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venerdì 17 novembre 2017

ART & CULTURE_Paolo Roversi, Incontri


Paolo Roversi_Ravenna, Paris 2003 © Paolo Roversi

Milano in questi giorni è fotografia, complice Photo Vogue Festival, l’evento targato Vogue Italia e dedicato a questa splendida forma d’arte, capace di parlare con le immagini e la forza da esse sprigionata.
Nell’ambito di questa iniziativa sono numerose le attività in calendario, tra cui la mostra “Paolo Roversi, Incontri” allestita presso la Fondazione Sozzani (Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, Milano) e visitabile fino all’11 febbraio 2018.
Un appuntamento dedicato all’estro visionario del fotografo che si svolge in concomitanza alla grande esposizione di Palazzo Reale “Paolo Roversi. Storie” (visitabile fino al 17 dicembre 2017) e mette in evidenza la struttura propriamente pittorica delle fotografie di Paolo Roversi.
Roversi è artista della composizione e della geometria, con un approccio astratto alla realtà. Fin dagli Anni '80 le sue fotografie rispondono a una costante esigenza formale che dà loro
un carattere sorprendentemente atemporale, in contraddizione con il gusto e gli usi della moda.
La sua familiarità con la storia dell'arte, e con la pittura italiana in particolare, gli permette di fotografare come un pittore. Lavora spesso a serie costruite attorno a un tema o a un modello, come se cercasse di estrarne tutte le possibilità plastiche.
Per questa esposizione Roversi ha raccolto le sue fotografie a due e a tre, in dittici e trittici. Questo procedimento, mai utilizzato prima in modo sistematico, offre uno sguardo inedito sul
suo lavoro, dandogli una dimensione monumentale.
La composizione a più elementi gli consente di dare un’attenzione maggiore al soggetto arricchendone la lettura. Come nei polittici del Rinascimento, che ricorrono ampiamente a questo metodo. In questa mostra la fotografia di Paolo Roversi appare più serena e controllata che mai.
Insieme a più di trenta dittici e trittici – realizzati appositamente per questa mostra a partire da alcune delle più importanti foto di Roversi – viene presentata per la prima volta una selezione di ritratti incrociati di Paolo Roversi e Robert Frank realizzati nel 2001 in Nova Scotia.

Paolo Roversi, Incontri

Fondazione Sozzani, Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, Milano
Fino all’11 febbraio 2018

Paolo Roversi, Storie

a cura di Alessia Glaviano

Palazzo Reale
Fino al 17 dicembre 2017


Paolo Roversi (Ravenna, 1947) inizia a lavorare come fotoreporter per l’Associated Press negli anni Settanta. Nel novembre del 1973, su suggerimento di Peter Knapp, direttore creativo della rivista Elle, si trasferisce a Parigi dove lavora per la Huppert Agency.
Nel 1974 diventa assistente del fotografo inglese Laurence Sackman. Lasciato lo studio di Sackman, inizia a lavorare per Elle e Dépêche Mode. Il suo primo servizio fotografico importante è pubblicato su Marie Claire, e firma la campagna di Christian Dior.
Nel 1980 inizia a utilizzare la pellicola Polaroid 20x25 cm e collabora con le maggiori riviste di
moda: Elle, Marie Claire, Harper's Bazaar e Vogue. Negli stessi anni inizia a scattare per alcuni tra i più importanti nomi della moda: Yohji Yamamoto, Azzedine Alaïa, Comme des Garçons, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Hermès, Giorgio Armani e Valentino.
Vince nel 1996 il Trophée de la Mode di Parigi come miglior fotografo e nel 2001 è premiato dai China Nel 2000 espone a Milano alla Galleria Carla Sozzani;; nel 2002 a New
York alla Galleria Pace/MacGill;; nel 2006 in Giappone al Yokohama Red Brick Warehouse Number 1;; nel 2008 ai Rencontres Internationales de la Photographie d’Arles e nel 2009 a
Berlino alla Camera Work Galerie;; nel 2017 a Milano a Palazzo Reale e alla Fondazione Sozzani.
Tra le numerose pubblicazioni, Roversi ha pubblicato due libri dedicati al ritratto: “Angeli” nel 1994 e “Al Moukalla” nel 1995 per Camera Oscura e diverse monografie: “Una Donna”, Carla Sozzani Editore, 1989;; “Nudi”, Editions Stromboli, 1999;; “Libretto”, Editions Stromboli, 2000;; “Studio”, Steidlangin, 2005;; “Secrets”, Editions Stromboli, 2013;; “Dior Images”, Rizzoli International, 2018. 

