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lunedì 25 luglio 2016

ART & CULTURE_Il docu-film su Anna Piaggi



“Anna Piaggi, una visionaria della moda”. Questo il tiolo del docu-film su Anna Piaggi, giornalista, icona di stile, musa ed esteta, a firma di Alina Marazzi e presentato il mese scorso in anteprima assoluta al Biografilm Festival di Bologna.
Celebre per i suoi look, soprattutto per gli inconfondibili e originalissimi copricapi, amica intima di Karl Lagerfeld, che ne fece la sua musa, Manolo Blahnik, Gianni Versace, Anna Piaggi ha personificato la calibrata contaminazione tra arte e moda, storia e società, raccontandone le evoluzioni e anticipandone le tendenze.
Il docu-film racconta e celebra la sua vita, ripercorrendone le tappe fondamentali, prima fra tutte l’amore per la moda. Un amore nato nei primi anni ’60 - complice la sollecitazione di Alfa Castaldi, indimenticato fotografo che divenne suo marito nel 1962 – e validato dagli anni seguenti della swinging London durante i quali affinò sempre di più la sua attitudine estetica, dando vita, tra le altre cose, al concetto di moda vintage. Per Anna Piaggi la moda diventò arte e lei stessa si trasformò in un’opera d’arte, complice il suo stile e il suo inimitabile modo di porsi, quintessenza di un’immaginazione visionaria e di una creatività senza eguali. Un’immaginazione e una creatività che si riflettevano anche nella sua rubrica “Doppie Pagine” su Vogue Italia, incontri spaziali di parole e immagini, connubio di idee e colori di moda come in un quadro di Jean Michel Basquiat, spunto per numerosi stilisti, in cui leggeva le creazioni di moda, cogliendone emozioni e riferimenti artistici.
Nulla di quello che indossava Anna Piaggi era casuale, ma la spontaneità  e la naturalezza con cui si comportava facevano sembrare tutto estremamente fluido. E così l’eccentricità diveniva regolarità, simbolo di una devota ricerca estetica e, al contempo, di una naturale vocazione alla moda. Quella di Anna Piaggi non era ostentazione: non ne aveva bisogno. Era l’amore per la moda intesa come forma d’arte; come linguaggio espressivo della società, quintessenza di storia, tradizioni e cultura. Un amore che la portò a sviluppare un’immagine che la rese unica e famosa in tutto il mondo.
Il documentario di Alina Marazzi ripercorre tutto ciò, ponendo l’accento sulla doppia carriera di giornalista e icona del fashion. In quest’ottica, rilevatrici sono le interviste effettuate alle persone che l’hanno amata e stimata. Da Karl Lagerfeld che definisce la sua teatralità "un'irresistibile composizione grafica che ti veniva voglia di fissare sulla carta" a Jean Charles De Castelbajac che confessa quanto fosse solito guardarla per decifrarla, passando per le dichiarazioni rilasciare dal suo entourage che ama ricordarla come “una fabbrica quotidiana di creazioni…una prima attrice che cambiava look in ogni momento della giornata, ma sempre seguendo un filo ideologico…un'amante dell’originalità al punto da restare delusa se in un film la protagonista non si cambiava d'abito abbastanza spesso”.

Un viaggio per immagini e narrazioni attraverso le emozioni che una grande donna ha regalato al mondo della moda, ma non solo. A dimostrazione, ancora una volta, che la moda non è semplice frivolezza, bensì qualcosa che si spinge ben oltre, andando a lambire i confini dell’arte nella sua autentica accezione.

