Con la sua moda ha
rivoluzionato i canoni dell’eleganza e dello stile, introducendo il culto
delle forme; con il suo impegno ha contribuito a dar vita al fenomeno del prêt-à-porter
italiano - in un poker d’assi Versace-Valentino-Armani, promuovendo all’estero
l’immagine di una Milano operosa e creativa, quintessenza di stile, eleganza e
sartorialità; col suo approccio multiculturale e multietnico ha guardato con approvazione alle
contaminazioni tra i linguaggi espressivi, anticipando con fare
avveniristico quanto sarebbe accaduto decenni dopo. Lui, Gianfranco Ferré, l’architetto-stilista ad aver portato le
concezioni architettoniche in passerella, ideatore e fondatore di un marchio
che ha fatto la storia del “made in Italy”.
Da oggi un appuntamento settimanale in cui riproporre alcune sue riflessioni di
vita e di stile…forse meglio e più semplicemente definibili “appunti”. Perché di appunti in effetti si tratta: ripresi dalla sua
vivavoce e giunti a noi grazie a manoscritti, testimonianze e pubblicazioni, svelano
le sfumature alle volte più intime di un grandissimo della moda italiana,
dall’aspetto magari burbero ma dall’animo gentile, devoto alla creazione stilistica così come alla valorizzazione del
talento giovanile, chiave di volta per guardare e approcciarsi con successo
al futuro.
Principi cardine, ripresi dalla Fondazione Ferré,
presieduta dalla cugina dello stilista, Rita Airaghi: tutela dell’heritage targata Ferré
attraverso archivi dedicati - messi a disposizione di quanti interessati – e la
promozione dei giovani emergenti.
Pronti quindi a iniziare il nostro
viaggio nei meandri del “Ferré pensiero”?
Visionaria immaginazione alla mano, si parte!
“Elemento fondamentale a complemento
dell’abito e a decoro del corpo: secondo questa ottica l’accessorio è da
sempre oggetto privilegiato della mia attenzione creativa e di una passione
speciale che negli anni è cresciuta e maturata. Necessaria e inscindibile è per
me la relazione che lega l’abito all’accessorio. Nascono da una comune ispirazione, vivono in sintonia sin dal primo
momento in cui nella mia mente prende corpo una collezione, rimandano alle stesse suggestioni,
anche se elaborate in forme e materie differenti. E soprattutto, traducono la stessa idea di qualità e di
unicità. Di bellezza e di eleganza. Abito
e accessorio: l’uno è lo specchio dell’altro, l’uno aiuta a comprendere
l’altro. Meglio ancora, il secondo è uno
strumento per l’interpretazione del primo, per una lettura soggettiva del capo.
Consente a chiunque di ritrovarsi senza difficoltà in uno stile, sfumandolo ed
adattandolo a sé”.
Camicia
bianca
“E’
fin troppo facile raccontare la mia camicia bianca. E’ fin troppo facile
dichiarare un amore che si snoda come un filo rosso lungo tutto il mio percorso
creativo. Un segno - forse “il” segno - del mio stile, che dichiara una
costante ricerca di novità ed un non meno costante amore per la tradizione.