venerdì 12 maggio 2017

ART & CULTURE_Hermès Dietro le Quinte



Il privilegio di andare dietro le quinte per ammirare l’eccellenza, l’abilità e la dedizione con cui ogni giorno vengono realizzate creazioni incantevoli. Creazioni incantevoli che parlano di eleganza, storia e lusso se si chiamano Hermès. Non si tratta di un sogno né, tantomeno, di un semplice sforzo immaginifico. Tutto ciò si può contemplare in occasione del Festival itinerante “Hermès Dietro le Quinte”, che fino al 17 maggio fa tappa a Milano alla Pelota (via Palermo 10) dopo Seattle, Parigi e Tokyo.
1100 mq ospitano l’eccellenza della maison: 10 mastri artigiani, 10 singoli savoir-faire, che lavorano negli atelier, dando vita a oggetti unici nel loro genere, icone di uno stile di vita che guarda alla bellezza autentica. Un appuntamento imperdibile. Un incontro diretto tra il pubblico e coloro che, partendo da materie grezze, creano un sogno con passione, dedizione e abilità. Sarà possibile vederli all’opera mentre maneggiano i loro attrezzi e parlare con essi, capendo i segreti della loro arte e le tecniche di lavorazione.
Inoltre, grazie alla realtà virtuale di un filmato a 360°, i visitatori potranno scoprire l’eccellenza dei maestri artigiani della cristalleria Saint-Louis, maison fondata nel 1586 e acquisita da Hermès nel 1989.
A corollario, un’aula-cinema a disposizione dei visitatori interessati ad approfondire il tema dell’artigianato con la visione del documentario  “Les Mains d’Hermès”.
Un appuntamento che celebra l’artigianato nella sua vocazione autentica e consente al pubblico di capirne l’effettivo significato. Un viaggio nel tempo e nello spazio sulle note di uno stile e un’eleganza senza eguali, che ha reso semplici oggetti vere e proprie icone, portatrici di valori e significati. Un’esperienza emozionale che pone al centro dell’attenzione il lusso firmato Hermès: un lusso che sa di storia, arte e cultura; che affonda nell’autenticità il valore della sua anima.

Hermès Dietro le Quinte
La Pelota Via Palermo, 10 Milano
Fino al 17 maggio
Ingresso libero h. 11.00 – 19.00 