venerdì 20 febbraio 2015

LEISURE_Advanced Style: il film






Nell’epoca di fashioniste ad ogni costo, sensibili all’inverosimile alle tendenze dell’ultimo grido, 7 donne in età avanzata conquistano la scena puntando semplicemente l’attenzione sull’essenzialità e l’autenticità dello stile. Si tratta delle protagoniste di Advanced Style – Le Signore dello Stile, docu-film di Ari Seth Cohen, che mostra come avere cura di sé non abbia età, bensì si perfezioni con l’età e la piena consapevolezza della propria personalità.
Dal 2008 il fotografo e blogger ha immortalato e intervistato le signore newyorkesi over 60 che sfoggiano le mise più ricercate. Da qui sono emersi i ritratti di queste sette donne che amano curare la propria immagine, combinando personalità e abbigliamento, stile e tendenza, eleganza e glamour. Si passano così in rassegna diversi mood, sempre e comunque in linea con il carattere di ciascuna e, pertanto, in perfetta armonia con la persona: nulla è gridato o forzato, bensì brilla di una forza espressiva che trova forte validazione nella forza interiore delle protagoniste. Dal trend più classico di Joyce Carpati, contraddistinto dai lunghi fili di perle e dalle borse Chanel al più eccentrico di Royce Smithkin, passando per lo stile vintage di Tziporah Salamon. E poi Debra Rapoport, Lynn Dell Cohen (che si fa chiamare Contessa del Glamour), Jackie “Tajah” Murdock e Zelda Kaplan.
Ad Ari Seth Cohen il plauso di sensibilizzare il mondo dell’alta moda, invitando a una riflessione circa il senso della bellezza, che sempre di più passa per il fascino dell’età adulta. Corpi maturi e non solo fisici acerbi, a dimostrazione che lo stile si accompagna inevitabilmente con la piena presa di coscienza di sé. Un obiettivo andato a buon fine tanto che le protagoniste sono state ritratte da Steven Meisel in una campagna per Lanvin, sono state invitate in televisione e, addirittura, sono arrivate nei cinema.
Il docu-film, però, non si limita a una mera esaltazione del fascino conquistato con gli anni, ma, armandosi di un taglio spiccatamente realistico, passa in rassegna anche le problematiche legate all’avanzare dell’età e, quindi, alla capacità di accettare e convivere col tempo che passa.

Uno spaccato della vita reale, che analizza l’esistenza di signore per bene, maestre dello stile, ma, al tempo stesso, persone qualsiasi, con interessi, passioni, sogni, ambizioni e problemi. È forse per questo che in tutto il docu-film aleggia un clima di serenità e spensieratezza, forse perché si vedono signore che hanno ben compreso il senso della vita e come tale la affrontano, facendo tesoro di ogni piccolo grande momento e guardando al domani con positività, gioia, disinvoltura e classe.

venerdì 17 ottobre 2014

STYLE_Sei iconoclasti rendono omaggio al Monogram












Correva l’anno 1854 quando Louis Vuitton fondò l’omonima Maison. Circa quattro decenni più tardi, nel 1896, il figlio Georges ebbe una geniale invenzione: il Monogram. Un omaggio al padre, destinato a divenire un’icona celebrata universalmente e ad assurgere il ruolo di simbolo identificativo della Maison. Rivoluzionario sin dal momento della sua apparizione per la capacità di evocare immediatamente un marchio, il Monogram rappresentò un simbolo di modernità dalla forza dirompente, diventando l’antesignano dei contemporanei concetti di logo e delle campagne di branding.
Un’invenzione unica nel suo genere, divenuta tradizione per la Maison proprio per i suoi caratteri di modernità. Sarà Gaston-Louis Vuitton nel 1965 a raccontare in che modo il padre Georges era arrivato a ideare il motivo Monogram. Caratteristiche inconfondibili, le iniziali dell’azienda, LV, che, seppur intrecciate, rimangono perfettamente leggibili. A completamento, il diamante, dai lati rigorosamente concavi e con al centro l’inconfondibile fiore dai quattro petali. Il fiore viene poi replicato nel suo positivo. Infine, si aggiunge il cerchio, contenente al suo interno un fiore con quattro petali dai contorni arrotondati.
Nel tempo il Monogram è divenuto un segno riconoscibile a livello mondiale, fino a rappresentare la firma della Maison, quintessenza di arte, moda, design e cultura. Valori che Louis Vuitton ha fatto propri, preservandoli e impreziosendoli nei decenni con un visionario spirito di innovazione e una costante attività di sperimentazione. Un approccio lungimirante, nel quale si inserisce “Celebrando il Monogram”, il progetto lanciato quest’anno. Una raccolta di reinterpretazioni personali del Monogram stesso, declinato in articoli in simbiosi con lo spirito della Maison e visione attualizzata di ciò che caratterizza il contesto quotidiano e familiare. A prendere parte all’iniziativa, sei firme. Sei grandi talenti nei rispettivi ambiti di competenza. Sei iconoclasti: Christian Louboutin, Cindy Sherman, Frank Gehry, Karl Lagerfeld, Marc Newson e Rei Kawakubo. Complice la loro ineffabile creatività, hanno dato vita a una collezione di pezzi unici, innovativi e d’avanguardia, ma, al tempo stesso, calzanti il dna della Maison.

