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lunedì 23 ottobre 2017

ART & CULTURE_Fendi Studios



FENDI da sempre è attenta alle commistioni tra la moda e le molteplici forme d’arte, ponendo al centro dell’attenzione una sensibilità per la bellezza autentica. Il cinema, in particolare, ha rappresentato per la Maison una disciplina con la si è confrontata diverse volte, dando vita a indimenticabili connubi, basti ricordare “Gruppo di famiglia in un interno” di Luchino Visconti con una raffinatissima Silvana Mangano. Per celebrare questo profondo e duraturo legame, FENDI organizza una mostra innovativa e sorprendente, intitolata FENDI STUDIOS, ospitata presso il Palazzo della Civiltà Italiana, sede della Maison romana dal 27 ottobre 2017 al 25 marzo 2018 (ingresso libero). Complici le tecnologie digitali e immersive, l’esposizione coinvolge il visitatore in un magico viaggio alla scoperta dell’universo del marchio e, soprattutto, del suo legame indissolubile con il cinema. Dislocata in diversi spazi, consente un’inedita esplorazione: in particolare, negli studios è possibile immergersi in alcuni set cinematografici interattivi tratti dai film per i quali FENDI ha realizzato abiti, accessori e capi in pelliccia, come, per esempio, Evita, Il diavolo veste Prada, Grand Budapest Hotel. A corollario, un calendario di proiezioni quotidiane di film selezionati appositamente dalla Maison.
FENDI STUDIOS rappresenta un invitto a scoprire, in chiave moderna e contemporanea, la passione di FENDI per il cinema e il legame che li lega. Una passione fatta di glamour e creatività, dedizione ed emozione.
I visitatori hanno la possibilità di vivere un’esperienza unica, interagendo con i film e reinventandoli, entrando nelle scene e diventandone protagonisti. Il tutto, condividendolo in tempo reale.

FENDI STUDIOS
Palazzo della Civiltà Italiana, Roma
Dal 27 ottobre 2017 al 25 marzo 2018

Ingresso libero

giovedì 11 maggio 2017

LEISURE_Fashion for Everyone Women & Pets



Lo scorso 4 maggio, nella suggestiva cornice del lussuoso hotel Chateau Monfort di Milano, si è tenuto l’evento Fashion for “Everyone” Women & Pets. Un progetto nato da due designer con le stesse passioni: la creatività, l’alta moda Made in Italy e gli amici a 4 zampe. Due personalità molto diverse, quelle di Azzurra Di Lorenzo, stilista di Haute Couture specializzata in Cerimonia, Galà e Sposa, Romy Mangili, titolare del brand Angelina & Co.: stilista di abiti for pets, dalle quali prende vita la Special Collection-Limited Edition.
Nel corso dell’appuntamento è stata presentata un’esclusiva linea, firmata Angelina & Co. realizzata con gli scampoli di tessuto e mantenendo lo stesso stile degli abiti firmati Azzurra Di Lorenzo della Collezione Ceremony & Bride 2017: per avere al proprio fianco, in un giorno speciale, anche i nostri glamour e inseparabili amici.
Eleganza e stile le note che hanno caratterizzato l’evento, ma non solo… anche interesse e generosità nei confronti dei 4 zampe meno fortunati.
Azzurra Di Lorenzo e Romy Mangili hanno accolto la proposta di Morino Studio che da anni, a titolo di volontariato, idea, coordina e organizza eventi di raccolta fondi per la Lega Nazionale per la Difesa del Cane –Sezione di Milano. L’Associazione che opera dagli anni Novanta e che, grazie al generoso sostegno dei suoi soci e all’impegno di molti volontari, si batte senza sosta per aiutare gli animali in difficoltà, abbandonati, maltrattati e non rispettati, da sempre si occupa di gestire il Rifugio di Via Redecesio 5/A a Segrate (MI) nella cui struttura ogni anno vengono salvati più di 400 trovatelli riuscendo a dare loro una sistemazione adeguata e sicura in famiglia. Le due protagoniste hanno devoluto alla LNDC-Mi una speciale donazione.
Tra gli ospiti di ieri sera: Guido Bagatta, Vera Castagna, Alex Belli, Gisella Donadoni, Anna Repellini,  Maria Luisa Cocozza, Marinella Di Capua e Alessandra De Marco.
Indispensabili e di gran valore le collaborazioni con Photo Clic di Luca Paudice, Nob Eventi di Nataly Olmetti, Gianfranco Corigliano per le riprese video, il Castello delle Regine per il cocktail, Antèsi Milano per le artistiche composizioni floreali e Caffè Musetti per gli originali cadeaux omaggiati agli ospiti.