Tradizione
e novità sono infatti gli elementi
da cui prende il via la storia della camicia bianca Ferré. La tradizione, il dato di partenza, è quella della camicia maschile,
presenza codificata e immancabile nel guardaroba, che ha fornito uno stimolo
incredibile al mio desiderio di inventare, alla
mia propensione a rileggere i canoni dell’eleganza e dello stile, giocando
tra progetto e fantasia. Letta con
glamour e poesia, con libertà e slancio, la compassata e quasi immutabile
camicia bianca si è rivelata dotata di mille identità, capace di infinite
modulazioni. Sino a divenire, credo, un must della femminilità di oggi…
Questo
processo di elaborazione rivela sempre un intervento ragionato sulle forme. Mai uguale a se stessa eppure
inconfondibile nella sua identità, la blusa candida sa essere leggera e
fluttuante, impeccabile e severa quando conserva il taglio maschile, sontuosa
ed avvolgente come una nuvola, aderente e strizzata come un body. E’
enfatizzata in alcune sue parti, il collo ed i polsi innanzitutto, oppure
ridotta ed intenzionalmente privata di alcune sue parti: la schiena, le spalle,
le maniche. Si impreziosisce di pizzi e ricami, è resa sexy dalle trasparenze,
oppure incredibilmente ricca ed importante da ruches e volants. Si gonfia e
lievita con il movimento, quasi in assenza di gravità. Svetta come una corolla
incorniciando il viso. Scolpisce il corpo per trasformarsi in una seconda
pelle. E’ la versatile interprete delle più svariate valenze materiche:
dell’organza impalpabile, del taffettà croccante, del raso lucente, della
duchesse, del popeline, della georgette, dello chiffon…
Non
credo di sbagliare affermando che la blusa bianca esercita un appeal speciale
ed è vissuta come un’espressione di femminilità naturale e raffinata.
Soprattutto, ritengo che la blusa
candida, così come l’ho interpretata e proposta alle donne, sia emblematica di
un modo assolutamente attuale di intendere la moda ed il vestire, proprio per
la sua versatilità. Si adatta al pantalone grigio da giorno, alla gonna
nera e diritta, al jeans, al pullover, al blouson di pelle. Può essere protagonista assoluta di un look
oppure complemento discreto, magari sotto la giacca del tailleur. E’ un capo da
giorno e da sera.
E’
“il” pezzo quasi per antonomasia di un guardaroba vissuto in libertà, composto
da elementi che si possono accostare tra loro in infinite varianti sulla base
di scelte e desideri del tutto personali. Nel
lessico contemporaneo dell’eleganza, mi piace pensare che la mia camicia bianca
sia un termine di uso universale. Che però ognuno pronuncia come vuole…”
Christian
Dior
Il
mio primissimo impegno da Dior è stato quello di coglierne lo spirito, per
comprendere in che misura poteva appartenermi, in che orizzonti potevo
muovermi.
In
questo mi ha aiutato la mia determinazione, ma anche la serie di affinità profonde con Monsieur Dior nel concepire l’eleganza:
per esempio nella percezione della
silhouette femminile, svelta e
scattante anche quando si trova ad animare volumi enfatici, nell’amore speciale per i materiali nobili
e di grande prestanza, nella cura sacrale riservata al taglio e a tutti i
processi di costruzione dell’abito, nell’accento posto sempre e comunque sulla
raffinatezza e sul lusso. Una singolare e felice comunanza di vedute, e
direi anche di passioni, che ha reso la mia avventura decisamente
straordinaria, la mia sfida infinitamente avvincente.
Così,
da Dior, per otto anni, ho “respirato” quotidianamente la lezione dell’atelier: cura
assoluta per l’abito in tutti suoi dettagli, somma di abilità diverse e tutte
eccezionali, discrezione massima, servizio personalizzato alla clientela.
Dal disegno alla realizzazione “fisica”, i modelli di Haute Couture, di fatto,
non lasciano mai l’atelier.
Ogni
abito è un’entità a sé, con una sua storia. Non solo, persino ogni dettaglio,
ogni finitura, ogni cucitura costituiscono qualcosa di unico perché vengono
effettuati “ad hoc” per ogni singola cliente sulla base delle sue richieste e
della sua figura.
Questo
stato di cose pone il creatore nella condizione di confrontarsi “step by step”
con l’abilità e l’esperienza dei suoi collaboratori in atelier. Ed è qui che, a
parere mio, si coglie la vera magia
della couture: nella somma di tante abilità e nell’altissima qualificazione di
tanti artigiani a cui il couturier deve dare un’impronta, una guida, una
compiutezza, un po’ come il direttore d’orchestra sul podio…
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