Christian Louboutin
Christian Louboutin sviluppa sin da giovane un amore misto a venerazione per la femminilità, complice, probabilmente, il fatto di essere cresciuto fra le donne. La sua attenzione, in particolare, è attratta dalle forme iconiche dei tacchi alti. Un culto che, combinato con l’atmosfera parigina pervasa da donne meravigliose, trova concreta realizzazione con l’apertura del primo negozio nella Ville Lumière nel 1991. Da allora l’ascesa di Christian Louboutin nell’olimpo dei divini è stata inevitabile: 90 gli stores dislocati in tutto il mondo e due nuove linee – borse e uomo - che sono andate ad affiancare quella femminile.
Christian Louboutin in poco tempo ha saputo conquistare le donne, vestendo i piedi di dive e divine, ma, soprattutto, facendo della celeberrima suola rossa un tratto distintivo, una sorta di firma autoriale, universalmente nota.
Fonte di ispirazione, la contaminazione reciproca delle due anime, la sua e quella di Louis Vuitton. A caratterizzare le creazioni Louboutin per il progetto “Celebrando il Monogram”, i Nabis, un gruppo di artisti francesi collocabile tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX e fortemente incline a guardare all’arte giapponese. A completamento, il radicamento del celeberrimo designer di scarpe, o meglio delle scarpe dalle suole rosse, nello spirito francese e parigino. Da qui l’idea di creare qualcosa che rappresentasse l’essenza della Ville Lumière: il caddy. A prima vista, la borsa, infatti, evoca lo shopping nei mercati parigini. A suggellare l’unione magnificente tra i codici Louboutin e Vuitton, con un occhio particolare per i Nabis, la lacca: un elemento imprescindibile a firmare con un tocco di rosso le creazioni del designer per la Maison.


Cindy Sherman
Cindy Sherman: regista nonché creatrice di immagini. In prima linea nelle sue opere, può essere definita a ragion veduta un’artista a tuttotondo. Attrice ma anche modella, cinematografa e fotografa, autrice e, al contempo, nota per i suoi autoscatti. Centrali, nelle sue opere, la figura e il ruolo della donna alle quali dà vita utilizzando molteplici tecniche: pellicola, fotografia di moda, ritratto storico, solo per citarne qualcuna.
Fonte di ispirazione per la sua interpretazione del progetto “Celebrando il Monogram”, il baule, caposaldo nella storia della Maison. Un baule dall’aspetto vintage, complice l’applicazione di una serie di adesivi, quasi ad evocare viaggi ed avventure per luoghi lontani (un tema caro a Louis Vuitton). A completamento, una tracolla da utilizzarsi a parte.

