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mercoledì 4 ottobre 2017

ART & CULTURE_Apre a Parigi il museo dedicato a Yves Saint Laurent



Un omaggio doveroso a uno dei più grandi couturier al mondo. A colui che ha stravolto i codici vestimentari femminili, introducendo capi iconici come la sahariana e lo smoking e attingendo al guardaroba maschile per generare commistioni di genere uniche e inimitabili, divenute dei punti di riferimento dell’espressione stilistica delle donne. A lui, a Monsieur Yves Saint Laurent, Parigi dedica un museo, fortemente voluto e sostenuto da Pierre Bergé, compagno e socio dello stilista recentemente scomparso. Un tributo che, il prossimo 9 ottobre, sarà seguito dall’apertura di un secondo museo a Marrakech, altra città cara al couturier sia dal punto di vista professionale che personale per visioni, ispirazioni, spunti creativi.  
L’allestimento è stato studiato pensando a Yves Saint Laurent, su specifica indicazione di Pierre Bergé. Tutto – arredi, complementi, atmosfera – rimanda allo stilista, alla sua anima, al suo cuore, al suo lavoro. In ogni angolo è possibile respirarne la persona. Ospitato in Avenue Marceau, nel palazzo sede storica dell’atelier, il museo non si limita quindi a esporre le creazioni, ma consente al visitatore di calarsi nel clima che circondava Monsieur Saint Laurent: un clima fatto di commistioni di genere e culture, di ispirazioni provenienti da luoghi lontani, di visioni che spaziavano nel tempo e nei luoghi, spingendo la moda aldilà della semplice apparenza fino al punto di rilevarne l’essenza autentica.
Tutto ciò incornicia una collezione senza eguali nell’haute couture, maestosa e stupefacente: cinquemila abiti di alta moda, quindicimila accessori, un’infinità di schizzi, fotografie, schede tecniche e oggetti vari che vanno dal 1961 al 2002.
Un viaggio nel mondo di Yves Saint Laurent, che ne ripercorre la carriera, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza unica, emozionante e immersiva. Per estimatori ma non solo: perché visitare questo museo è un po’ come calarsi negli anni in cui il couturier ha lavorato, vivendone le peculiarità, le tendenze, le evoluzioni. Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista culturale e personale e consente di andare oltre il significato esplicito delle cose, indagandone la natura più nascosta e arrivando al cuore. Un cuore che continua a battere ancora oggi nel momento in cui si parla di Yves Saint Laurent.


Musée Yves Saint Laurent 
5 Avenue Marceau, 75116 Parigi
https://museeyslparis.com/en/