Azzurra Di Lorenzo, stilista dell’omonimo brand, ha la capacità di interpretare i sogni ed i desideri di ogni donna perseguendo sempre la sua ricerca di bellezza. Il risultato diventa quello di un abito esclusivo, unico nel suo genere. Predilige la realizzazione di abiti da cerimonia e galà, ispirati nel colore e nelle linee al mare che bagna la sua terra d’origine: la Calabria.


Romy Mangili, è una stilista di abbigliamento ed accessori 'for pets' che ha creato il suo Brand, prendendo il nome e l'ispirazione dalla sua amata cucciola di Yorkshire Angelina. Questa linea è nata per far sentire coccolati e protetti i nostri teneri amici, dando loro la possibilità di esserci accanto anche negli attimi più importanti della nostra vita.

lunedì 20 febbraio 2017

ABOUT_Il pizzo



Pizzo, trina o merletto. Quale che sia l’appellativo utilizzato non cambia molto nell’immaginario collettivo, che lo vuole come una delle lavorazioni tra le più seducenti: intrigante ma raffinata, sensuale ma elegante. Un gioco studiato di rivelato e non svelato, che molto dice ma ancora di più evoca, che scopre sussurrando e copre con garbo e delicatezza. Il pizzo appare come una sorta di continua antitesi tra estremi che si respingono per attrarsi, quasi a suggellare la giusta convivenza di due anime in apparenza distanti e differenti, sulla scia di un’iconica commistione tra sacro e profano che, se ben riuscita, è in grado di dare strabilianti effetti di charme e incanto.
Tecnicamente parlando, le categorie di pizzo sono due: quello eseguito con l’ago (evoluzione del ricamo) e quello al tombolo (figlio della passamaneria). Per tre secoli, i pizzi sono stati eseguiti rigorosamente a mano, assurgendo a concreta manifestazione di una minuziosa abilità sartoriale, progenitrice della couture tout court, come ancora oggi la intendiamo. Solo all’inizio dell’800 compaiono le prime macchine, a Nottingham in Inghilterra, a opera di John Hethcoat e in seguito di Leavers, che battezzerà il pizzo oggi conosciuto come “pizzo di Calais”.
Da un punto di vista storico, il pizzo compare sulla scena del tessile e, di riflesso, del costume, relativamente tardi, nella seconda metà del ‘500. All’inizio due sono i poli di debutto: Venezia - all’epoca crocevia obbligato per ogni tipo di merce – per quanto concerne il pizzo all’ago e le Fiandre per quello al tombolo. Prima di allora, per ottenere l’effetto di trasparenza (nel pizzo dovuta alla struttura leggera con piccoli fori e vuoti) si ricamava un pezzo di lino a festoni, lo si tagliava e si tiravano i fili. Da una simile constatazione e invertendo il procedimento, ecco l’idea geniale: invece di distruggere il tessuto, si creava una griglia su cui ricamare.
Fino al ‘700 il merletto fu utilizzato anche dagli uomini per i jabot e i polsini arricciati che fuoriuscivano dalle giacche. Con i primi dell’800, diventa esclusiva del guardaroba femminile, usato per abiti, giacche, velette, ombrelli, scialli nonché come guarnizione di biancheria e accessori. Da Venezia e dalle Fiandre, conquista il mondo intero: si diffonde subito in Francia poi in Inghilterra, Spagna e Svizzera. In Asia e America del Sud fu probabilmente importato dai missionari. Fra i merletti più famosi ad ago, ci sono quelli di Alençon e Argentan in Normandia, fra i pizzi a tombolo, lo Chantilly, il Valenciennes e il merletto di Burano o pizzo veneziano. L’arte del pizzo a mano è ancora insegnata in molte scuole specializzate, mentre musei di tutto il mondo hanno ricche collezioni di merletti antichi. Uno dei più famosi fabbricanti è Riechers-Marescot a Calais, che lavora per i maggiori couturier del mondo.
Negli anni il pizzo ha contraddistinto le note più glamour della moda per la sua duplice anima grazie alla quale, mentre suggella una provocante sensualità, evoca un’eleganza raffinata, mixando sapientemente le carte in un calibrato gioco di stili e ispirazioni. Elemento di lusso per la couture, declina il suo aspetto sofisticato per merito dell’abilità manuale delle sarte che dedicano ore di lavoro alla più perfetta resa formale della sua essenza. Non meno prezioso sul versante prêt-à-porter, che lo vede trionfare in ogni dove e in ogni come, vuoi elemento preponderante di una creazione – abito, camicia, gonna, ecc. -, vuoi dettaglio lussuoso, volto a elogiare un capo d’abbigliamento piuttosto che un accessorio – bag, jabot, balze, scarpe. Intrigante ma mai volgare, sussurrato e mai gridato, il pizzo mantiene inalterato il suo fascino altero che rimanda ad antiche epoche aristocratiche. Ideale per il giorno se utilizzato nella sua variante più discreta, diviene un alleato insostituibile per la sera con total look capaci di incantare un’intera platea nelle occasioni più mondane. La sua azione nobilitante non si ferma davanti a nulla: dai look più formali arriva ad arricchire quelli più informali, donando in ogni caso quel tocco d’indiscussa preziosità.
Molte maison – da Valentino a Prada, passando per Louis Vuitton - lo utilizzano nelle loro collezioni, proponendolo di volta in volta declinato nelle stagioni e negli outfit. Per alcune – Dolce&Gabbana in testa – è divenuto un must della loro cifra stilistica: la coppia di stilisti made in Italy lo inserisce in ogni sfilata, donandogli ora un’anima dark, ora una imperiale, ora una sexy. Il pizzo è divenuto un elemento cardine della loro moda, un dettaglio di stile che evoca la tradizione della sicilianità più pura tanto cara alla coppia e prezioso bagaglio d’ispirazione per la loro moda. Dal classico tubino all’abito corto dal tocco bon ton, dalla longuette super femminile alla blusa très charmante, dall’inserto di gonne nelle fantasie più varie – animalier o floreali che siano – alle bag e alle scarpe, il pizzo rivela la sua anima versatile, pronta a sposare ogni linea e ogni forma. Per look dall’alto tasso sensuale a tutte le ore del giorno, che non perderono mai di vista l’eleganza più autentica.  