giovedì 30 giugno 2016

ABOUT_La Kelly di Hermès


Nata nel secolo scorso, in concomitanza con la fondazione della Maison Hermès, come borsa porta sella per i cavalieri che partecipano alle battute di caccia, soltanto nel 1930 si carica di una nuova anima, diventando – con un formato sensibilmente ridotto - una delle borsette da donna per antonomasia. Un successo annunciato che negli anni ’50 la porta a divenire un must della Maison, riconoscibile dall’inconfondibile chiusura a battente con “serratura”. Nel 1955 il battesimo con il nome della diva che l’ha resa famosa: Grace Kelly, principessa di Monaco, incinta della primogenita Caroline, la utilizza per nascondere la gravidanza ai fotografi. Immortalata su tutti i giornali, la borsa da quel momento diviene “la Kelly”. Declinata nelle nuance più tradizionali come nero, marrone, blu e bordeaux, negli anni ’80 comincia a colorarsi anche delle tinte più vivaci quali giallo, rosso, verde smeraldo e blu zaffiro. Oggi esiste in tre modelli – rigida, morbida e morbidissima – e in vari tipi di pelle (vitello, cinghiale, lucertola, struzzo, coccodrillo). Comprarla rappresenta una vera e propria esperienza d’acquisto di lusso. Le boutique Hermès, infatti, ricevono ogni stagione soltanto poche borse da vendere ai clienti che entrano in negozio (un po’ come un ristorante di livello che tiene sempre libero un tavolo per i clienti che dovessero passare di lì senza aver prenotato). In generale, quindi, se si desidera acquistarla, è necessario ordinarla, anche – e in virtù  delle infinite personalizzazioni che possono essere apportate. I modelli esposti, pertanto, sono meri campioni, utili per agevolare il cliente nella scelta del modello da ordinare. In prima istanza, si può scegliere il materiale di realizzazione così come quello delle parti metalliche (per i clienti più esigenti ci si può spingere sino all’argento, all’oro o ai diamanti incastonati); si può inoltre decidere se si vogliono le cuciture interne o a vista. Ogni Kelly, quindi, è diversa da un’altra in considerazione del semplice fatto che si tratta di una borsa nata da una precisa quanto personale idea. Per realizzarne una di dimensioni medie ci vogliono dalle 15 alle 16 ore, mentre per le più grandi da 25 a 30: un tempo inestimabile in cui l’esperienza e l’artigianalità dei malletiers Hermès prendono vita cucitura dopo cucitura.
Nel caso di materiali pregiati, come il rettile, la procedura di lavoro subisce una dilatazione dovuta alla primordiale fase di controllo delle pelli: tre o quattro uomini le passano in rassegna, stendendole su un tavolo per individuarne i difetti e, successivamente, tagliano le forme per le borse (in  questo caso, a differenza degli altri materiali, non si utilizza la pressa). Gli artigiani Hermès lavorano con tre tipi di pelli di rettile: due di coccodrillo e una di alligatore. Quella più delicata – e quindi costosa – è quella del Crocodylus porosus dell’Australia: ha scaglie quadrate al centro del ventre e quattro o cinque file di scaglie rotonde verso i fianchi. Vi è poi il Crododylus niloticus dello Zimbabwe, con scaglie più grandi al centro e due file di grosse scaglie rotonde sui fianchi. Il terzo è l’Alligator mississippiensis, che arriva da un allevamento di proprietà della Maison in Florida. Ha piccole scaglie rettangolari al centro e scaglie più piccine di forma ovale ai lati. In media, ogni Kelly, richiede l’utilizzo di tre pelli di cui si utilizza la parte morbida che si trova nella zona inferiore del corpo dell’animale, evitando quella della schiena che è ruvida e sfregiata. La pelle del ventre si utilizza per i lati e il risvolto, la parte interna della coda, che ha scaglie più grandi, per il fondo e i lati o per il soffietto. Per preservare la naturalezza, le pelli non vengono verniciate ma semplicemente lucidate sfregandovi sopra pezzetti d’agata: ne consegue che le borse non sono impermeabili. Una volta tagliate, le pelli vengono adagiate su un vassoio di plastica insieme a cerniere, chiusure, pezzi metallici, fodera e tutto ciò che serve per confezionare il prodotto finale. Ogni vassoio viene poi passato a un altro artigiano che provvede a costruire interamente la borsa, lavorando su tre articoli contemporaneamente: stesso modello, stessa dimensione, stessi materiali. La borsa viene costruita a partire dall’interno: la prima cosa che si utilizza è la griffe - uno strumento in metallo fatto a mano che somiglia a un pettine africano con i denti appuntiti – che viene premuta leggermente sui bordi della pelle per segnare l’area dove viene effettuata la cucitura a mano (solo la cerniera e l’interno delle tasche, infatti, vengono cuciti a macchina). L’artigiano inserisce poi un pezzo di cuoio duro tra l’esterno e la fodera, in modo da rendere la borsa più solida e rigida.