lunedì 16 gennaio 2017

PEOPLE_Loulou de La Falaise



Quando oggi indossiamo blazer e pantaloni di seta, in testa osiamo un turbante, al polso facciamo tintinnare una miriade di bracciali etnici e giochiamo col color block, è a Loulou de La Falaise (all’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette Le Bailly de La Falaise) che ci rifacciamo, per trent’anni ispiratrice e collaboratrice di Yves Saint Laurent, icona e regina della scena parigina più mondana.
Alchimia di nobili radici irlandesi, raffinate genie francesi ed eccentricità britanniche, aveva un’allure unica: sottile come un foglio di carta, con i suoi boccoli rosso tiziano e gli occhi grandissimi spalancati sul mondo, maschera con atteggiamenti da garçonne la sua innata timidezza, sviluppando un’iconica magnitudine e, al contempo, un’inafferrabile ambiguità.
Un’androginia di cui Loulou era consapevole e fiera, tanto da saperla dosare sapientemente (non usciva mai senza tacchi) e forse eredità della bisnonna Vavarina Pike, che era solita stupire gli abitanti della sua cittadina irlandese indossando cardigan e fedora comprati nei reparti rigorosamente maschili dei department store londinesi. Ma Lady Pike non era l’unica a caratterizzare una genealogia costellata di stile. La nonna, Lady Rhoda Birley, moglie del ritrattista prediletto di Queen Mary, Sir Oswald Birley, era una donna d’innata bellezza, con la passione per il giardinaggio, la botanica e le arti. La madre, Maxime Birley, musa di Elsa Schiaparelli, Jacques Fath e Paquin, era per Cecil Beaton l’unica inglese davvero chic. Nel 1946 sposa l’aristocratico francese, scrittore e intellettuale, conte Alain de Bailly de La Falaise: due anni dopo nasce Loulou e l’anno successivo il secondo figlio Alexis. Il matrimonio, però, ha vita breve: accusata di tradimento, Maxime decide di divorziare, perdendo ogni diritto sui figli. Loulou e suo fratello crescono in una cattolicissima famiglia d’affido in provincia, a Seine-et-Marne. Per Loulou è un periodo difficile, al quale trova rimedio con l’immaginazione e la forza evasiva da essa sviluppata. Proprio in questi anni impara a rispondere alle difficoltà della vita con una risata, facendo finta che tutto vada bene. Con eleganza traveste il suo coraggio in indifferenza; diventa impermeabile e inizia il suo pellegrinaggio in vari istituti: le medie in Inghilterra, il liceo francese a New York, fino a terminare gli studi in collegio a Gstaad. Adolescente, ritorna a Londra, dandosi a una vita da vera socialite aristochic, complice lo zio Mark Birley, patron del night club Annabel’s di Berkeley Square, mecca delle star del rock e della moda. Alla fine degli anni ’60, decide di seguire la madre, che si è risposata col curatore del Met, a New York. Qui conosce Diana Vreeland, storico direttore di Vogue America, che se ne innamora: in men che non si dica fa la sua comparsa sulle pagine della rivista, fotografata da Richard Avedon e Helmut Newton. Tuttavia, quella della modella non è la sua strada, essendo troppo magra e petite come si definiva lei stessa. Ha più successo, infatti, come designer di tessuti per Halston, stilista di cui è amica.
Nel 1966, quasi per gioco, sposa l’aristocratico inglese Desmond FitzGerald, ma l’unione naufraga dopo poco tempo. Torna a New York dove divide l’appartamento con Berry Berenson, sorella di Marisa e nipote di Elsa Schiaparelli. Trascorre il natale con Mick e Bianca Jagger; frequenta il clan di Andy Warhol; è intima di Fred Hughes, storico direttore della Factory, e di Gerard Malanga, assistente del padre della pop art, fotografo e regista. Loulou è una delle giovani regine del mitico Studio 54, ma il richiamo della metropoli londinese si fa sentire: parte e qui partecipa al casting dello scandaloso film Performance di Nicholas Roeg a fianco di Mick Jagger. Qualche tempo più tardi conosce lo stilista Fernando Sanchez e si trasferisce nel suo appartamento di Parigi di Place de Furstenberg, dove avviene uno degli incontri più significativi della sua vita in occasione di uno speciale tea party a base di brioche calde e marijuana. Quel giorno suonano alla porta Betty Catroux, Thadée Klossowski de Rola, scrittore e figlio del pittore Balthus, Pierre Bergé e Yves Saint Laurent. Sarà stato per i suoi tratti che evocano un quadro di Edward Burne-Jones ma senza tragicità, per la sua risata folle, per la vitalità contagiosa, Loulou incanta il couturier. Incantevole ed etera nel suo completo pantalone di Ossie Clark, con una collana di vetro colorato al collo e un foulard annodato sui capelli splendidamente spettinati, Loulou appare magnetica, elegante e raffinata, quintessenza di aplomb aristocratico e di un modernissimo swinging London. Yves la invita a Marrakech, dove strabilia tutti con i suoi look originali, fatti di sarong, turbanti e parei. Non si vergogna di niente e nessuno. Il suo guardaroba è eclettico al punto da sconvolgere i codici vestimentari dell’epoca. Ha le idee chiare su cosa le stia bene e cosa debba bandire. Regola numero uno: meno vestiti possibili, essendo troppo piccola e troppo magra. Via libera, quindi, a pantaloni che allungano la figura, abiti striminziti dall’aria fanciullesca e stivali. Regola numero due: accessori a gogò. Cinture, bracciali, foulard: una cascata da mixare sapientemente con abiti dal gusto vintage.
A distanza di tempo, si comprende come Loulou sia stata l’antesignana del tanto predicato boho look à la Kate Moss. La prima ad avere sperimentato dress code del tutto inediti per l’epoca. Quattro anni dopo il loro incontro, mentre è in Sardegna con l’amica Diane Von Furstenberg, riceve una telefonata di Yves Saint Laurent che le propone di lavorare per lui. Nel 1972 comincia a disegnare la maglieria e gli accessori della maison. Il couturier è rapito dal gusto che possiede nel mixare i colori, dando vita ad abbinamenti del tutto nuovi. Per lui Loulou è un laboratorio di creatività: collane tempestate di jet, amuleti di vetro blu, chokers che sembrano fatti con ciottoli levigati dal mare di Bretagna, voluminosi bangles dorati incrostati di pietre, gli smalti, le lacche cinesi, gli orecchini scenografici e poi gli immancabili turbanti e foulard. Loulou rivela una grande cultura visiva, è disciplinata nel lavoro e instancabile. Immette nella vita del laborioso Yves Saint Laurent un’impronta bohèmienne, sensuale, edonista e gioiosa. Diviene la sua musa, l’ispirazione dietro le collezioni “folk” dei cosacchi russi e delle imperatrici cinesi. E sempre lei è dietro la rivoluzione di genere, che implica l’adozione di codici boyish da parte del côté femminile, per donne che amano sempre di più indossare lo smoking. A lei sono affidate la gestione e la supervisione del backstage delle sfilate ed è lei a essere la confidente del maestro.
Una simbiosi creativa e professionale che diviene un rapporto di stima reciproca, ma, soprattutto, di amicizia. Yves Saint Laurent, infatti, le organizza un indimenticabile party per il secondo matrimonio di Loulou con Thadée Klossowski de Rola presso lo Chalet des Iles, nel Bois de Boulogne, decorandolo come per uno sposalizio indiano. È l’11 giugno 1977: gli invitati, il gotha della società, arrivano a bordo di battelli fioriti, e la sposa, fedele alla sua vena androgina, è vestita da maharaja, con pantaloni sarouel, camicia, giacchino, calze e guanti bianchi, scarpette d’argento, cintura con pompon, una moltitudine di collane, grandi orecchini e in testa un turbante sormontato da una spilla gioiello e da una lunga piuma rossa, che riprende il bouquet di rose scarlatte. Ça va sans dire, tutto YSL Rive Gauche, la linea di prêt-à-porter lanciata dallo stilista. Look total white anche per lo sposo così come per lo stesso couturier. Dopo otto anni Loulou ha una figlia – l’adorata Anna – a cui ovviamente Yves fa da padrino.
La maternità rende Loulou ancora più gioiosa e più consapevole. Finiscono le serate e le uscite notturne e anche l’atmosfera della maison sembra assopirsi. Nel 2002 Yves Saint Laurent decide di ritirarsi dalle scene. Anche Loulou lascia il marchio e si cimenta con una linea di bijoux tutta sua. L’anno dopo apre una boutique. Le sue creazioni rappresentano la quintessenza del suo gusto: lacche colorate, pietre semi preziose, bei materiali, pregiate lavorazioni. Alle collezioni dona nomi poetici - I fiori del male, Sogno di una notte di mezza estate, ecc. - e a ogni pezzo il nome di una località a lei cara: Patmos, Barcellona, Udaipur, Tanger, Bahia. Ama l’antica tecnica Grispois, una lavorazione del vetro molto francese e molto delicata, raffinata e in via d’estinzione. Vende anche abiti, accessori, complementi d’arredo. Disegna gioielli anche per Oscar de La Renta; collabora con Target nell’ideazione di bijoux per tutte le tasche.