martedì 7 febbraio 2017

LEISURE_Diana: Her Fashion Story



Dal 24 febbraio 2017 Kensington Palace ospiterà la mostra “Diana: Her Fashion Story”, tributo a Lady Diana nell’anno del ventennale della sua morte nonché prima di una serie di iniziative che in tutto il Regno Unito celebreranno la principessa. Ospitata nelle sale di quella che fu la sua dimora, l’esposizione è stata fortemente voluta dai figli William ed Harry con l’intento di ricordare la madre in tutto ciò che l’ha resa leggenda: dal suo impegno benefico al segno indelebile lasciato nel mondo della moda.
Gli abiti esposti delineeranno l’evoluzione del look della principessa, segno tangibile dei cambiamenti che attraversò nella sua vita: dal timido debutto in società agli ultimi tempi, vissuti all’insegna della determinazione. Una crescita a livello personale che trovò una valida forma di espressione nel suo stile, sempre più all’avanguardia nonché anticipatore delle tendenze.
La mostra apre con l’abito a pois firmato dalla couture Regamus, indossato da una debuttante 19enne Lady Diana e regalato anni più tardi a Madame Tussauds per vestire la prima statua della principessa. Seguono, poi, gli abiti con spalla nuda o maniche ampie e vistose, indossati in occasione di cene diplomatiche negli anni Ottanta; per finire al famoso, audace abito da sera a schiena scoperta e intarsiato di perline, indossato da una Diana più rilassata e perfino, nelle foto, spiritosa, nel novembre 1990, per un banchetto diplomatico a Tokyo, in presenza dell’imperatore Akihito.
Nel corso degli anni Novanta, la presenza e il carattere della principessa si imposero sempre di più. Gli abiti moderni di Catherine Walker, la sua stilista preferita, diventarono presto un must. Il trend continua con altri due abiti iconici: il Christian Dior stile sottoveste indossato nel 1996, in occasione di una serata al Metropolitan Museum of Art di New York, e quello rosso fuoco sfoggiato nel giugno 1997, per un discorso pronunciato a un gala benefico per le vittime delle mine terrestri, presso il Museum of Women in the Arts, a Washington.
Esposta anche una classica mise Emanuel in tartan azzurro, indossata in occasione di una visita ufficiale a Venezia negli anni Ottanta e che si credeva ormai persa. Accanto vi sarà un altro capo Emanuel, la camicia color rosa pallido con fiocco, indossata nel 1981 per il ritratto ufficiale scattato dal fotografo dei vip Lord Snowdon.
Abiti ma non solo. Nel percorso espositivo il visitatore potrà ammirare anche i bozzetti preparati per Lady Diana dai suoi stilisti preferiti, spesso con l’apporto personale della principessa.
Dei 26 indimenticabili abiti esposti, solo cinque sono di proprietà dell’Historic Palace Houses, l’ente di beneficenza che si occupa dei palazzi reali di Elisabetta II: gli altri 21 appartengono oggi a collezionisti privati e musei sparsi in tutto il mondo, e tornano a Londra ognuno con una storia aggiunta dopo la scomparsa di Lady D. Come il famoso abito da sera in velluto blu, firmato Victor Eldestein e indossato dalla principessa nel 1985, nella Casa Bianca, in un memorabile ballo con l’attore John Travolta. Lady Diana lo indossò anche in un ritratto ufficiale e lo mise poi all’asta per beneficenza, appena due mesi prima di morire. Lo acquistò una donna d’affari americana, pagando 100mila sterline e lo rivendette nel 2013 a un collezionista britannico per la somma record di 240mila sterline.