La Kelly è disponibile in due versioni: il modello sellier, con le cuciture a vista, e il modello retourner, con le cuciture all’interno. Gli orli di quest’ultima sono profilati, di solito nello stesso colore della borsa. La profilatura si realizza avvolgendo un cordoncino di cuoio nella pelle e tenendo poi insieme il tutto con un po’ di colla. Nel complesso, una borsa contiene otto strati di pelle: quella esterna, il cuoio e la fodera per ogni lato, oltre ai due orli delle profilature. Il risvolto, invece, è la continuazione del retro della borsa. Gli artigiani cuciono a mano tutte le parti in pelle con un classico punto sella, utilizzando due aghi e un filo lunghissimo, in modo da poter cucire insieme tutti i pezzi senza fare nodi. Il filo di lino, che arriva dalla Francia, è antistrappo e non si logora nel momento in cui viene fatto passare attraverso la pelle. Per renderlo resistente, impermeabile e morbido, lo si tratta con cera d’api. È sempre in tinta con la pelle, a meno che non si tratti di pelle dorata o naturale: in quei casi, si utilizza un filo bianco. L’artigiano tiene insieme le pelli con un morsetto di legno, in modo da avere le mani totalmente libere; buca le tracce lasciate dai denti della griffe con un punteruolo, facendo in modo di penetrare tutti gli strati della pelle; poi infila un ago in una direzione e un ago nell’altra, tira fino a stringere il punto e procede con il successivo. All’inizio e alla fine di ogni cucitura esegue tre doppi nodi, per evitare che possa scucirsi. Una volta completata, la cucitura viene appiattita con un martello di plastica e gli orli lisciati, smerigliati e lucidati in modo da sembrare un unico pezzo. Il manico è composto da sei strati di pelle e viene messo in forma dall’artigiano: per fare ogni manico ci vogliono fino alle tre ore e mezza e, se questo non è perfetto, nemmeno la borsa lo è. Quanto l’interno e l’esterno della borsa sono pronti, l’artigiano li assembla e aggiunge le parti metalliche con un metodo tutto speciale, detto “perlaggio: si appoggiano la chiusura sulla parte esterna e un sostegno metallico sull’interno; poi, dall’interno, s’infila un chiodo attraverso ciascuno dei buchi che si trovano sui quattro angoli e si taglia la parte di chiodo in eccedenza, lasciandone solo un pezzetto. Successivamente, l’artigiano prende uno strumento speciale, simile a un punteruolo, ma con la punta leggermente concava, e, con delicatezza, lo preme ruotando il polso sul pezzetto sporgente, fino a ridurlo a una sorta di perlina rotonda. Ogni parte metallica ha 4 perline – una in ogni angolo – tutte della stessa forma. Le parti metalliche vengono poi ricoperte con una sottile pellicola di plastica per evitare che si graffino. A questo punto l’artigiano rivolta la borsa e la stira per metterla in forma. Nel caso della pelle in coccodrillo, si stira scaglia per scaglia vista la sua naturale delicatezza. Si fa passare infine un ferro sottile e caldissimo tra le cuciture per pulirle e definire i bordi. Quando la borsa è finita, un supervisore la controlla per assicurarsi che le cuciture siano simmetriche e le perline ben fatte, che la chiusura funzioni, la forma sia perfetta e la superficie priva di difetti. Se il supervisore la approva, sulla Kelly – in corrispondenza della fibbia di pelle - viene impresso un marchio che identifica l’artigiano, l’anno e il laboratorio. Viene poi infilata nel classico sacchetto arancione di feltro e spedita al reparto logistica per essere controllata una seconda volta. Se passa anche questo controllo, viene avvolta in carta velina, inscatolata e spedita al negozio, pronta per essere consegnata al cliente che l’ha ordinata.
La Kelly, ma più in generale le borse di Hermès, rappresentano l’antitesi della borsa del momento. Molti modelli sono rimasti invariati per quasi un secolo e ciononostante rimangono ambiti: una constatazione che denota come non subiscano la moda, ma, al contrario, si spingano oltre. Non ostentano loghi, fiere del fatto che siano già sufficientemente riconoscibili di per sé. Trasmettono un messaggio di nobiltà e raffinatezza, a prescindere dal braccio che le sostiene. Nel mondo del lusso, quindi, sono i più discreti tra i simboli di ricchezza e potere.