Inizia però un periodo nefasto per Loulou: nel 2008 muore Yves Saint Laurent, mentore e amico di una vita; nel 2009 è la volta di sua madre. Nel 2011 Pierre Bergé le affida la direzione artistica della mostra parigina Saint Laurent Rive Gauche, la Révolution de la Mode. Poco dopo, ormai malata, lascia il suo bellissimo atelier, chiude i negozi, abbandona Parigi e si rifugia con la famiglia in Normandia. Il 5 novembre 2011, a soli 63 anni, muore nella casa di campagna a Boury en Vexin, in compagnia del marito e della loro unica figlia Anna. È così, in silenzio, che se ne va una donna “rara” come la definiva il suo maestro. Una donna che ha insegnato l’arte del mix & match, a osare con i colori, a giocare con gli accessori, a non essere mai uguali a se stesse, a esprimere la propria personalità senza temere il giudizio degli altri.

venerdì 6 maggio 2016

ABOUT_I pezzi culto Saint Laurent




Yves Saint Laurent, giovanissimo erede di Monsieur Christian Dior nell’interpretazione più fedele del concetto di alta moda e, in seguito, pioniere del fenomeno del prêt-à-porter, nell’intento, azzeccato, di mettere a disposizione abiti belli e di stile per i giovani, ha dato vita prima ancora che a una grande maison, emblema universale di raffinatezza ed eleganza, a uno stile inconfondibile, caratterizzato dalla resa femminile di numerosi pezzi del guardaroba maschile nonché da alcuni capi iconici che hanno proiettato il suo mito ai giorni nostri e ben oltre.
Pensando al suo ineguagliabile lavoro di stilista, subito il ricordo corre allo smoking, primo elemento del guardaroba maschile a essere declinato nella versione femminile, segnando un punto di svolta epocale nella storia della moda. E proprio questa commistione di generi sarà la cifra stilistica della sua vena creativa. Una commistione che guarderà alla moda come forma d’arte tout court, contemplandone gli aspetti multiformi, atti a premiare le forme di contatto con le molteplici espressioni figurative.
Il tracciato artistico di Yves Saint Laurent sarà segnato da alcuni capi che ritorneranno in ogni sua collezione e attorno ai quali svilupperà la sua intera vena creativa. Oggi come allora, figurarseli significa identificare la sua cifra, assaporando una raffinatezza caratterizzata per compostezza delle linee, equilibrio dei volumi e cura dei dettagli.

La robe Mondrian
Presentato per il defilé autunno-inverno 1965 e in rottura rispetto alle altre maisons che erano ancora solite creare modelli che esaltassero la silhouette, per realizzare quest’abito dritto a forma trapezoidale Yves Saint Laurent si è ispirato all’opera di Mondrian. Una collezione audace, che fondava il suo essere sull’utilizzo del colore. Un colore forte e deciso, declinato nelle cromie primarie di rosso, giallo, blu, combinate con il bianco e il nero. Fu un successo elogiato dalla stampa americana, che gli valse il soprannome di “Roi de Paris”.
Alla base, la contaminazione tra arte e moda: Yves Saint Laurent, infatti, fu un gran collezionista e mecenate, appassionato di opera e teatro. Una vocazione grazie alla quale le ispirazioni si moltiplicarono all’infinito, fino ad arrivare a plasmare le creazioni con tratti unici e inconfondibili. E l’arte molte altre volte confluirà nella sua moda: nel 1980, infatti, sarà la volta di Matisse e di una collezione che ne evocherà le tele cangianti; mentre, nel 1988, di Picasso. Con lo spiccato intento, come ribadì più volte a gran voce Yves Saint Laurent, non tanto di misurarsi ai grandi maestri, quanto, piuttosto, di approcciarli, avvicinarsi il più possibile al loro estro e trarne dei preziosi insegnamenti.

Lo smoking
Da quando, nel 1966, sdoganò lo smoking maschile nel guardaroba femminile, adattandolo alla silhouette sinuosa delle donne, Yves Saint Laurent è entrato di diritto nell’olimpo dei divini. A lui il plauso di aver legittimato una commistione di generi intrapresa già anni prima da Mademoiselle Chanel ma in modo diverso: un capo sino ad allora prettamente maschile, assume un’audacia nuova e inimmaginabile. Nella sua serietà formale, nel suo rigore e nella sua compostezza, diviene uno dei capi che meglio esaltano la femminilità, sprigionando sensualità e intrigo.
Un capo che diviene icona di uno stile, ma, ancora di più, di una tendenza in atto proprio in quegli anni: lo smoking, infatti, rifletterà l’emancipazione femminile degli anni ’70. Come dirà lo stesso Yves Saint Laurent, “…ho sempre voluto mettermi al servizio delle donne. Ho voluto accompagnarle in questo grande movimento di liberazione…”. E la creazione del primo smoking è l’emblema di tutto ciò, il capo che forse più di ogni altro racchiude lo spirito della sua creatività, al punto di divenire uno dei momenti più significativi e uno degli elementi inconfondibili della sua carriera.

L’abito di ispirazione africana
Bisogna correre alla collezione primavera-estate 1967. Yves Saint Laurent crea modelli ispirati all’Africa, in cui confluiscono luoghi, tempi, colori e visioni lontani. Un invito all’evasione; un viaggio in un luogo incantato; un’esplorazione magica nei confini dell’inconnu, facendosi rapire dal mal d’Africa, che spinge a tornare e ritornare in questi posti unici. Yves Saint Laurent utilizza materiali nuovi per la moda come perle di legno, rafia, conchiglie, divenendo precursore della moda etnica più volte citata nelle moderne evoluzioni del costume.

La sahariana
Presentata per la prima volta nel 1968, questo capo rappresenta in un certo qual modo la logica conseguenza della collezione di ispirazione africana dell’anno precedente. Diverrà un modello feticcio dello stile Yves Saint Laurent, che amerà proporla in tutte le sue collezioni future, declinandola di volta in volta vuoi per i volumi, vuoi per i materiali, vuoi per il taglio. Nato a Oran, in Algeria, lo stilista ha sempre guardato con una particolare affezione all’Africa e a tutto ciò che ne discende in fatto di stile, tradizioni e storia. La sahariana si colloca perfettamente lungo questa visione, autenticando lo spirito di Yves Saint Laurent: combinare i generi così come passato e futuro o, ancora, tempi e luoghi.

