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mercoledì 17 ottobre 2012

ABOUT_Il cappello da uomo







Il cappello: copricapo ma anche simbolo di personalità; accessorio e, al tempo stesso, pubblica esternazione di sé. In altre parole, un abbellimento alla propria mise nonché una consacrazione caratteriale a tutti gli effetti.
Volendo ripercorrere le sue peripezie storiche, bisogna risalire agli anni ’20 del Novecento per ritrovare un’Italia alle prese con l’esportazione di circa 12 milioni e mezzo di cappelli di paglia o di truciolo verso il resto del mondo. Le aziende coinvolte in tale produzione sono più di un migliaio e occupano circa 20mila dipendenti.
Dalla metà degli anni ’50, però, inizia un inarrestabile declino: il cappello, fino ad allora elemento immancabile nel guardaroba di ogni vero gentleman che si rispetti, passa di moda. i vecchi cappellai cedono la loro attività, le antiche botteghe spariscono. I modelli fino ad allora diffusi – dai leggerissimi piuma agli enormi Dobbs, passando per le numerose varianti create negli anni, tripudio di volumi e fogge diverse – escono dal concetto di eleganza, diventando mero oggetto di culto di veri estimatori del genere. Un fenomeno di costume che implica un cambiamento nelle dinamiche sociali e territoriali: i principali centri della produzione si spopolano. I cappelli in feltro, infatti, fino a questo delicato momento storico-culturale sono prodotti in decine di piccole realtà artigianali sparse in tutta la penisola, che contribuiscono al rinvigorimento economico del loro specifico ambito territoriale, tanto da diventarne un punto di riferimento nonché un elemento identificativo. Da Alessandria a Monza, da Biella a Intra, da Voghera a Sagliano Micca, da Spinetta Marengo ad Alzano Maggiore, da Montappone a Montevarchi a Prato, da Maglie a Cremona, è tutto un pullulare di botteghe dedite alla realizzazione di cappelli dagli elevati standard qualitativi, che impiegano forza lavoro, dando vita a un’autentica creatività squisitamente italiana. Realtà floride che dalla seconda metà del secolo subiscono un declino inarrestabile, portando alla desertificazione produttiva. Unica eccezione, la Maison Borsalino, che, nel tempo, ha detenuto il dominio nel Belpaese in fatto di produzione e creatività, divenendo il marchio di riferimento dei cappellifici. Il suo capostipite – Giuseppe Borsalino – emigra in Francia verso il 1840, dove si perfeziona nell’arte della cappelleria, per ritornare in Italia nel 1857. Ad Alessandria, in piazza S. Lucia, apre il suo primo laboratorio con vendita annessa. L’azienda conosce un periodo di grande prosperità, che la porta ad essere nota a livello mondiale, finendo a personalizzare le teste d’importanti personaggi. Giovanni Giolitti era solito portare esclusivamente cappelli di questa marca, mentre un Borsalino grigio era indossato da Joihn Dillinger nel maggio del 1934 quando viene ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia americana. Al Capone, nei momenti di massima ascesa, si faceva confezionare espressamente dalla ditta piemontese i cappelli per sé e per i suoi fidati compagni, rigorosamente in pelo di castoro mischiato a quello di coniglio garenne. Celebri, inoltre, le apparizioni cinematografiche del marchio, come attestato dall’omonimo film interpretato da Jean-Paul Belmondo.
Glamour a parte e volendo riportare l’attenzione sui dettagli formali, dettaglio di pregio di un cappello che si rispetti è il marocchino, quella striscia di pelle che lo cinge internamente, realizzata solo e soltanto in capretto proveniente da Liegi, in Belgio. Il nastro, ovviamente di raso, e la fodera, di seta, completano il capolavoro, quintessenza di estro, raffinatezza e buon gusto.
Oggi come allora, i pochi marchi sopravvissuti e specializzati nella realizzazione di simili meraviglie, operano con la medesima maestria e cura del dettaglio, utilizzando le stesse tecniche e strumentazioni: le forme in legno, le prese in ghisa, i vaporizzatori a molla, i ripiani in ciliegio ricurvo. Una garanzia di qualità che passa attraverso una precisione millimetrica e un amore per la tradizione, quasi a ridare vita ad antiche meraviglie che non finiscono mai d’incantare. E se anche l’abilità artigianale si avvicenda sempre di più con la modernità produttiva e le pelli di coniglio lasciano spazio al pelo già trattato, nulla toglie che le quaranta fasi di lavorazione – dalla soffiatura all’imballaggio -  vengano osservate in tutta la loro minuzia esecutiva, portando dopo 7-8 settimane alla realizzazione di bellissimi cappelli in feltro, pronti per essere indossati con tutta la massima fierezza di sé, consapevoli, ma non troppo, della meraviglia incantatrice che si provocherà negli sguardi altrui. Piccoli segreti custoditi gelosamente dalle varie Maison e grazie ai quali un copricapo può fregiarsi d’importanti marchi quali Borsalino, Panizza, Barbisio, Rossi e Bagnara di Cardanello.  

mercoledì 4 luglio 2012

STYLE_Borsalino...chapeau!