Una borsa Hermès, in altre parole, è la quintessenza di quello che era un tempo il lusso e che oggigiorno non è più: maestria, cultura, abilità, esperienza, disinvoltura, pacatezza.

martedì 17 maggio 2016

ABOUT_La Kelly di Hermès


Nata nel secolo scorso, in concomitanza con la fondazione della Maison Hermès, come borsa porta sella per i cavalieri che partecipano alle battute di caccia, soltanto nel 1930 si carica di una nuova anima, diventando – con un formato sensibilmente ridotto - una delle borsette da donna per antonomasia. Un successo annunciato che negli anni ’50 la porta a divenire un must della Maison, riconoscibile dall’inconfondibile chiusura a battente con “serratura”. Nel 1955 il battesimo con il nome della diva che l’ha resa famosa: Grace Kelly, principessa di Monaco, incinta della primogenita Caroline, la utilizza per nascondere la gravidanza ai fotografi. Immortalata su tutti i giornali, la borsa da quel momento diviene “la Kelly”. Declinata nelle nuance più tradizionali come nero, marrone, blu e bordeaux, negli anni ’80 comincia a colorarsi anche delle tinte più vivaci quali giallo, rosso, verde smeraldo e blu zaffiro. Oggi esiste in tre modelli – rigida, morbida e morbidissima – e in vari tipi di pelle (vitello, cinghiale, lucertola, struzzo, coccodrillo). Comprarla rappresenta una vera e propria esperienza d’acquisto di lusso. Le boutique Hermès, infatti, ricevono ogni stagione soltanto poche borse da vendere ai clienti che entrano in negozio (un po’ come un ristorante di livello che tiene sempre libero un tavolo per i clienti che dovessero passare di lì senza aver prenotato). In generale, quindi, se si desidera acquistarla, è necessario ordinarla, anche – e in virtù  delle infinite personalizzazioni che possono essere apportate. I modelli esposti, pertanto, sono meri campioni, utili per agevolare il cliente nella scelta del modello da ordinare. In prima istanza, si può scegliere il materiale di realizzazione così come quello delle parti metalliche (per i clienti più esigenti ci si può spingere sino all’argento, all’oro o ai diamanti incastonati); si può inoltre decidere se si vogliono le cuciture interne o a vista. Ogni Kelly, quindi, è diversa da un’altra in considerazione del semplice fatto che si tratta di una borsa nata da una precisa quanto personale idea. Per realizzarne una di dimensioni medie ci vogliono dalle 15 alle 16 ore, mentre per le più grandi da 25 a 30: un tempo inestimabile in cui l’esperienza e l’artigianalità dei malletiers Hermès prendono vita cucitura dopo cucitura.
Nel caso di materiali pregiati, come il rettile, la procedura di lavoro subisce una dilatazione dovuta alla primordiale fase di controllo delle pelli: tre o quattro uomini le passano in rassegna, stendendole su un tavolo per individuarne i difetti e, successivamente, tagliano le forme per le borse (in  questo caso, a differenza degli altri materiali, non si utilizza la pressa). Gli artigiani Hermès lavorano con tre tipi di pelli di rettile: due di coccodrillo e una di alligatore. Quella più delicata – e quindi costosa – è quella del Crocodylus porosus dell’Australia: ha scaglie quadrate al centro del ventre e quattro o cinque file di scaglie rotonde verso i fianchi. Vi è poi il Crododylus niloticus dello Zimbabwe, con scaglie più grandi al centro e due file di grosse scaglie rotonde sui fianchi. Il terzo è l’Alligator mississippiensis, che arriva da un allevamento di proprietà della Maison in Florida. Ha piccole scaglie rettangolari al centro e scaglie più piccine di forma ovale ai lati. In media, ogni Kelly, richiede l’utilizzo di tre pelli di cui si utilizza la parte morbida che si trova nella zona inferiore del corpo dell’animale, evitando quella della schiena che è ruvida e sfregiata. La pelle del ventre si utilizza per i lati e il risvolto, la parte interna della coda, che ha scaglie più grandi, per il fondo e i lati o per il soffietto. Per preservare la naturalezza, le pelli non vengono verniciate ma semplicemente lucidate sfregandovi sopra pezzetti d’agata: ne consegue che le borse non sono impermeabili. Una volta tagliate, le pelli vengono adagiate su un vassoio di plastica insieme a cerniere, chiusure, pezzi metallici, fodera e tutto ciò che serve per confezionare il prodotto finale. Ogni vassoio viene poi passato a un altro artigiano che provvede a costruire interamente la borsa, lavorando su tre articoli contemporaneamente: stesso modello, stessa dimensione, stessi materiali. La borsa viene costruita a partire dall’interno: la prima cosa che si utilizza è la griffe - uno strumento in metallo fatto a mano che somiglia a un pettine africano con i denti appuntiti – che viene premuta leggermente sui bordi della pelle per segnare l’area dove viene effettuata la cucitura a mano (solo la cerniera e l’interno delle tasche, infatti, vengono cuciti a macchina). L’artigiano inserisce poi un pezzo di cuoio duro tra l’esterno e la fodera, in modo da rendere la borsa più solida e rigida.