Il tailleur pantalone
Nell’ottica di contaminare il guardaroba femminile con capi maschili, Yves Saint Laurent recupera il tailleur pantalone, fino ad allora capo esclusivo di dandy e gentlemen, e lo plasma sulla silhouette delle donne, eguagliando i due generi e ponendoli sul medesimo livello sociale. “Se Mademoiselle Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha donato il potere” ama affermare Pierre Bergé, compagno di vita e di lavoro del couturier. Un potere sempre più spiccato e vocato ad affermare l’indipendenza femminile: un messaggio forte, di rottura e non più inascoltabile, che ha segnato inequivocabilmente gli anni ’70. 
E se è vero che la moda rappresenta e testimonia le evoluzioni sociali, cosa meglio della sahariana, dello smoking, del tailleur pantalone, ossia della resa femminile di capi prima di prerogativa maschile, simboleggiano un cambiamento etico e culturale così significativo? 

martedì 1 settembre 2015

LEISURE_Yves Saint Laurent: Style is Eternal





Il Bowes Museum e la Fondazione Pierre Bergé – Yves Saint Laurent hanno dato vita alla mostra “Yves Saint Laurent: Style is Eternal”, che, per la prima volta in Inghilterra, presenta il celebre couturier sia dal punto di vista privato che professionale, celebrandone l’estro, l’unicità e la lungimiranza. L’esposizione, in particolare, mette in evidenza i tratti distintivi dello stile Saint Laurent nonché l’influenza che ha avuto sulla moda e sul contemporaneo modo di concepire il womenswear.
La moda passa, lo stile è eterno”, disse una volta Yves Saint Laurent. Partendo da questa premessa, la mostra si articola attraverso cinquanta abiti, tra cui alcuni icone provenienti dalla Collezione Russa nonché il Mondrian Dress e il Tuxedo. Essa, inoltre, rappresenta l’occasione per instaurare una sorta di dialogo con il resto della preziosa collezione del Bowes Museum, creando, in tal modo, una narrazione unica e particolare intorno alla storia della moda e del costume. L’esposizione occupa diverse sale del primo piano del museo, tra cui la Fashion & Textiles Gallery, che ha ospitato, negli anni passati, retrospettive dedicate a grandi geni del fashion del calibro di Vivienne Westwood, Stephen Jones, Laura Ashley.
Dopo aver ricoperto il ruolo di direttore artistico chez Christian Dior dal 1957 al 1960, Yves Saint Laurent ha creato la sua maison, complice la vicinanza di Pierre Bergé, amico, compagno e socio. Un sodalizio protrattosi per quarant’anni, che ha attraversato epoche e generazioni, ponendo lo stile Saint Laurent quale emblema di raffinatezza e femminilità.
Un connubio che apparve evidente sin dalla prima sfilata, avvenuta nel 1962. Nei primi dodici anni di vita della maison, Saint Laurent ha rivoluzionato e ridefinito il guardaroba femminile, creando abiti unici, che passeranno alla storia proprio per la capacità d’aver rotto con gli schemi convenzionali del tempo: il caban e il trench (1962); il tuxedo (1966); la sahariana e il primo completo pantalone (1967); la tuta (1968). Capi unici, che hanno segnato una svolta nella storia della moda, decretando l’inizio di una nuova epoca: un’epoca in cui le donne affermano la loro personalità, il loro ruolo sociale, si mostrano, dicono di sé attraverso quello che indossano. Donne che sempre di più amano prendere a prestito abiti e accessori dal guardaroba maschile, dando vita a uno stile inconfondibile, contraddistinto da sensualità ed eleganza.
E proprio in questo sta uno dei tratti distintivi della moda targata Saint Laurent: aver utilizzato e reinterpretato i codici vestimentari maschili al fine di accompagnare la donna nella consacrazione della propria affermazione sociale, nel rispetto, e addirittura, con la valorizzazione della propria femminilità. Un traguardo ambizioso, così riassunto ed enfatizzato da Pierre Bergé: “Se Chanel ha liberato le donne (da corsetti e ogni qualsivoglia indumento volto a stringerle), è stato Yves Saint Laurent a dar loro il potere”.
Ma non è tutto. Al couturier, infatti, va riconosciuto il plauso d’aver vestito la donna in sé considerata e, quindi, non soltanto la clientela devota alla haute couture. Antesignano delle seconde linee, nel 1966 ha aperto la prima boutique di prêt-à-porter recante l’insegna “Saint Laurent Rive Gauche”.  
Appassionato di arte e collezionista, Yves Saint Laurent in numerose creazioni di haute couture ha omaggiato i grandi artisti: da Mondrian (Mondrian dress,1965) a Diaghilev e Picasso (1979), passando per Matisse, Cocteau, Braque e Van Gogh (anni ’80).
Questo e molto altro ancora, ma soprattutto un’imperdibile occasione per ragionare e dialogare sulla moda e la sua evoluzione, è quanto l’esposizione si prefigge, ponendosi come uno degli appuntamenti emblema di una disciplina che da sempre fonda la sua esistenza sulle innumerevoli commistioni con le diverse forme artistiche, elevando se stessa ad arte tout court intesa.

Yves Saint Laurent: Style is Eternal
Fino al 25 ottobre 2015
The Bowes Muesum,
Barnard Castle, Co Durham DL12 8NP