Chapeau a un marchio che del cappello ha fatto non solo il suo simbolo, ma addirittura uno stile e uno modo di vivere e concepire l’eleganza. Tanti altri cappelli, infatti, di forma simile o semplici imitazioni vengono denominati Borsalino, alla stessa stregua di altri marchi che hanno battezzato capi d’abbigliamento. Questo a denotare come il nome stesso semplicemente pronunciato evochi un mondo di significati e rimandi, trionfo di un inesorabile confluire di cultura e ispirazioni che nelle forme di adorabili copricapi traducono il loro più sublime significato intrinseco: dici Borsalino e ti si apre una finestra su un universo di contenuti semantici ed emozionali che rimandano al bel tempo che fu, a personaggi celebri del jet set, a divi del cinema internazionale, alla Dolce Vita, insomma a un magico confluire d’immagini e spaccati della vita, intrisi di charme ed eleganza. E d’un tratto, ti trovi catapultato ai giorni nostri: inseparabile compagno in questo viaggio nel tempo lui, un Borsalino. Oggi come allora le sue caratteristiche sono intatte, esprime ancora tutto quello stile che da sempre lo contraddistingue come accessorio très chic, da portare solo se si possiede una personalità tale da poter camminare a testa alta in una strada affollata, fieri del proprio cappello e pronti per essere ammirati con meraviglia. Connotati di stile per un copricapo dal passato glorioso, portato da Humphrey Bogart, Robert Redford, Frank Sinatra e addirittura divenuto titolo di un film interpretato da Jean-Paul Belmondo.
Per un connubio moda-cinema che ancora una volta dispiega la sua forza interiore e la sua naturale tendenza alla contaminazione reciproca.
Il cappellificio Borsalino nasce nel 1857 ad Alessandria dall’idea e l’intraprendenza di Giuseppe Borsalino (1834-1900), fiero di un’esperienza pluriennale presso la Maison Berteil in Rue du Temple a Parigi. È l’inizio di una storia costellata di successi e soddisfazioni, che assumerà i contorni della leggenda. Diretto alla sua morte dal figlio Teresio (1867-1939), all’inizio del secolo conta già 1000 operai e una produzione di 750mila pezzi l’anno: uno sviluppo reso possibile dall’introduzione di quegli stessi macchinari che a Denton, Stockport e nei sobborghi di Manchester hanno rivoluzionato il mestiere dei cappellai. La qualità dei prodotti Borsalino trasforma facilmente il sogno di una piccola bottega artigiana in una vera e propria industria, che già nei primi del ‘900 capisce l’importanza delle esportazioni: decide così di aprirsi al mondo, esplorando nuovi mercati dove presentare i propri capolavori. I cappelli Borsalino divengono in tal modo dei veri e propri must have per l’epoca, indossati a Londra, Parigi e New York. Divenuta una società per azioni nel 1905, nel 1909 l’azienda vince il Grand Prix all'Exposition Universelle de Paris e nel 1911 inizia una collaborazione con Marcello Dudovich, destinata a diventare una pietra miliare nella storia del cartellonismo pubblicitario: negli anni a seguire quelle di Borsalino saranno tra le più incredibili illustrazioni pubblicitarie del tempo. Superate con non poche difficoltà le traversie della Seconda Guerra Mondiale, Borsalino risale la corrente alla conquista di nuovi successi: con una ventata di nuovi cappelli, tra cui cinquanta modelli dalle innovative e sorprendenti linee, le esportazioni aumentano, riconoscendo al cappellificio il lustro di un tempo. Gli anni ’70 rappresentano per il cappellificio il trionfo al