La Kelly è disponibile in due versioni: il modello sellier, con le cuciture a vista, e il modello retourner, con le cuciture all’interno. Gli orli di quest’ultima sono profilati, di solito nello stesso colore della borsa. La profilatura si realizza avvolgendo un cordoncino di cuoio nella pelle e tenendo poi insieme il tutto con un po’ di colla. Nel complesso, una borsa contiene otto strati di pelle: quella esterna, il cuoio e la fodera per ogni lato, oltre ai due orli delle profilature. Il risvolto, invece, è la continuazione del retro della borsa. Gli artigiani cuciono a mano tutte le parti in pelle con un classico punto sella, utilizzando due aghi e un filo lunghissimo, in modo da poter cucire insieme tutti i pezzi senza fare nodi. Il filo di lino, che arriva dalla Francia, è antistrappo e non si logora nel momento in cui viene fatto passare attraverso la pelle. Per renderlo resistente, impermeabile e morbido, lo si tratta con cera d’api. È sempre in tinta con la pelle, a meno che non si tratti di pelle dorata o naturale: in quei casi, si utilizza un filo bianco. L’artigiano tiene insieme le pelli con un morsetto di legno, in modo da avere le mani totalmente libere; buca le tracce lasciate dai denti della griffe con un punteruolo, facendo in modo di penetrare tutti gli strati della pelle; poi infila un ago in una direzione e un ago nell’altra, tira fino a stringere il punto e procede con il successivo. All’inizio e alla fine di ogni cucitura esegue tre doppi nodi, per evitare che possa scucirsi. Una volta completata, la cucitura viene appiattita con un martello di plastica e gli orli lisciati, smerigliati e lucidati in modo da sembrare un unico pezzo. Il manico è composto da sei strati di pelle e viene messo in forma dall’artigiano: per fare ogni manico ci vogliono fino alle tre ore e mezza e, se questo non è perfetto, nemmeno la borsa lo è. Quanto l’interno e l’esterno della borsa sono pronti, l’artigiano li assembla e aggiunge le parti metalliche con un metodo tutto speciale, detto “perlaggio: si appoggiano la chiusura sulla parte esterna e un sostegno metallico sull’interno; poi, dall’interno, s’infila un chiodo attraverso ciascuno dei buchi che si trovano sui quattro angoli e si taglia la parte di chiodo in eccedenza, lasciandone solo un pezzetto. Successivamente, l’artigiano prende uno strumento speciale, simile a un punteruolo, ma con la punta leggermente concava, e, con delicatezza, lo preme ruotando il polso sul pezzetto sporgente, fino a ridurlo a una sorta di perlina rotonda. Ogni parte metallica ha 4 perline – una in ogni angolo – tutte della stessa forma. Le parti metalliche vengono poi ricoperte con una sottile pellicola di plastica per evitare che si graffino. A questo punto l’artigiano rivolta la borsa e la stira per metterla in forma. Nel caso della pelle in coccodrillo, si stira scaglia per scaglia vista la sua naturale delicatezza. Si fa passare infine un ferro sottile e caldissimo tra le cuciture per pulirle e definire i bordi. Quando la borsa è finita, un supervisore la controlla per assicurarsi che le cuciture siano simmetriche e le perline ben fatte, che la chiusura funzioni, la forma sia perfetta e la superficie priva di difetti. Se il supervisore la approva, sulla Kelly – in corrispondenza della fibbia di pelle - viene impresso un marchio che identifica l’artigiano, l’anno e il laboratorio. Viene poi infilata nel classico sacchetto arancione di feltro e spedita al reparto logistica per essere controllata una seconda volta. Se passa anche questo controllo, viene avvolta in carta velina, inscatolata e spedita al negozio, pronta per essere consegnata al cliente che l’ha ordinata.
La Kelly, ma più in generale le borse di Hermès, rappresentano l’antitesi della borsa del momento. Molti modelli sono rimasti invariati per quasi un secolo e ciononostante rimangono ambiti: una constatazione che denota come non subiscano la moda, ma, al contrario, si spingano oltre. Non ostentano loghi, fiere del fatto che siano già sufficientemente riconoscibili di per sé. Trasmettono un messaggio di nobiltà e raffinatezza, a prescindere dal braccio che le sostiene. Nel mondo del lusso, quindi, sono i più discreti tra i simboli di ricchezza e potere.

