per la fattura e per il pregio dei materiali utilizzati, naturali ed autentici come legno massello di noce e cuoio di colore nero.
Contraddistinta da straordinaria cura per i dettagli da cui emerge la sapienza delle lavorazioni artigianali come il cassetto a coda di rondine, i curvati scavati nel massello, le applicazioni in cuoietto, le finiture a base di olio e cera naturale.
Tradizione, innovazione, eccellenza questi i requisiti alla base degli standard produttivi.
L’intera collezione è a firma di Karim Rashid, figura di spicco a livello internazionale, che grazie alla sua particolare cifra stilistica ha saputo fondere insieme il mondo di Riva 1920 e di Lamborghini. 

Descrizione dei prodotti in anteprima
Scrivania: caratterizzata da linee morbide e sinuose si compone di un piano d’appoggio in legno massello e frontali rivestiti di cuoietto. Dotata di pratica cassettiera composta da tre cassetti assemblati con incastri a coda di rondine e scanso laterale per apertura.
Libreria: realizzata in legno massello, si caratterizza per montanti asimmetrici in multistrato curvato e sagomato rivestiti in cuoio nei quali si innestano 6 mensole in legno massello di noce, spessore 5cm.
Finitura: a base di olio/cera naturale di origine vegetale con estratti di pino.


Lamborghini Automobili
Produciamo super sportive capaci di fare sognare, molte sono diventate icone, tutte incarnano valori che vanno oltre la pura funzionalità della vettura, da sempre.
Siamo italiani, ricerchiamo l’eccellenza e crediamo che il nostro DNA possa essere interpretato in ogni contesto, per creare opere senza tempo.
Siamo però consapevoli che la condivisione dei nostri valori e l’esperienza specifica siano indispensabili per mantenere la forza del nostro marchio quando è traslato in altri settori.
Sono queste le premesse che ci guidano quando scegliamo le collaborazioni.
Ricerchiamo solo partner che facciano dell’unicità e della qualità la propria mission a garanzia di un prodotto esclusivo ed autentico.
Riva 1920 condivide i caratteri distintivi della filosofia Lamborghini: design, innovazione, tecnologia all’avanguardia, emozione, cura dei dettagli ma anche l’aver radici nella tradizione. Si distingue per l’uso di legnami pregiati e sostenibili, l’impiego di finiture ad olio e cera naturale, il design d’autore.
Il risultato è una selezione di arredi di ispirazione Lamborghini, frutto dell’incontro tra due brand che uniscono eccellenza e passione.

Karim Rashid Statement
Visitare la sede e le unità produttive di Riva1920 e di Lamborghini è stata davvero utile alla mia ispirazione. Vedere l’arte della robotica, meticolosamente combinata con il lavoro artigianale mi ha davvero colpito ed è stato un passaggio fondamentale per l’ideazione della linea di arredi. L'Italia è una mescolanza di idee senza fine, concetti, truismo, artigianato manuale e produzione all’avanguardia. L’Italia ha compreso la centralità del design già 75 anni fa, molto prima che il resto mondo ne riconoscesse il ruolo fondamentale. Senza aziende come Riva1920 e Lamborghini il design non sarebbe mai diventato così diffuso, onnipresente, sperimentale ma sempre di altissima qualità. Entrambe le aziende sono mosse da una grande passione e da una costante ricerca in favore dell’innovazione e della bellezza, da qui ho tratto la mia ispirazione e mi sono concentrato su una collezione semplice, minimalista ma pur sempre sensuale. La collezione di mobili ricalca la qualità senza tempo di Riva 1920 con accenni alle forme aerodinamiche delle vetture Lamborghini e alla loro bellezza progressista e straordinaria allo stesso tempo.