botteghino: Borsalino è alle stelle e indossato dalle stelle. Il film "Borsalino" con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo riscuote consensi e approvazioni tali che tre anni dopo viene realizzato il sequel "Borsalino & Co." Il fascino creato dalla combinazione perfetta dei due attori francesi con l'iconico cappello, rilancia il marchio tra le nuove generazioni. Un Borsalino sarà compagno inseparabile per Humphrey Bogart, Gary Cooper, Antony Quinn, nonché Alain Delon, ma anche Robert De Niro, Al Pacino, Robert Redford e ancora Warren Beatty, Federico Fellini, Paul Newman, Alberto Sordi e Vittorio Gassman.
Negli anni ’80 l’azienda viene completamente ristrutturata, sviluppandosi come produttrice d’abbigliamento. In seguito, nei primi anni ’90, Borsalino viene comprato da un gruppo d’imprenditori di Asti, che imprimono un nuovo slancio, tenendo fede alla vocazione aziendale per l’export. Nel 1997 viene acquistato lo storico cappellificio Sabino d’Oria di Lecce, specializzato nella lavorazione di cappelli in tessuto e pelle, e nasce la “Borsalino Sud”; nel 1998 l’incalzante richiesta del mercato americano e caraibico spinge l’azienda alla costituzione della “Borsalino America Inc.”; nel 2007 è la volta del mercato asiatico: per soddisfarne al meglio le esigenze, viene costituita la “Borsalino Japan”. Oggi lo storico cappellificio rappresenta una leggenda vivente: è presente nei principali mercati mondiali e nelle più prestigiose metropoli dello shopping di lusso; i suoi cappelli sono indossati da personaggi famosi e celebrities del calibro di Johnny Depp, Leonardo Di Caprio, Denzel Washington, Justin Timberlake, Kate Moss, Nicole Kidman, Naomi Campbell, John Malkovich. Col passare del tempo, Borsalino è sempre stato in grado di innovarsi mantenendo fede alla tradizione: questa magica e calibrata unione ha decretato il successo del marchio, capace di proporre negli anni uno stile d’antan in forme, tessuti e colori nuovi, o, viceversa, copricapi d’avanguardia dal retrogusto retrò. A prescindere da come si legga il fenomeno – da un futuro che strizza l’occhio al passato, o da un tempo passato che mira al futuro – all’azienda va riconosciuto il plauso d’aver saputo coniugare aspetti così contrastanti armonizzandoli e dando vita a veri e propri capolavori della e per la testa.  Insostituibile il ruolo avuto dal cinema nel sancire il successo del marchio: Borsalino ha sempre dialogato e collaborato attivamente con la settima arte, realizzando creazioni ad hoc per pellicole dal calibro hollywoodiano. Sicuramente questo fitto rapporto ha contribuito a un ringiovanimento progressivo e continuo delle cifre stilistiche del cappellificio, nel rispetto più ossequioso dell’heritage artistica e produttiva. Un rapporto tanto importante da essere celebrato nel 2011 con una mostra alla Triennale in cui sottoforma di video e fotografie sono state esposte le “presenze” più celebri di Borsalino nel cinema. Passando da Audrey Hepburn in "My fair lady" ai Blues Brothers fino ad arrivare – e come dimenticarlo – al cappellaio matto di "Alice in Wonderland", firmato da Tim Burton e interpretato da un estroso Johnny Depp inseparabile dalle sue opulente maxi tube Borsalino: un modello particolare e difficile a portarsi, che nella stagione ha conquistato il favore del pubblico tanto da andare esaurito.
Perché, come recita il motto della Maison, "In passato creammo generazioni di stile...oggi creiamo lo stile delle nuove generazioni". 