Diana: Her Fashion Story
Kensington Palace, Londra
Dal 24 febbraio 2017

giovedì 29 settembre 2016

STYLE_Ultràchic: collezione p/e 2017





Brand dal forte contenuto artistico, ironico, romantico e, al contempo, con un tocco rock, Ultràchic rende le sue collezioni riconoscibili grazie all’unicità con cui utilizza i tessuti stampati, jacquard e ricamati. Ogni collezione si sviluppa attorno a un tema diverso, invitando a un viaggio nella società e nella cultura del nostro tempo.
Tessuti nobili come la seta, il cachemire, il cotone e la viscosa, ma anche materiali di ricerca quali carta e gomma, rendono la proposta Ultràchic sempre nuova e originale. Ulteriore elemento di prestigio, la realizzazione in edizione limitata – mai più di 99 esemplari per modello – dei capi della Maison.
Sin dalla sua nascita nel 2006, lo stile targato Ultràchic ha conquistato i buyer delle più importanti boutique di lusso (Biffi, Banner, Penelope, Gente, Tessabit, Harvey Nichols, Club21, Runway, Tyan Fashion, Smets, Adonis). Oggi il brand è presente in oltre 150 top boutique nel mondo e nel negozio monomarca di Milano, in via Meravigli 18.
Un successo, quello di Ultràchic, internazionale, come dimostra l’importante del prossimo 9 ottobre, quando sfilerà a Dubai nell’ambito dell’Arab Fashion Week.
Tra i principali riconoscimenti, inoltre, il premio Time, ottenuto durante il White Trade Show di Milano, il Tao Awards e il premio speciale On Stage 2.0 assegnato da The Woolmark Company, Vogue e Milano Unica.
In occasione dell’edizione appena conclusasi di Milano Moda Donna, Ultràchic ha presentato la sua collezione primavera-estate 2017: PARKCITY. Un nome che ne evoca il mood: la contaminazione di due ambienti antitetici, ma complementari, come la metropoli e i suoi parchi.
Elementi urbani e naturali, come caos e tranquillità, si fondono, dando origine a una dimensione onirica di colori e fantasie. Suggestive oasi di pace, luoghi incantati dal fascino senza tempo, si mescolano a frenetici scenari metropolitani. L’atmosfera è gioiosa, romantica e sbarazzina, permeata da un freddo spirito pratico che manifesta la visione ribelle della mente creativa, Diego Dossola, verso ironia e realismo.
Stampe, tessuti e forme si contaminano, generando l’armonia artistica tipica del dna della Maison. La seta, il cotone e il mikado utilizzati generano un’esplosione di colori, fonte di interessanti contrasti: le intricate strade cittadine si contrappongono ai ricercati labirinti dei giardini all’italiana; le luci abbaglianti dei neon alle flebili lucciole; l’arte dei graffiti alle elaborate aiuole fiorite. Non da ultimo, l’innocenza del delicato pizzo Sangallo unito alla gomma dà origine a un insolito abbinamento. Le preziosità di trame e tessuti lavorati in lurex vengono abbinate al disegno di un principe ranocchio in attesa della sua principessa.
La Maison presenta un’ampia e completa varietà di silhouette e lunghezze. Borchie che regalano carattere alla camicia di jeans sono combinate con austere gonne lunghe tubolari. Blazer finemente rifiniti arricchiscono lunghe tute di seta fluttuante. Gonne e abiti in plissé vengono ironicamente reinterpretati. Camicie classiche da uomo e oversize completano sapientemente abiti dal taglio sartoriale e gonne dallo stile gitano.
La selezione di accessori comprende mini carré in seta e in cotone da annodare al collo, cinture sia sottili che medie, proposte in tute le stampe della collezione.