mercoledì 27 maggio 2015

BOOK_Lettere a Yves Saint Laurent


“Se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere”. Questa è la viva voce di Pierre Bergé, compagno del grande couturier francese e al suo fianco per cinquant’anni. Una stima che ha contaminato vita professionale e privata, siglando un’unione che ha saputo andare oltre il tempo e contribuendo a mantenere viva la memoria di una delle figure più emblematiche della moda internazionale, alla quale vanno attribuite le evoluzioni e le scoperte più rilevanti e rivoluzionarie del codice vestimentario femminile.
Yves Saint Laurent, infatti, è ricordato soprattutto come l’inventore del prêt-à-porter che ha adattato al corpo femminile abiti di foggia maschile, generando un’inconfondibile contaminazione di genere, portatrice di un’inevitabile eguaglianza tra le parti. A questo e molto altro, Pierre Bergé dà ora voce con il libro “Lettere a Yves Saint Laurent”, regalando al lettore un punto di vista privilegiato sulla carriera – e ancora di più – sulle vicende personali dell’indimenticato couturier. Rivolgendosi all’amico scomparso, ne rivela gli aspetti più segreti. Un epistolario insolito, visto che il destinatario non è più tra i vivi, che copre poco più di un anno: dai giorni immediatamente successivi la morte dello stilista, avvenuta il 1° giugno 2008, all’agosto 2009.
Le lettere sono il resoconto di un’assenza sempre più presente, come affermato dallo stesso Bergé, in quanto il ricordo di Yves lo accompagna ovunque: nelle case che hanno abitato insieme, nei giardini di Marrakech che tanto hanno amato, così come, paradossalmente, anche nei luoghi in cui Saint Laurent non è mai stato.
Una raccolta aperta a tutto, che lettera dopo lettera, svela le fragilità e gli eccessi dell’amico così come un talento e una genialità unici nel loro genere, d’impari valore e d’ineguagliabile intensità, che hanno trovato nella moda la loro ragione d’essere.
Con grande semplicità e umanità Bergé rievoca il primo incontro, il loro amore, l’emozione che condividevano di fronte alla bellezza nonché gli ultimi anni, difficili e passati in solitudine, di Monsieur Saint Laurent.
Una vicenda di vita, in cui l’emozione, l’amore e la loro rispettiva intensità regnano sovrani, scandendo lo scorrere dei giorni di una persona indimenticabile, che molto ha dato di sé – se non tutto – per l’emancipazione femminile e la sua conseguente affermazione.
Sulla base di queste lettere, l’ispirazione del film Yves Saint Laurent di Jalil Lespert.

Lettere a Yves Saint Laurent di Pierre Bergé

Archinto, 13,50€

martedì 9 settembre 2014

ENTERTAINMENT_Fashion film









Alla vigilia della prima edizione di un festival italiano tutto dedicato ai fashion movie (Fashion Film Festival Milano, 14-15 settembre 2014), la mente corre ai corto e lungometraggi che in questi anni già hanno riproposto al grande pubblico i retroscena di un mondo affascinante e sfavillante quanto è quello della moda. Occhi discreti che, per certi versi, hanno svelato aneddoti e curiosità, portando sul grande schermo il dietro le quinte di un universo che prima di essere immagine e tendenza è storia, cultura, arte e business. Dati alla mano, per l’Italia il settore moda vale 34 miliardi di euro, con un totale di 236mila imprese dedicate e 821mila addetti. Centro della creatività, ça va sans dire, Milano con 1.600 realtà attive (fonte Camera di Commercio di Milano su dati Infocamere 2013 e 2012).
Statistiche a parte, numerosi sono gli esempi di fashion movie, vuoi che narrino la storia di maisons o stilisti famosi, vuoi che ripropongano per immagini i segreti legati ai personaggi che hanno segnato pagine indelebili della moda

Valentino – The last emperor
Documentario statunitense del 2008, diretto da Matt Tyrnauer, corrispondente speciale della rivista di moda Vanity Fair. La pellicola racconta gli ultimi due anni di attività dello stilista italiano Valentino Garavani. Per il film sono state girate oltre 250 ore di filmati, fra il giugno 2005 e il luglio 2007. Presentato alla 65esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è stato proiettato nei cinema statunitensi nel marzo 2009 e in quelli italiani il 20 novembre 2009. Numerosi i personaggi intervistati o mostrati, legati al mondo della moda e dello spettacolo, fra i quali si possono citare Tom Ford, Karl Lagerfeld, Matteo Marzotto, Joan Collins, Meryl Streep, Gwyneth Paltrow, Claudia Schiffer, André Leon Talley, Donatella Versace, Giorgio Armani, Valerio Festi, Anne Hathaway, Elizabeth Hurley, Diane Von Furstenberg, Alek Wek, Anna Wintour.
Il risultato? Un complesso ritratto di quello che, a ragion veduta, è stato davvero un “imperatore” dello stile. A Tyrnauer il plauso di offrire allo spettatore l’immagine di un grande creatore di moda, mostrando il processo di realizzazione dei suoi capolavori di stoffa nonché cogliendone le intuizioni geniali così come gli improvvisi mutamenti d’umore.
Ciò che più colpisce, però, è la storia che emerge con forza di una relazione durata 50 anni: quella tra Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Il rapporto tra i due è di stima, di affetto e di collaborazione piena. Il creativo Valentino si vede sgombrare la strada delle incombenze quotidiane dal manager Giancarlo. Assistiamo ai loro scontri, ma anche alla commozione che coglie il “freddo” stilista quando ringrazia pubblicamente chi lo ha sostenuto e accompagnato così a lungo nella vita. Non deve essere stato semplice né per il protagonista né per chi lo seguiva riuscire a scalfire la cortina di riservatezza che è dipinta sul volto dello stilista. Ma l’obiettivo è stato raggiunto. Con classe, come lo stile Valentino esige.