giovedì 12 aprile 2012

ABOUT_Il feltro e i suoi segreti. Nel segno della tradizione firmata Borsalino








I cultori del cappello sono soliti dire di Giuseppe Borsalino: “Le sue mani erano le più abili mani da cappellaio che si fossero mai viste”.
Cappelli pregiati, lavorati rigorosamente a mano con i materiali migliori. Il ciclo produttivo del feltro si è sviluppato nel tempo, ma l’artigianalità è ancora quella degli inizi.
Il vero segreto dei “Borsalino” sta, per l’appunto, nelle mani di chi lo produce: mani forti e al tempo stesso sensibilissime, capaci non solo di sentire le minime imperfezioni, ma anche di riconoscere al tatto la qualità e il tipo di pelo.
Dalla soffiatura alla spedizione, ecco come nasce un vero Borsalino
La soffiatura, in altre parole l’avvio della produzione, permette di definire la qualità del melangio e quindi del futuro cappello, prodotto in varie qualità di pelo - garenne, lepre, coniglio e rat mousquet – che viene mescolato e soffiato in una speciale macchina, chiamata appunto soffiatrice. Dopodiché si passa all’imbastitura, processo di aspirazione che avviene tramite macchine “imbastitrici”: il pelo in caduta si attacca al cono che rotea all’interno di una campana e viene fissato definitivamente grazie a un getto di acqua calda. Una volta terminata la campana di feltro, si procede a un primo rafforzamento tramite le “gheise” e “rollettine”: queste macchine, sfruttando il movimento meccanico, permettono alle fibre si saldarsi efficacemente tra di loro e quindi di ottenere un feltro più compatto. Nella successiva fase di visitaggio ogni cloche viene sottoposta a un accurato controllo per scoprire eventuali difetti: quelle che non rispondono ai rigorosi criteri di qualità vengono scartate e non più riutilizzate. Si procede quindi alla prima riduzione della cloche tramite il bagnaggio. Ulteriormente ridotta, la cloche raggiunge le dimensioni desiderate grazie a un passaggio attraverso tre differenti macchine (per feltri particolarmente pesanti si utilizza una speciale apparecchiatura detta follane a martelli, la quale sintetizza in un’unica operazione i passaggi nelle follatrici). Dopo l’asciugatura, i feltri vengono passati nel “Magazzino in bianco” in cui avviene l’assemblaggio e la suddivisione per qualità e colore. Si passa quindi alla tintura, eseguita in macchine a pressione atmosferica, alla temperatura di ebollizione, in un tempo variabile dai 90 a i 240 minuti in base al peso. I feltri passano quindi alle macchinette per un’ulteriore fase di riduzione delle dimensioni, con un processo analogo a quello del bagnaggio. La produzione prosegue con l’apprettatura per mezzo di una sostanza naturale (gommalacca) e il cosiddetto sbridaggio (la prima informatura). Al feltro vengono date la forma e la misura desiderate grazie all’ausilio di calchi in alluminio posizionati in una macchina funzionante a vapore e ad aria compressa. Il cappello così ottenuto viene sottoposto ad ulteriori fasi di lavorazione che consentono il conseguimento di quella qualità eccelsa che contraddistingue un Borsalino: nella pomiciatura viene lavorata la superficie del feltro attraverso macchine speciali e particolari carte smerigliate (in alcuni casi viene utilizzata anche la pelle di pescecane); nell’informatura di seconda, invece, viene data la forma definitiva alla cloche. Il feltro viene quindi sottoposto ad un ulteriore controllo visitato di qualità per rilevare eventuali difetti sfuggiti in precedenza. Superato il test, è pronto per ricevere la forma definitiva del cerchio (bridaggio). La fase finale – finissaggio – racchiude gli ultimi passaggi: guarnizione, cucitura della fodera, del marocchino e del canneté, applicazione di altri accessori eventualmente richiesti dal cliente, stiratura, ulteriore visitaggio, collaudo finale, imballo e spedizione.
Un lavoro meticoloso che richiede circa sette settimane, ma alla fine del quale un Borsalino in tutto il suo splendore è pronto per essere indossato con charme ed eleganza, aplomb e compostezza stilosa. 