Un gioco di contrasti evocati, che invita a spingersi oltre le apparenze per capire gli intricati legami tra dimensioni diverse ma simili, caratterizzate da un linguaggio universale quale è quello dello stile.

giovedì 28 luglio 2016

STYLE_Principe di Galles: tessuto, ma non solo...




Collezione che vedi, usanza che trovi. Una di queste usanze che non perde mai il suo appeal, ma addirittura lo rinforza di rinnovata energia interpretativa, è il principe di Galles. Un grande classico sia per l’uomo che per la donna, caratterizzato dall’inconfondibile quadrettato di lana Saxony, dall’effetto sportivo ed elegante insieme, capace di coniugare il comfort informale allo stile più glamour. Da vero esteta. Utilizzato già nella metà dell’800 dalla corona inglese per la produzione dei completi per gli eredi al trono (dal cui titolo prende per l’appunto il nome) e, in particolare, da re Edoardo VII per le uscite in campagna o le battute di caccia, torna ogni anno con gran rispolvero quale sinonimo per antonomasia di chic contemporaneo, in bilico tra puro snobismo e praticità casual: una commistione d’ispirazioni che convivono armonicamente e trovano ampia valorizzazione in abiti, giacche, trousers o cappotti, proponendo di volta in volta versioni più classiche così come reinterpretazioni con tanto di aggiunte di varianti più o meno estrose. Che si tratti di divini soprabiti che strizzano in vita le silhouettes femminili, piuttosto che di completi maschili a tre pezzi in perfetto stile Grande Gatsby, si passa dal tradizionale disegno a quadri piccoli o a pied de poule dentro quadri più grossi a nuove ispirazioni che lo rendono concettuale, scomponendolo in forme più o meno geometriche, o ne rivelano la declinazione cromatica, colorandolo anche delle tinte più audaci, nella resa innovativa di un grande classico del passato che torna più contemporaneo che mai.
Se si vuole ripercorrere brevemente la storia di questo tessuto e spingersi un passo indietro nel tempo, si scoprono interessanti curiosità, come, per esempio, che i possidenti inglesi stabilitisi in Scozia ricorrevano al tipico quadrettato, di tonalità quasi sempre grigia, per distinguersi dai clan locali. Aneddoti british a parte, alla terra d’Albione va riconosciuto, in ogni caso, il tributo d’aver sancito l’entrata nel mondo della moda dell’utilizzo di quello che gli inglesi chiamano glain plaid o glen check: al duca di Windsor, eclettico e informale nipote di Edoardo VIII, che aveva scelto di abdicare al trono per sposare Wallis Simpson, l’americana dal burrascoso passato matrimoniale e dalle origini non aristocratiche, il plauso d’averlo sdoganato nel guardaroba di ogni gentleman che si rispetti. Eccentrico e anticonformista al punto tale da togliersi la giacca in ogni occasione – anche la più formale – e rimanere con la camicia arrotolata, al principe di Galles o duca di Windsor, che dir si voglia, piaceva giocare con la moda: si divertiva a sperimentare, era il dandy della famiglia reale, un’icona di stile, in netto anticipo su quello stuolo di divi e divini che nei decenni successivi si sarebbero dilettati, più o meno con successo, nel culto della moda. Sicuramente il buon gusto e l’eleganza innata che possedeva lo agevolavano e gli davano quel netto vantaggio su chiunque, anche solo per scherzo, si fosse cimentato in una simile impresa: gli riuscivano bene, perché spontaneamente pensati e indossati con disinvoltura, abbinamenti audaci e azzardati per l’epoca – e ora di gran moda – come, per esempio, i calzini a righe abbinati a scarpe bicolore, o quelli a fantasia scozzese su pantaloni in tessuto madras. Un po’ come oggi, vi sono certe persone che si possono permettere gli accostamenti più improbabili, emanando in ogni caso glamour ed eleganza, altre invece che è preferibile si attengano alle regole basilari del codice vestimentario. Dipende sempre dalla persona e da come essa sa indossare con la medesima disinvoltura una mise semplice e una preziosa. Ecco il vero dandysmo…una cosa che al duca di Windsor riusciva gran bene. Tanto bene che sempre lui è stato il primo uomo ad abbinare con nonchalance scarpe scamosciate marroni ad abiti blu, colore che preferiva al nero, anche per lo smoking. Non amava la camicia rigida da frac, perciò, di concerto col suo fidato camiciaio, ha inventato il modello alternativo con collo rovesciabile e polsino doppio e pieghettato. E anche quando viaggiava non passava inosservato: il suo look preferito erano i completi doppiopetto grigi, un altro must del guardaroba maschile più “à la page”