Si possono vedere un senso di fluidità e una fusione di forme organiche e pure, senza mai sacrificare il comfort.

giovedì 30 giugno 2016

ABOUT_La Kelly di Hermès


Nata nel secolo scorso, in concomitanza con la fondazione della Maison Hermès, come borsa porta sella per i cavalieri che partecipano alle battute di caccia, soltanto nel 1930 si carica di una nuova anima, diventando – con un formato sensibilmente ridotto - una delle borsette da donna per antonomasia. Un successo annunciato che negli anni ’50 la porta a divenire un must della Maison, riconoscibile dall’inconfondibile chiusura a battente con “serratura”. Nel 1955 il battesimo con il nome della diva che l’ha resa famosa: Grace Kelly, principessa di Monaco, incinta della primogenita Caroline, la utilizza per nascondere la gravidanza ai fotografi. Immortalata su tutti i giornali, la borsa da quel momento diviene “la Kelly”. Declinata nelle nuance più tradizionali come nero, marrone, blu e bordeaux, negli anni ’80 comincia a colorarsi anche delle tinte più vivaci quali giallo, rosso, verde smeraldo e blu zaffiro. Oggi esiste in tre modelli – rigida, morbida e morbidissima – e in vari tipi di pelle (vitello, cinghiale, lucertola, struzzo, coccodrillo). Comprarla rappresenta una vera e propria esperienza d’acquisto di lusso. Le boutique Hermès, infatti, ricevono ogni stagione soltanto poche borse da vendere ai clienti che entrano in negozio (un po’ come un ristorante di livello che tiene sempre libero un tavolo per i clienti che dovessero passare di lì senza aver prenotato). In generale, quindi, se si desidera acquistarla, è necessario ordinarla, anche – e in virtù  delle infinite personalizzazioni che possono essere apportate. I modelli esposti, pertanto, sono meri campioni, utili per agevolare il cliente nella scelta del modello da ordinare. In prima istanza, si può scegliere il materiale di realizzazione così come quello delle parti metalliche (per i clienti più esigenti ci si può spingere sino all’argento, all’oro o ai diamanti incastonati); si può inoltre decidere se si vogliono le cuciture interne o a vista. Ogni Kelly, quindi, è diversa da un’altra in considerazione del semplice fatto che si tratta di una borsa nata da una precisa quanto personale idea. Per realizzarne una di dimensioni medie ci vogliono dalle 15 alle 16 ore, mentre per le più grandi da 25 a 30: un tempo inestimabile in cui l’esperienza e l’artigianalità dei malletiers Hermès prendono vita cucitura dopo cucitura.
Nel caso di materiali pregiati, come il rettile, la procedura di lavoro subisce una dilatazione dovuta alla primordiale fase di controllo delle pelli: tre o quattro uomini le passano in rassegna, stendendole su un tavolo per individuarne i difetti e, successivamente, tagliano le forme per le borse (in  questo caso, a differenza degli altri materiali, non si utilizza la pressa). Gli artigiani Hermès lavorano con tre tipi di pelli di rettile: due di coccodrillo e una di alligatore. Quella più delicata – e quindi costosa – è quella del Crocodylus porosus dell’Australia: ha scaglie quadrate al centro del ventre e quattro o cinque file di scaglie rotonde verso i fianchi. Vi è poi il Crododylus niloticus dello Zimbabwe, con scaglie più grandi al centro e due file di grosse scaglie rotonde sui fianchi. Il terzo è l’Alligator mississippiensis, che arriva da un allevamento di proprietà della Maison in Florida. Ha piccole scaglie rettangolari al centro e scaglie più piccine di forma ovale ai lati. In media, ogni Kelly, richiede l’utilizzo di tre pelli di cui si utilizza la parte morbida che si trova nella zona inferiore del corpo dell’animale, evitando quella della schiena che è ruvida e sfregiata. La pelle del ventre si utilizza per i lati e il risvolto, la parte interna della coda, che ha scaglie più grandi, per il fondo e i lati o per il soffietto. Per preservare la naturalezza, le pelli non vengono verniciate ma semplicemente lucidate sfregandovi sopra pezzetti d’agata: ne consegue che le borse non sono impermeabili. Una volta tagliate, le pelli vengono adagiate su un vassoio di plastica insieme a cerniere, chiusure, pezzi metallici, fodera e tutto ciò che serve per confezionare il prodotto finale. Ogni vassoio viene poi passato a un altro artigiano che provvede a costruire interamente la borsa, lavorando su tre articoli contemporaneamente: stesso modello, stessa dimensione, stessi materiali. La borsa viene costruita a partire dall’interno: la prima cosa che si utilizza è la griffe - uno strumento in metallo fatto a mano che somiglia a un pettine africano con i denti appuntiti – che viene premuta leggermente sui bordi della pelle per segnare l’area dove viene effettuata la cucitura a mano (solo la cerniera e l’interno delle tasche, infatti, vengono cuciti a macchina). L’artigiano inserisce poi un pezzo di cuoio duro tra l’esterno e la fodera, in modo da rendere la borsa più solida e rigida.