giovedì 29 marzo 2012

ABOUT_Il Panama: da Montecristi la leggenda dell'eleganza sofisticata



I primi conquistadores, scoprendo delle cuffie sconosciute sulle teste di alcuni indigeni, avevano scambiato questa materia leggera e traslucida per pelle di pipistrello. Le successive scoperte sulla costa ecuadoriana avevano invece contribuito a iscrivere nella leggenda il cappello per antonomasia, sinonimo di glamour sofisticato ed eleganza ricercata: il Panama. Le prime peripezie di questo mitico copricapo hanno certamente seguito la rotta dei bagagli di qualche commerciante, scienziato, esploratore o capitano, alla volta dell’occidente. Nel XVIII secolo il Panama comincia a solcare gli oceani. Si racconta infatti che nella lunga permanenza forzata a Sant’Elena, Napoleone abbia scambiato il suo cappello nero da conquistatore con uno splendido e candido “Montecristi” (nome originale) per non lasciarlo più.
Di cultori ed estimatori, il Panama ne ha avuti sin dall’inizio. Nel 1835 Manuel Alfaro – il cui figlio Eloy diventerà il presidente dell’Ecuador – si stabilisce nel cuore di Montecristi, una piccola città su una collina cullata dai venti oceanici, dedicandosi all’esportazione e creando un vero e proprio circuito di tessitori con cui mette a punto un ciclo produttivo.
Nel 1855, in occasione dell’esposizione universale, Parigi scopre questo cappello di paglia. Per la prima volta si parla del cappello di “Toquila”, della scorrevolezza e della trama che meraviglia e affascina i parigini. Un Montecristi viene offerto a Napoleone III e nella Ville Lumière diventa subito moda.
Nel 1900 non resistono al suo fascino Thomas Nast, l’inventore del simbolo dei repubblicani statunitensi, il banchiere J.P. Morgan, che lo esibisce con superbia, e Theodore Roosevelt, immortalato su tutte le prime pagine di quotidiani e rotocalchi durante la sua visita sul luogo dei lavori del futuro canale.
Negli anni 40 ormai l’Europa ha gli occhi
rivolti verso l’America, ed è Hollywood a dettare la moda. E’ indossato dai più grandi: Orson Welles, Humphrey Bogart, Gary Cooper nonché in alcune pellicole cult.
Ma come nasce il Panama? La materia prima – la paglia o fibra vegetale, chiamata “Toquila” nel paese d’origine – cresce nella provincia di Manabi, Guayas e Esmeralda. Le sue qualità uniche al mondo sono il risultato di un clima freddo-umido e di un suolo costiero particolarmente fertile, ricco di sale e di calcio. Le piantagioni di “Toquila” si trovano a quindici chilometri dalla costa. Le palme sono piante lunghe, alte, leggere e di un bel verde brillante: per essere trasformate in paglia, devono essere tagliate quando sono ancora in fase di crescita e non hanno ancora raggiunto la fioritura. I “Cogollos”, le guaine di strati acerbi, si presentano come rami di circa un metro di lunghezza e un centimetro di diametro. Con un coltello s’incide la base dei gambi, liberando gli strati teneri e flessibili, separando i filamenti dalle parti spesse, già più mature, che vengono buttate via; resta soltanto un fascio di nastri setosi, tenuti insieme da un piccolo gambo fine. Questi, vengono bolliti in grandi vasi di terra, quindi essiccati al vento, lontano dai raggi del sole. Iniziano così il loro processo di ritiro, si arrotolano su loro stessi fino a formare gambi cilindrici, chiari e fini, che devono essere scossi di tanto in tanto in modo da tenerli sempre ben separati, evitando di farli essiccare troppo vicino, rischiando che si attacchino l’un l’altro e diventino inutilizzabili.
Nuovamente lavata, la paglia viene posta su una piastra d’argilla sopra un braciere di zolfo per circa due ore: grazie al gas prodotto – “la fuma” – il materiale acquisisce il tipico color avorio. Segue un’ulteriore fase di essiccazione per passare poi alla selezione del materiale in base al candore, all’elasticità, alla dimensione e alla scorrevolezza di ogni filamento che, a seconda della sua finezza, allunga il tempo dell’intrecciatura, impreziosendo di conseguenza il Panama.
Per realizzare un “Montecristi Extrafine” – un vero gioiello d’avorio, tripudio di leggerezza, morbidezza e luminosità – sono necessari 6 mesi. Si parte dalla creazione della Rosetta, il centro della calotta, con otto fili di fibra a formare un intreccio. Si aggiungono altri fili di paglia per incrementare la grandezza del cerchio e raggiungere la dimensione desiderata della calotta. Intreccio dopo intreccio, si arriva al bordo, chiamato dagli ecuadoriani “ali di cappello”. Ai rifinitori il compito di ultimare il cappello: cercano piccoli buchi o una differenza cromatica nella paglia; correggono gli errori, eliminano i residui, stringono filo dopo filo, facendo diventare il Panama perfetto. Il “Montecristi” non deve essere troppo lavorato. Basta disciplinarne l’ovale e il bordo grazie a una forma in legno, aiutandosi con un po’ di vapore. Infine, viene applicata l’inconfondibile banda in canneté, sigillo di questa quintessenza di lusso allo stato puro: tradizione vuole sia nera, ma con il passare degli anni – complice l’evolversi della moda – le varianti cromatiche si sono moltiplicate, volte a soddisfare i gusti più esigenti.
La produzione di un simile copricapo ha dato vita a una lunga filiera di artigiani, tessitori, commercianti e cappellai, tutti accomunati dalla conoscenza e dalla dedizione necessarie per la realizzazione di un simile magistrale capolavoro, portabandiera della ricercatezza e dalla passione che Borsalino da sempre riversa nella realizzazione di accessori da capo…per denotare con stile – partendo dalle note di testa - la personalità di ciascuno di noi.