lunedì 25 luglio 2016

ART & CULTURE_Il docu-film su Anna Piaggi



“Anna Piaggi, una visionaria della moda”. Questo il tiolo del docu-film su Anna Piaggi, giornalista, icona di stile, musa ed esteta, a firma di Alina Marazzi e presentato il mese scorso in anteprima assoluta al Biografilm Festival di Bologna.
Celebre per i suoi look, soprattutto per gli inconfondibili e originalissimi copricapi, amica intima di Karl Lagerfeld, che ne fece la sua musa, Manolo Blahnik, Gianni Versace, Anna Piaggi ha personificato la calibrata contaminazione tra arte e moda, storia e società, raccontandone le evoluzioni e anticipandone le tendenze.
Il docu-film racconta e celebra la sua vita, ripercorrendone le tappe fondamentali, prima fra tutte l’amore per la moda. Un amore nato nei primi anni ’60 - complice la sollecitazione di Alfa Castaldi, indimenticato fotografo che divenne suo marito nel 1962 – e validato dagli anni seguenti della swinging London durante i quali affinò sempre di più la sua attitudine estetica, dando vita, tra le altre cose, al concetto di moda vintage. Per Anna Piaggi la moda diventò arte e lei stessa si trasformò in un’opera d’arte, complice il suo stile e il suo inimitabile modo di porsi, quintessenza di un’immaginazione visionaria e di una creatività senza eguali. Un’immaginazione e una creatività che si riflettevano anche nella sua rubrica “Doppie Pagine” su Vogue Italia, incontri spaziali di parole e immagini, connubio di idee e colori di moda come in un quadro di Jean Michel Basquiat, spunto per numerosi stilisti, in cui leggeva le creazioni di moda, cogliendone emozioni e riferimenti artistici.
Nulla di quello che indossava Anna Piaggi era casuale, ma la spontaneità  e la naturalezza con cui si comportava facevano sembrare tutto estremamente fluido. E così l’eccentricità diveniva regolarità, simbolo di una devota ricerca estetica e, al contempo, di una naturale vocazione alla moda. Quella di Anna Piaggi non era ostentazione: non ne aveva bisogno. Era l’amore per la moda intesa come forma d’arte; come linguaggio espressivo della società, quintessenza di storia, tradizioni e cultura. Un amore che la portò a sviluppare un’immagine che la rese unica e famosa in tutto il mondo.
Il documentario di Alina Marazzi ripercorre tutto ciò, ponendo l’accento sulla doppia carriera di giornalista e icona del fashion. In quest’ottica, rilevatrici sono le interviste effettuate alle persone che l’hanno amata e stimata. Da Karl Lagerfeld che definisce la sua teatralità "un'irresistibile composizione grafica che ti veniva voglia di fissare sulla carta" a Jean Charles De Castelbajac che confessa quanto fosse solito guardarla per decifrarla, passando per le dichiarazioni rilasciare dal suo entourage che ama ricordarla come “una fabbrica quotidiana di creazioni…una prima attrice che cambiava look in ogni momento della giornata, ma sempre seguendo un filo ideologico…un'amante dell’originalità al punto da restare delusa se in un film la protagonista non si cambiava d'abito abbastanza spesso”.

Un viaggio per immagini e narrazioni attraverso le emozioni che una grande donna ha regalato al mondo della moda, ma non solo. A dimostrazione, ancora una volta, che la moda non è semplice frivolezza, bensì qualcosa che si spinge ben oltre, andando a lambire i confini dell’arte nella sua autentica accezione.