Una borsa Hermès, in altre parole, è la quintessenza del lusso in termini di maestria, cultura, abilità, esperienza, disinvoltura, pacatezza.

martedì 10 maggio 2016

BOOK_Nella giungla di Park Avenue


Giovedì 12 maggio 2016, alle ore 19.00, lo spazio NONOSTANTE MARRAS accoglie, all’interno del programma dedicato al tema L’aldilà e l’aldiquà, la presentazione del libro Nella giungla di Park Avenue (ed. Bookme - De Agostini Libri, 2016), con l’intervento dell’autrice Wednesday Martin e la giornalista e conduttrice televisiva Marta Perego.
Il volume autobiografico trae spunto dall’analisi che Wednesday Martin, approdata nell’Upper East Side, ha condotto per oltre sei anni sugli abitanti dell’esclusivo quartiere di New York. Dietro le immacolate facciate dei palazzi, infatti, oltre le lobby tirate a lucido e sorvegliate da portieri in livrea, Wednesday scopre la vera Park Avenue: l’ambiente più ostile e competitivo al mondo, governato da un sistema di regole, rituali, totem e tabù da fare invidia agli aborigeni australiani. Forte del suo background di studi in antropologia, la Martin ha adottato un punto di vista “scientifico” per studiare la sua nuova tribù e, forse, trovare il modo per essere accettata.
Dalla decostruzione delle pratiche igenico-estetiche tipiche delle signore locali (note anche come le Geishe di Manhattan), ai sordidi dettagli dell’inevitabile caccia alla borsa-feticcio di Hermès, il risultato è un ritratto esilarante e scomodo, feroce e illuminante della sottocultura più esclusiva, invidiata e vituperata del pianeta: quella dei super ricchi e delle loro ambiziose, agguerrite e ansiosissime consorti. E, in prima persona, l’inserimento nel branco delle mamme più chic d’America, tra aste di beneficenza milionarie, appartamenti sontuosi, lotte per le scuole materne più prestigiose, ansia da “perfezione”,  Xanax e vino.
Una riflessione sulla società, sulla maternità e sulla ricchezza. Nella giungla di Park Avenue è diventato subito un bestseller che ha scatenato la polemica a Manhattan, posizionandosi per mesi nella classifica dei libri più venduti negli Stati Uniti.

Wednesday Martin ha conseguito un dottorato in letteratura comparata con focus sugli studi antropologici a Yale. Da oltre vent’anni lavora a New York come scrittrice e ricercatrice sociale. Collabora regolarmente con numerose testate, tra cui Psychology Today, New York Times, New York Post e Daily Telegraph. Vive a New York con il marito e due figli.

SCHEDA INFORMATIVA LIBRO
Volume: Nella giungla di Park Avenue, di Wednesday Martin, edizioni Bookme 2016
Ingresso: libero fino a esaurimento posti
Orario: giovedì 12 maggio 2016, ore 19.00
Info: tel.: 02 76280991 – mail: bottega@antoniomarras.it