Yves Saint Laurent L’amour fou
Il film, a firma del regista-fotografo Pierre Thoretton, tramite le parole di Pierre Bergé, compagno di vita e di lavoro di Yves Saint Laurent, fa rivivere l'arte del maestro dell'haute couture che sapeva caricare le sue creazioni di una vitalità dirompente, anche se, nella vita privata, una velata malinconia scandiva le ore trascorse nelle proprie dimore da sogno. Un viaggio dai toni lunari e umbratili, in cui si svela una personalità complessa e fragile, che segnerà il contemporaneo come un grande pittore o architetto. Ma anche una riflessione sulla fama, il lusso, la solitudine. Dagli inizi al fianco del maestro Christian Dior all’amore per il teatro e la letteratura (Marcel Proust in testa), passando per il talento visionario, la creatività multiforme di uno stile raffinato e innovatore – è stato il primo a far indossare i pantaloni alle donne - e le collezioni ricche di suggestioni provenienti dall’arte (Mondrian) e dai luoghi di tutto il mondo (Africa, Spagna, India, Marocco, Russia), fino ad arrivare all’amicizia con i più grandi artisti del suo tempo (un nome su tutti, Andy Warhol).
“Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, 44 anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere e sono fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur-pantalone, smoking, caban e trench. Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli. Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me. Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi. Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato”. Con questo discorso intenso e pieno di amore per la moda, Yves Saint Laurent dice addio alle luci della passerella chiudendo definitivamente un’epoca. Da qui, dal famoso addio, Pierre Thoretton parte per raccontare il mondo Yves Saint Laurent: un mondo costellato di successi ma anche di momenti di grande malinconia. Il regista filma Pierre Bergé mentre prepara l’asta in cui saranno vendute le Opere d’arte della loro collezione privata: quadri, sculture, mobili, oggetti della memoria che troveranno una nuova dimora perché, come afferma lo stesso Bergé, “I becchini dell’arte verranno e porteranno via tutto. È una parte del mio cuore, una parte della mia vita e consegneranno tutto questo al fuoco delle offerte dell’asta. Ma, sapete, perdere qualcuno con cui si è vissuto, con alti e bassi, è un’altra cosa che vedere i propri oggetto d’arte andarsene.”
Yves Saint Laurent e Pierre Bergé si incontrano per la prima volta nel 1957, il giorno del funerale di Christian Dior: quando Yves succede a Dior ha solo venti anni, ma, nonostante ciò, la sua pima collezione si rivela un enorme successo, mostrando al grande pubblico una personalità destinata a diventare un grande nome della moda. A chi gli domanda cosa si prova ad essere il nuovo Dior, un timido Yves risponde: “Sono soprattutto molto commosso. Sono anche molto felice, ma soprattutto commosso al pensiero di Monsieur Dior.” Tre o quattro giorni dopo, Marie-Louise Bousquet (corrispondente dell’Harper’s Bazaar), decide di organizzare una cena in Place Blanche: in quell’occasione Yves e Pierre si conoscono e qualche mese dopo decidono di vivere insieme. Saint Laurent continua il suo lavoro come direttore creativo di Dior finché non viene convocato per fare il servizio militare (era il periodo della Guerra in Algeria) e sceglie di farsi riformare, decisione che porterà alla rottura con la Maison. Da lì nasce la decisione di fondare una propria casa di moda, un passo che richiede tempo e grandi sforzi. Pierre trova un investitore americano e il 29 gennaio del 1962 - in una stradina anonima del 6° arrondissement, lontano dal triangolo d’oro di Avenue Montaigne – viene lanciata la prima collezione di Yves Saint Laurent. È un immenso successo: “Certo, non pensavo che sarebbe stato tutto facile. Ma mi dicevo che tutto sarebbe stato possibile. E lo è stato…”, ricorda Bergé. Con la fama arriva anche l’infelicità e Yves cerca il conforto nella droga e nell’alcol, perché quell’incredibile pressione non è facile da sostenere. La sua vita è sempre più votata agli eccessi e Pierre, stanco di tutto questo, decide di lasciarlo: “Sono andato a vivere all’Hotel Lutetia. Non sono riuscito ad andare più lontano della fine della sua strada. Per me era molto difficile lasciarlo.” L’allontanamento di Saint Laurent dalla vita pubblica va di pari passo con il suo malessere, che non fa altro che crescere e peggiorare. “La gloria è lo splendido lutto della felicità. E Yves ne è la perfetta dimostrazione. La sua gloria gli ha portato solo una sofferenza dopo l’altra. Posso dire di averlo visto felice solo due volte all’anno, al termine della sua collezione, quando usciva tra l’acclamazione di una sala che si alzava in piedi per applaudirlo.”
Dopo una lunga malattia lo stilista si spegne nella sua casa di Parigi la notte del 1 giugno 2008, all’età di 72 anni. Le sue ceneri sono conservate nel Giardino Majorelle di Marrakech in Marocco, villa appartenuta al celebre artista francese e in seguito acquistata e ristrutturata da Saint Laurent e Bergé. Yves Saint Laurent è stato uno dei più grandi talenti della moda, un genio creativo che ha compreso la sua epoca meglio di chiunque altro e che, tuttavia, non l’ha mai amata. “Cosa dobbiamo dedurne? Probabilmente gli artisti, i veri artisti, dopotutto, vivono la propria vita parallelamente alla loro epoca, ma allo stesso tempo la trasformano.”


Yves Saint Laurent
Parigi, 1957. Yves Saint Laurent ha 21 anni e viene chiamato a prendere il posto del defunto Christian Dior nella cui maison ha già avuto modo di dar prova delle proprie qualità. Lo attende la prima collezione totalmente affidata alla sua creatività. Il successo ottenuto lo proietta ai più alti livelli della moda parigina imponendogli al contempo una continua pressione. Il ricovero per una sindrome maniaco-depressiva, in occasione della sua chiamata alle armi per la guerra in Algeria, fa sì che venga licenziato. Grazie al sostegno di Pierre Bergé, che ne diverrà il compagno e il factotum, lo stilista apre una propria casa di haute couture e YSL diverrà un marchio simbolo di eleganza e innovazione.

Jalil Lespert si inserisce con questo film nell'ambito del film biografico stando attento a non eccedere nella beatificazione del protagonista ed evitando anche di cadere nel gossip per immagini. Il film non ci propone solo il progredire della creatività di un artista in continua ed obbligata evoluzione (a un certo punto gli verrà fatto rilevare che è felice solo due volte l'anno: in primavera e in autunno quando presenta le nuove collezioni), bensì si spinge oltre: lo contestualizza, ad esempio, nella lacerante situazione di chi ha lasciato la natia Algeria (da cui anche il regista proviene) e sente il peso di dover rispondere ad interrogativi socio-politici a cui si vorrebbe che prestasse attenzione. La sua vita invece sta in quelle matite che muove con la rapidità di un pittore e da cui nascono abiti che sanno valorizzare le donne rimanendo al passo coi tempi e spesso anticipandoli.
Come Valentino Garavani con Giancarlo Gemmetti così per Yves è determinante l'incontro con Pierre Bergé. È il compagno a cui può appoggiarsi quando la sua forza creativa si muta in fragilità emotiva, è l'organizzatore e il manager. È colui che sa dare un valore commerciale alle sue creazioni, mentre Yves acquista una preziosa e antica statua di Buddha senza saperne neppure il prezzo. È a lui (interpretato da un partecipe Guillaume Gallienne) che Lespert affida la narrazione ed è il vero Bergé che ha consentito di esplorare il lato nascosto alle cronache di una relazione durata tutta una vita. Un rapporto in cui non sono mancati i tradimenti e che, per un periodo non breve, ha finito con il ruotare intorno a una donna. La modella Victoire diviene per entrambi un oggetto del desiderio e della gelosia che non li spinge mai a rinnegare od occultare la loro omosessualità ma li mette a confronto con quel mondo femminile per il quale entrambi ogni giorno elaborano e promuovono quegli altri oggetti del desiderio che hanno il nome di abiti di alta moda.