La Kelly è disponibile in due versioni: il modello sellier, con le cuciture a vista, e il modello retourner, con le cuciture all’interno. Gli orli di quest’ultima sono profilati, di solito nello stesso colore della borsa. La profilatura si realizza avvolgendo un cordoncino di cuoio nella pelle e tenendo poi insieme il tutto con un po’ di colla. Nel complesso, una borsa contiene otto strati di pelle: quella esterna, il cuoio e la fodera per ogni lato, oltre ai due orli delle profilature. Il risvolto, invece, è la continuazione del retro della borsa. Gli artigiani cuciono a mano tutte le parti in pelle con un classico punto sella, utilizzando due aghi e un filo lunghissimo, in modo da poter cucire insieme tutti i pezzi senza fare nodi. Il filo di lino, che arriva dalla Francia, è antistrappo e non si logora nel momento in cui viene fatto passare attraverso la pelle. Per renderlo resistente, impermeabile e morbido, lo si tratta con cera d’api. È sempre in tinta con la pelle, a meno che non si tratti di pelle dorata o naturale: in quei casi, si utilizza un filo bianco. L’artigiano tiene insieme le pelli con un morsetto di legno, in modo da avere le mani totalmente libere; buca le tracce lasciate dai denti della griffe con un punteruolo, facendo in modo di penetrare tutti gli strati della pelle; poi infila un ago in una direzione e un ago nell’altra, tira fino a stringere il punto e procede con il successivo. All’inizio e alla fine di ogni cucitura esegue tre doppi nodi, per evitare che possa scucirsi. Una volta completata, la cucitura viene appiattita con un martello di plastica e gli orli lisciati, smerigliati e lucidati in modo da sembrare un unico pezzo. Il manico è composto da sei strati di pelle e viene messo in forma dall’artigiano: per fare ogni manico ci vogliono fino alle tre ore e mezza e, se questo non è perfetto, nemmeno la borsa lo è. Quanto l’interno e l’esterno della borsa sono pronti, l’artigiano li assembla e aggiunge le parti metalliche con un metodo tutto speciale, detto “perlaggio: si appoggiano la chiusura sulla parte esterna e un sostegno metallico sull’interno; poi, dall’interno, s’infila un chiodo attraverso ciascuno dei buchi che si trovano sui quattro angoli e si taglia la parte di chiodo in eccedenza, lasciandone solo un pezzetto. Successivamente, l’artigiano prende uno strumento speciale, simile a un punteruolo, ma con la punta leggermente concava, e, con delicatezza, lo preme ruotando il polso sul pezzetto sporgente, fino a ridurlo a una sorta di perlina rotonda. Ogni parte metallica ha 4 perline – una in ogni angolo – tutte della stessa forma. Le parti metalliche vengono poi ricoperte con una sottile pellicola di plastica per evitare che si graffino. A questo punto l’artigiano rivolta la borsa e la stira per metterla in forma. Nel caso della pelle in coccodrillo, si stira scaglia per scaglia vista la sua naturale delicatezza. Si fa passare infine un ferro sottile e caldissimo tra le cuciture per pulirle e definire i bordi. Quando la borsa è finita, un supervisore la controlla per assicurarsi che le cuciture siano simmetriche e le perline ben fatte, che la chiusura funzioni, la forma sia perfetta e la superficie priva di difetti. Se il supervisore la approva, sulla Kelly – in corrispondenza della fibbia di pelle - viene impresso un marchio che identifica l’artigiano, l’anno e il laboratorio. Viene poi infilata nel classico sacchetto arancione di feltro e spedita al reparto logistica per essere controllata una seconda volta. Se passa anche questo controllo, viene avvolta in carta velina, inscatolata e spedita al negozio, pronta per essere consegnata al cliente che l’ha ordinata.
La Kelly, ma più in generale le borse di Hermès, rappresentano l’antitesi della borsa del momento. Molti modelli sono rimasti invariati per quasi un secolo e ciononostante rimangono ambiti: una constatazione che denota come non subiscano la moda, ma, al contrario, si spingano oltre. Non ostentano loghi, fiere del fatto che siano già sufficientemente riconoscibili di per sé. Trasmettono un messaggio di nobiltà e raffinatezza, a prescindere dal braccio che le sostiene. Nel mondo del lusso, quindi, sono i più discreti tra i simboli di ricchezza e potere.

