giovedì 29 marzo 2012

ABOUT_Il Panama: da Montecristi la leggenda dell'eleganza sofisticata



I primi conquistadores, scoprendo delle cuffie sconosciute sulle teste di alcuni indigeni, avevano scambiato questa materia leggera e traslucida per pelle di pipistrello. Le successive scoperte sulla costa ecuadoriana avevano invece contribuito a iscrivere nella leggenda il cappello per antonomasia, sinonimo di glamour sofisticato ed eleganza ricercata: il Panama. Le prime peripezie di questo mitico copricapo hanno certamente seguito la rotta dei bagagli di qualche commerciante, scienziato, esploratore o capitano, alla volta dell’occidente. Nel XVIII secolo il Panama comincia a solcare gli oceani. Si racconta infatti che nella lunga permanenza forzata a Sant’Elena, Napoleone abbia scambiato il suo cappello nero da conquistatore con uno splendido e candido “Montecristi” (nome originale) per non lasciarlo più.
Di cultori ed estimatori, il Panama ne ha avuti sin dall’inizio. Nel 1835 Manuel Alfaro – il cui figlio Eloy diventerà il presidente dell’Ecuador – si stabilisce nel cuore di Montecristi, una piccola città su una collina cullata dai venti oceanici, dedicandosi all’esportazione e creando un vero e proprio circuito di tessitori con cui mette a punto un ciclo produttivo.
Nel 1855, in occasione dell’esposizione universale, Parigi scopre questo cappello di paglia. Per la prima volta si parla del cappello di “Toquila”, della scorrevolezza e della trama che meraviglia e affascina i parigini. Un Montecristi viene offerto a Napoleone III e nella Ville Lumière diventa subito moda.
Nel 1900 non resistono al suo fascino Thomas Nast, l’inventore del simbolo dei repubblicani statunitensi, il banchiere J.P. Morgan, che lo esibisce con superbia, e Theodore Roosevelt, immortalato su tutte le prime pagine di quotidiani e rotocalchi durante la sua visita sul luogo dei lavori del futuro canale.
Negli anni 40 ormai l’Europa ha gli occhi
rivolti verso l’America, ed è Hollywood a dettare la moda. E’ indossato dai più grandi: Orson Welles, Humphrey Bogart, Gary Cooper nonché in alcune pellicole cult.
Ma come nasce il Panama? La materia prima – la paglia o fibra vegetale, chiamata “Toquila” nel paese d’origine – cresce nella provincia di Manabi, Guayas e Esmeralda. Le sue qualità uniche al mondo sono il risultato di un clima freddo-umido e di un suolo costiero particolarmente fertile, ricco di sale e di calcio. Le piantagioni di “Toquila” si trovano a quindici chilometri dalla costa. Le palme sono piante lunghe, alte, leggere e di un bel verde brillante: per essere trasformate in paglia, devono essere tagliate quando sono ancora in fase di crescita e non hanno ancora raggiunto la fioritura. I “Cogollos”, le guaine di strati acerbi, si presentano come rami di circa un metro di lunghezza e un centimetro di diametro. Con un coltello s’incide la base dei gambi, liberando gli strati teneri e flessibili, separando i filamenti dalle parti spesse, già più mature, che vengono buttate via; resta soltanto un fascio di nastri setosi, tenuti insieme da un piccolo gambo fine. Questi, vengono bolliti in grandi vasi di terra, quindi essiccati al vento, lontano dai raggi del sole. Iniziano così il loro processo di ritiro, si arrotolano su loro stessi fino a formare gambi cilindrici, chiari e fini, che devono essere scossi di tanto in tanto in modo da tenerli sempre ben separati, evitando di farli essiccare troppo vicino, rischiando che si attacchino l’un l’altro e diventino inutilizzabili.
Nuovamente lavata, la paglia viene posta su una piastra d’argilla sopra un braciere di zolfo per circa due ore: grazie al gas prodotto – “la fuma” – il materiale acquisisce il tipico color avorio. Segue un’ulteriore fase di essiccazione per passare poi alla selezione del materiale in base al candore, all’elasticità, alla dimensione e alla scorrevolezza di ogni filamento che, a seconda della sua finezza, allunga il tempo dell’intrecciatura, impreziosendo di conseguenza il Panama.
Per realizzare un “Montecristi Extrafine” – un vero gioiello d’avorio, tripudio di leggerezza, morbidezza e luminosità – sono necessari 6 mesi. Si parte dalla creazione della Rosetta, il centro della calotta, con otto fili di fibra a formare un intreccio. Si aggiungono altri fili di paglia per incrementare la grandezza del cerchio e raggiungere la dimensione desiderata della calotta. Intreccio dopo intreccio, si arriva al bordo, chiamato dagli ecuadoriani “ali di cappello”. Ai rifinitori il compito di ultimare il cappello: cercano piccoli buchi o una differenza cromatica nella paglia; correggono gli errori, eliminano i residui, stringono filo dopo filo, facendo diventare il Panama perfetto. Il “Montecristi” non deve essere troppo lavorato. Basta disciplinarne l’ovale e il bordo grazie a una forma in legno, aiutandosi con un po’ di vapore. Infine, viene applicata l’inconfondibile banda in canneté, sigillo di questa quintessenza di lusso allo stato puro: tradizione vuole sia nera, ma con il passare degli anni – complice l’evolversi della moda – le varianti cromatiche si sono moltiplicate, volte a soddisfare i gusti più esigenti.
La produzione di un simile copricapo ha dato vita a una lunga filiera di artigiani, tessitori, commercianti e cappellai, tutti accomunati dalla conoscenza e dalla dedizione necessarie per la realizzazione di un simile magistrale capolavoro, portabandiera della ricercatezza e dalla passione che Borsalino da sempre riversa nella realizzazione di accessori da capo…per denotare con stile – partendo dalle note di testa - la personalità di ciascuno di noi.   

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