The september issue
Documentario statunitense incentrato sul mondo della moda e, in particolare, su Anna Wintour, la celebre direttrice di Vogue US, durante gli incontri di lavoro e le settimane della moda, raccontando i nove mesi di preparazione del numero di settembre della rivista, da sempre considerato il più importante in quanto caratterizzante le scelte editoriali di tutto l’anno. La pellicola è stata presentata in anteprima al Sundance Film Festival 2009, ottenendo il premio come Miglior Documentario. Ha inoltre partecipato a numerosi eventi fra cui il Full Frame Documentary Film Festival (2009), il Silverdocs Afi/Discovery Channel Documentary Festival (2009) e l’Edinburgh International Film Festival (2009).


Fashion sulla 5th Avenue
Vi sono cose e personaggi che caratterizzano un’epoca, un genere, un ambiente. Bergdorf Goodman è una di queste, al punto di assurgere il ruolo di icona. Lo store della Quinta Strada, fondato a fine '800 da Herman Bergdorf e poi acquisito da Edwin Goodman che lo ha passato al figlio Andrew, è l'emblema del lusso nonché eco della storia degli Stati Uniti. Unico nel suo genere, è il luogo dove ogni stilista sogna di vedere esposti i suoi abiti. 
Teatro di sequenze cinematografiche famose (una per tutte la scena in cui Dudley Moore incontra Liza Minnelli in Arturo), citato in innumerevoli dialoghi, il tempio della moda è l'oggetto di questo documentario che intervista i grandi nomi del fashion, da Vera Wang a Oscar de la Renta, da Dolce&Gabbana a Narciso Rodriguez, ma anche gli stilisti che non hanno ancora avuto accesso all'edificio e vivono nell'attesa. Una sorta di visita guidata nel museo del lusso e dell'esclusività, dove le collezioni sono temporanee ma la fascinazione è permanente. Come ogni monumento che si rispetti, anche questa cattedrale del fashion ha le sue memorie sedimentate e le sue storie divenute leggendarie, come i cappellini di Jackie O', la volta in cui una barbona si presentò con una borsa piena zeppa di contanti o quella in cui Yoko Ono chiamò all'orario di chiusura una vigilia di Natale e, insieme a John Lennon, comprò ottanta pellicce, una per ogni membro del loro staff, spendendo qualcosa come cinquecentomila dollari. Ma c'è anche una storia tutta al presente, di personal shopper, di guru dello stile, di vetrine che hanno fatto sognare e continuano a farlo. E, tra tutti, è sicuramente il capitolo sulle vetrine il più affascinante e rappresentativo: curate come se si trattasse di vere e proprie installazioni d'arte contemporanea, rigorosamente differenti l'una dall'altra, ma legate da un tema che detta la religione del momento, le vetrine di Bergdorf sono un'esperienza drammatica nel senso teatrale del termine, un tripudio di oggetti che solleticano la cupidigia, oltre che un investimento a dir poco astronomico (ma evidentemente sempre ripagato). L'allestimento nottetempo di questi sontuosi fermo-immagine cinematografici, è un film nel film: dalla ricerca dei pezzi unici alla commissione di ogni tipo di manufatto ad artisti e artigiani, fino al trasporto e alla composizione "dell'inquadratura", la creazione delle vetrine di Bergdorf Goodman è il dispiegamento materiale dell'ideale del sogno americano del tutto-è-possibile, il trionfo dell'immagine, la ragione dell'esistenza di un luogo del genere, così inarrivabile - per lo meno nella sua totalità - da costituire un eterno oggetto del desiderio.
Il documentario esplora la storia, i meccanismi profondi e i segreti di questo magazzino, partendo dalla nascita come modesta bottega sartoriale per signore per arrivare a divenire il riflesso della cultura contemporanea. Per la prima volta il grande pubblico ha l’occasione di gettare lo sguardo dentro questo magico universo, carpendone i segreti: le leggende, le feste, le vetrine, le donne, i compratori e i clienti prendono nuovamente vita in questo ritratto dove creatività e commercio entrano in simbiosi.


Diana Vreeland - L’imperatrice della moda
Diana Vreeland: giornalista ma, prima ancora, icona di stile del ventesimo secolo.  A lei, imperatrice della moda, il plauso d’aver dettato le regole di gusto ed eleganza a un’intera generazione di celebrità. “L'occhio deve viaggiare”. Fu questo il mantra che guidò il lavoro della Vreeland come editor della rivista femminile Harper's Bazaar prima (a partire dagli anni Trenta) e come redattrice capo di Vogue America poi (dal 1962 al 1972). Un motto che la spinse a concepire i servizi di moda come reportage realizzati in giro per il mondo e strutturati come storie che suscitavano una visione romantica della moda. Il tutto all'insegna di un'originalità fuori dal comune.
Il documentario diretto da Lisa Immordino Vreeland, nipote della giornalista scomparsa nel 1989, racconta la vita e soprattutto la carriera di questo genio creativo e anticonformista, intollerante alla noia e alla banalità. Con l'ausilio di filmati di repertorio, scatti patinati, fotografie d'autore e interviste a familiari, collaboratori e amici della Vreeland, la regista tratteggia il ritratto scanzonato, leggero e colorato di una donna divenuta simbolo di bellezza pur non essendo affatto bella (la madre la trattava come il brutto anatroccolo di famiglia). Una donna che si propose di emergere in un mondo dominato dagli uomini, imponendo la figura della ragazza ambiziosa e stravagante e anticipando le tendenze, incurante degli scandali (come quando sdoganò il bikini e i blue jeans). Numerose le dive lanciate dalla caporedattrice dalle pagine di Vogue: da Lauren Bacall a Twiggy, da Brigitte Bardot a Cher, da Lauren Hutton ad Angelica Huston a Marisa Berenson. Alcune raccontano la loro esperienza nel documentario, al pari dei fotografi di successo (su tutti Irving Penn) che hanno messo il loro talento al servizio dell'estro di Diana Vreeland e degli stilisti che la stessa ha contribuito a consacrare nell’olimpo dei divini (come Missoni, Valentino, Calvin Klein e Oscar de la Renta). Ma sono soprattutto gli estratti delle interviste alla stessa Diana Vreeland che compongono il quadro di una donna irriverente e dall'energia vulcanica, che adorava la mondanità e i fermenti culturali della Parigi della Belle Epoque, in cui nacque, e che trovò nel fervore libertario, giovanilistico e anticonformista degli anni Sessanta le più fertili condizioni di ispirazione. 
”Non conta tanto il vestito che indossi, quanto la vita che conduci mentre lo indossi” era solita affermare: un principio identitario che caratterizzò il suo lavoro fino alla fine. Dopo l'avventura di Vogue, infatti, si impegnò come consulente tecnico dell'Istituto del costume del Metropolitan Museum of Art, che osò trasformare in una sorta di night club, con sommo scandalo dei benpensanti e straordinario successo di pubblico e celebrità. 
Una dedizione alla carriera, quella di Diana Vreeland, che la portò a trascurare la vita familiare, come emerge dalle interviste ai figli, che la dipingono come “una donna priva di emozioni, che non si interessava alle cose convenzionali da madre ordinaria”. Sono queste le uniche ombre in un ritratto che predilige i chiari agli scuri, come se la regista non volesse macchiare l'agiografia della Vreeland, rispettando la volontà della stessa giornalista, che preferiva parlare della sua straordinaria carriera piuttosto che della vita privata.