Una borsa Hermès, in altre parole, è la quintessenza di quello che era un tempo il lusso e che oggigiorno non è più: maestria, cultura, abilità, esperienza, disinvoltura, pacatezza.

mercoledì 22 giugno 2016

ABOUT_Lusso e dintorni



“Lusso: s.m. (dal lat. luxus, -us, sovrabbondanza, eccesso nel modo di vivere). Sfoggio di ricchezza, di sfarzo, di magnificenza; tendenza (anche abituale, come tenore di vita) a spese superflue, incontrollate, per l’acquisto e l’uso di oggetti che, o per la qualità o per l’ornamentazione, non hanno un’utilità corrispondete al loro prezzo e sono volti a soddisfare l’ambizione e la vanità più che un reale bisogno”. Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce lusso, un fenomeno che dalla definizione stessa appare fortemente legato al contesto sociale e culturale di un’epoca: probabilmente, infatti, se negli anni ’50 era un lusso possedere un’automobile, oggi questo non lo è più, avendo lasciato il posto piuttosto al modello di supercar posseduto…questo sì che fa lusso. Si tratta quindi di un concetto mutevole e che tuttavia, denigratori compresi, ha sempre affascinato l’umanità, rappresentando modi e oggetti di vita da desiderare e a cui ambire, visibili e riconoscibili da chiunque. Una sorta di formulario le cui diciture sono risuonate per l’uomo, nel corso dei tempi, una specie di distinzione: se le rispetti entri di diritto nell’universo lusso, altrimenti ne resti fuori. A ben guardare, da ciò scaturisce una divisione della società al proprio interno: ecco perché probabilmente è idolatrato dai suoi sostenitori, che lo interpretano come una molla propulsiva per il progresso nonché come un’importante industria, e denigrato dai suoi detrattori, che lo vivono come uno smacco morale o, peggio ancora, un indebolimento. Un desiderio, quello dell’uomo, di dimostrare il suo grado di benessere e prestigio, diffuso sin dagli antichi egizi che si facevano tumulare con tanto di gioielli, suppellettili, armi e a volte mezzi di locomozione: tutti quegli oggetti, in altre parole, che in vita li avevano accompagnati nella loro scalata sociale, testimoniandone visibilmente l’ascesa graduale. Una voglia di grandeur che ancora oggi ci accompagna - forse non fino alla tomba - condizionando le nostre scelte. Connesso alla moda, però, spesso e volentieri viene snaturalizzato della purezza del suo significato, venendo associato a oggetti inondati di loghi in caratteri cubitali nel tentativo di far comprendere appieno di quale maison siano i capi e gli accessori indossati: un’ostentazione alquanto gridata che risulta nettamente in contrasto con una sussurrata esaltazione di raffinatezza quale è in realtà il lusso. Perché sì, con lusso si intende proprio un prodotto di altissima qualità, realizzato artigianalmente, nel rispetto delle più nobili tecniche produttive, con l’utilizzo di pregiati materiali e un culto meticoloso dei dettagli. Non è un logo gridato né un eccesso provocatorio ad ogni costo, bensì un bell’oggetto o, altresì, potersi permettere lo stile di vita che più piace. Il lusso è pertanto qualcosa di evocato ed accennato, che emoziona e non aggredisce, che suggella l’armonia di un’atmosfera che attiene intimamente a un vero e proprio modo di vivere. Il tutto girando al largo dalla volgarità di cui ne è addirittura il contrario, come asserisce madame Chanel. Accedere al lusso non è semplice e non solo per i prezzi spesso alla portata non proprio di tutti: ci vuole una vera e propria predisposizione mentale. Il lusso deve essere sognato e non perché se ne sente il bisogno, bensì perché rappresenta uno stile in perfetta sintonia con la nostra persona e a cui ambire…necessario quindi un percorso propedeutico che educhi a questo universo, infondendone la magia dello spirito. In virtù delle sue caratteristiche intrinseche, il lusso si colora di una sfumatura eterna: ha una storia, che conferisce prestigio, e soprattutto un futuro, che infonde uno slancio avantgarde. Esula dal campo degli oggetti alla moda che hanno letteralmente il tempo di una stagione. Riassume in sé tradizione e progresso e non è affatto democratico come spesso ultimamente molti si ostinano ad affermare: se fosse per tutti che lusso sarebbe? (sulle orme di un interrogativo ormai celebre posto da un lussuosissimo Tom Ford…). È per pochi, è qualcosa di limitato: ecco perché le famose limited edition godono sempre di un senso di lusso innato. Disponibili in nei numeri e per poco tempo…più élitario di così. Impossibile non notare quindi come trascenda dai bisogni meramente funzionali e si spinga oltre. Ma in questo modo giunge a conquistare una sfera di noi stessi che esula anche da quelli che sono i nostri desideri più reconditi, approdando a quella dimensione che profuma di sogno. Lambisce quindi il nostro intimo, soddisfa un piacere segreto e  appaga l’edonismo. Il lusso è quindi per noi stessi in prima istanza e soltanto dopo si connota delle varie e possibili implicazioni sociali e culturali. Il lusso per antonomasia diviene sinonimo di personalità, un bene che non si può comprare e che cristallizza lo stile e il lifestyle. Sicuramente una cornice amena aiuta e rende tutto più armonico. Non si cada però nell’errore di ritenere che quest’ultima sia la sola condizione necessaria: imprescindibile è la nostra naturale propensione ad assaporare e vivere il sogno. Un’inclinazione che fortunatamente non ha prezzo, rivelandosi quindi, in un certo qual modo, la cosa più lussuosa che si possa sognare di avere. Lusso inteso quindi come carattere, con un pizzico di magia. Con l’obbligo di non fossilizzarsi sulla questione e godersi la “conquista” di questo universo su invito.