Obiettivo Annie Leibovitz
Interessante documentario che racconta il lavoro - e in parte anche la vita - di una delle più importanti fotografe al mondo: Annie Leibovitz. Dall'adolescenza nomade per seguire il padre, militare di carriera, agli anni di "Rolling Stones", dalla svolta glamour alla scoperta  dell'impegno accanto a Susan Sontag fino al set di Maria Antonietta, impressiona la quantità di luoghi e persone, celebri e non, che la fotografa americana ha ritratto nel corso del tempo. Nel film, diretto dalla sorella Barbara, Annie Leibovitz si racconta, passando dagli anni ’60 passati a San Francisco ad insegnare prima arte e poi a fotografare influenzata da grandissimi maestri come Robert Frank ed Henry Cartier-Bresson fino al suo ingresso al giornale Rolling Stone, dai primi successi alle immagini come quelle scattate a Bette Midler tra migliaia di rose rosse o a John Lennon e a Yoko Ono, fotografati da lei insieme cinque ore prima l’omicidio del musicista.
A corollario il libello Dietro una lente: vita e fotografie di Annie Leibovitz di Luca Scarlini, critico e scrittore, che racconta l'itinerario artistico  della Leibovitz, provando anche a spiegare le ragioni e i segreti di un successo planetario.

Coco avant Chanel. L’amore prima del mito
Film biografico del 2009 diretto da Anne Fontaine, interpretato da Audrey Tautou e nominato agli European Film Awards, BAFTA Awards, Premi César, Premi Magritte e agli Academy Awards. La pellicola racconta la storia della stilista francese Gabrielle Coco Chanel, dalla povertà e dai primi lavori come cabarettista fino alla nascita della Maison di alta moda, quintessenza di eleganza e raffinatezza. Parallelamente, viene raccontata la sua più grande storia d’amore con Boy Chapel. 

Gabrielle è una giovane donna abbandonata dal padre e cresciuta in un orfanotrofio, dove ha imparato l'arte del cucire. Di giorno è impiegata come sartina in un negozio di stoffe troppo lontano da Parigi e di notte canta canzonette stonate per soldati ebbri di donne e di vino. L'incontro con Étienne Balsan, nobile e villano col vizio dei cavalli, introduce Coco in un mondo di pizzi, ozi e carezze. Insofferente alla vita edonistica e determinata a conquistare il suo posto nel mondo, troverà ispirazione nell'amore per Boy Capel, un gentiluomo inglese che corrisponde il suo sentimento, intuisce la sua grazia naturale e asseconda le sue inclinazioni. Le sue mani, guidate dal cuore, confezioneranno cappelli per pensare e abiti per emancipare (rigorosamente in jersey). Coco avant Chanel punta a svelare le dinamiche complesse che presiedono alla relazione fra l'universo nobiliare, quello borghese e quello proletario nella Francia del Primo Novecento. I tre mondi trovano una perfetta ed esatta dislocazione nei teatri e nelle tribune degli ippodromi, lungo i corridoi e le scale della villa Balsan in cui si svolge la storia e la vita di Gabrielle. Dialoghi e azioni contribuiscono a definire un confine esistente fra i piani: il brulicare frenetico di chi sta sotto a servire, la noia abulica che divora le relazioni degli inquilini del piano nobile servito. Tutto nel film funziona per nette opposizioni economiche, somatiche, cromatiche (gli abiti minimalisti e desaturati della protagonista contro quelli appariscenti e vivaci di Émilienne), a sottolineare e forzare la differenza tra l'orfana Coco e i figli "legittimi" della società altolocata. Ad abbattere l'agonia di una sovranità arcaica che gioca ancora a nascondino, sospesa e "in maschera" alle soglie della modernità, provvede una donna dotata di intelligenza e cultura, che punta sul fashion design fino ad innalzarlo a strumento di potere e di emancipazione, colpendo con eleganza e sobrietà l'ordine sociopolitico maschile. 
Coco Chanel rappresenta una sorta di reazione creativa e attiva a una vita che poteva essere triste e ingrata, alle ipocrisie e alle ritualità della casta nobile, ai momenti codificati dell'etichetta e alle strutture del potere maschile. Dentro i suoi abiti i due livelli della società abbandonano la loro impermeabilità, lasciando scivolare sulla rivoluzionaria stoffa a maglia rasata elementi di continuità, come il contatto sessuale e quello sentimentale. Coco "spogliò" la donna dai condizionamenti culturali, che la immobilizzavano in una recita frivola, invitandola a dire (anche) attraverso ciò che indossa. I vestiti lasciano il posto ad altri vestiti ma il tailleur Chanel (ri)fà la donna.