mercoledì 1 giugno 2016

ART & CULTURE_City After the City



Fino al 12 settembre la Triennale di Milano è esposizione internazionale. In particolare, ospita la XXI Esposizione Internazionale dal titolo “21st Century. Design After Design”, dislocata in 12 sedi diverse, per un totale di 20 mostre: un modo per conoscere ed esplorare il mondo dell’arte e della cultura e, indirettamente, vivere la città di Milano. Molti gli appuntamenti in programma – dagli eventi ai festival, dalle esposizioni ai convegni - che ambiscono non tanto a dare visioni sul futuro, bensì cercano di decodificare il nuovo millennio, individuandone i cambiamenti che coinvolgono l’idea stessa di progettualità.
In particolare, al centro della riflessione sul futuro dell’urbanistica del XXI secolo, vi è il concetto che la città debba oltrepassare la combinazione di valori e motivazioni che la costituiscono attualmente. Questo il fil rouge che accomuna il gruppo di mostre dl titolo “City After The City”, ospitate nell’area di Expo Milano 2015, che per l’occasione è diventata Experience.
“City After The City” – un vero e proprio necklace of exhibitions – presenta una successione di situazioni rappresentative delle aspirazioni per una città diversa senza cadere nella nostalgia di una mitica città ideale e senza pretendere di raggiungere il luogo del radicamento nelle proprie origini.
“City after the city” indaga i sintomi di una tendenza planetaria all’andare oltre la città convenzionale, sintomi presentati al grande pubblico con metodi espositivi adeguati.
Nei due padiglioni del sito Expo prospicienti la piazza di ingresso al Cardo dalla passerella di Cascina Merlata, è allestito l’ambiente di “City After the City” con le mostre:

Lanscape Urbanism
A cura di
Gaia Piccarolo
Una trama narrativa inedita e una grande videoproiezione, accompagnano il visitatore in un paesaggio fatto di immagini e suoni. Un affresco ibrido fatto di rappresentazioni e prefigurazioni urbane, vedute panoramiche e progetti recenti, immergono il visitatore in un paesaggio visivo e sonoro evocativo di un nuovo orizzonte.

Urban Orchard
A cura di
Maite Garcia Sanchis
“Urban Orchard” mette in mostra l’immagine dei movimenti degli orti urbani a partire da una documentazione eterogenea. L’allestimento prevede 25 tavoli sui quali vengono disposti i materiali come in un archivio aperto. Ogni tavolo racconta un episodio particolare, un fatto artistico o un progetto attraverso riproduzioni, originali e oggetti.

Expanded Housing
A cura di
Matteo Vercelloni
La mostra è formata dalla selezione di una serie di prodotti d’arredo di varia scala e natura, di aziende italiane e internazionali. I pezzi, in bilico tra microarchitettura e pezzi di design, sono stati selezionati per la lorocapacità nel “generare spazio” al di là dalla loro collocazione e alludono a un’idea dell’abitare esterno, nei diversi paesaggi e nella natura che ci circondano.

People in Motion
A cura di
Michele Nastasi
La mostra è suddivisa in tre sezioni. La prima è dedicata alle Mappe di Ali-ghiero Boetti, i celebri planisferi che l’artista faceva tessere e ricamare in Afghanistan e che assumono qui la valenza di un programmatico scambio di culture e identità, in un mondo in cui i confini e le bandiere sono in continuo mutamento. La seconda sezione è dedicata al dramma delle migrazioni e degli esodi che avviene oggi quotidianamente via mare e via terra, rappresentato nella forma di una narrazione visiva realizzata con fotografie di attualità di grande valore iconico. Ad esse sono accostate le immagini di altre sofferenze e lotte, per ribadire la continuità nella storia. La terza presenta le immagini di tre campi profughi in Africa e in Medio Oriente, nei quali è in corso o è già avvenuto il passaggio dal campo alla città.

Street Art
A cura di
Nina Bassoli
La Street art, diffusa nelle metropoli di tutto il mondo, risveglia un’attenzione speciale nei confronti della comunicazione sociale e visiva della strada. Per la sua natura effimera e fenomenologica la Street art è una lente privilegiata attraverso cui osservare le dinamiche vitali della città contemporanea.  Il layout della mostra riconduce ogni immagine all’oggetto di un poster, strumento tipico della comunicazione della strada, per comporre la loro varietà in un collage a più layer che si compone “dal vivo” durante la mostra. I poster, sovrapposti uno sull’altro attraverso un’azione-performance esprimono il continuo movimento della pelle della città, che cambia il proprio volto al contatto con gli interventi e con l’interazione da parte degli abitanti.

A corollario, l’Orto Planetario, un’installazione posta tra i padiglioni che ospitano le mostre. Novemila piante tra  specie di ogni genere, varietà cerealicole particolari, ortaggi ed erbe aromatiche, che saranno sostituite ogni mese e mezzo, in modo da rispettare i loro cicli vitali. Un’idea nata dall’architetto Pierluigi Nicolin e sviluppata dall’architetto paesaggista Maria Teresa D’Agostino. L’orto misura 1130 metri quadrati e si sviluppa su un’area di 3mila metri quadrati totali con, al centro, una vasca di fito-depurazione con tanto di  giardino acquatico. L’ingresso è costituito da un prato con alcuni platani: una sorta di percorso iniziatico alle esposizioni.

City After The City
Fino al 12 settembre 2016

Area Expo, Milano