Frank Gehry
Frank Gehry rappresenta uno degli architetti più quotati ancora in attività. Tratto distintivo della sua arte applicata, la capacità di utilizzare materiali umili dandogli una nuova e nobile vita. Il tutto contemplando un sapiente mix di semplicità e spettacolarizzazione. Correva l’anno 1962 quando a Los Angeles apre il suo studio di architettura: da allora ha ideato e realizzato alcuni dei più importanti edifici al mondo, dalla ristrutturazione della sua residenza a Santa Monica al Guggenheim Museum di Bilbao. Dulcis in fundo, la firma di un progetto architettonico caro alla Maison, la Fondazione Louis Vuitton che a fine mese aprirà i battenti a Parigi.
Oggetto del progetto “Celebrando il Monogram”, una borsa. Per realizzarla, numerosi sono stati i momenti di confronto con la Maison, grazie ai quali ha sperimentato tecniche di lavorazione e dettagli che hanno definito il prodotto nel suo essere. Segni inconfondibili, gli interni blu, volti a conferire un senso di ordine, nella contemplazione di un armonico contrasto con gli esterni marroni del Monogram.

Karl Lagerfeld
Definire Karl Lagerfeld semplicemente stilista risulta piuttosto riduttivo. A lui, infatti, il plauso di aver rivoluzionato il senso del costume, segnandone le tappe più significative. Lungimirante e visionario, Lagerfeld ha sempre saputo guardare alla storia delle maisons di cui ha creato negli anni la direzione artistica – Fendi e Chanel in testa - per proiettarle nel futuro: un domani che guarda al passato come fonte inesauribile di visioni e significati nonché elemento fondante di un successo annunciato. La sua conoscenza affonda profonde radici nelle diverse sfumature che la cultura può assumere: arte, storia, moda, fotografia, architettura, musica. Un approccio onnicomprensivo grazie al quale sviluppare una mente visionaria, in grado di cogliere prima delle altre cambiamenti ed evoluzioni sociali e di stile.
Diverse le idee che l’hanno ispirato nel progetto “Celebrando il Monogram” e alle quali ha dato vita. Idee tra loro diverse, ma tutte gravitanti attorno al mondo del pugilato. Uno sport, secondo Lagerfeld, da praticarsi nel lusso più totale. E se lusso deve essere, che lusso sia. Et voilà un’enorme valigia all’interno della quale trovare un sacco da boxe; un tappeto speciale, dedicato ai principianti ai quali indica dove e come posizionare i piedi e quali movimenti eseguire; una borsa più piccola, utile per trasportare i guantoni, pratica e funzionale. Tolto il sacco, l’enorme valigia, se poggiata al supporto di metallo, diventa un meraviglioso e inaspettato armadio con mensole. Ma non è tutto…se al fondo viene applicato uno speciale dispositivo di rotelle, risulta particolarmente agevole da trasportare in giro per casa.

Marc Newson
Scultore e creatore di gioielli, ma anche industrial designer. Marc Newson si applica al campo delle arti nelle sue accezioni più nobili, maturando esperienze che lo portano a realizzare in prima linea progetti importanti che spaziano dall’aerospaziale al tecnologico, dall’arredamento alla moda. Per lui non vi sono divisioni tra le varie discipline, anzi, risultano essere tutte imprescindibilmente legate tra loro.  
Lasciato libero di trarre la massima ispirazione dalla sua creatività per il progetto “Celebrando il Monogram”, Newson ha pensato a uno zaino da viaggio, caratterizzato da una struttura interna in grado di mantenerlo in piedi una volta poggiato a terra. Un oggetto che pone in prima linea l’estetica combinata con la funzionalità, che, a sua volta, viene validata dalla tela Monogram applicata intorno alla base dello zaino in modo da renderlo impermeabile all’acqua e resistente all’usura.
Estetica e funzionalità, infine, trovano un terzo compagno di viaggio nell’ironia, data dall’utilizzo di un materiale come pelle di montone dai colori vivaci.

Rei Kawakubo
Studentessa di arte e letteratura, ma stilista autodidatta di professione, Rei Kawakubo non si è mai fermata, mettendo a segno numerose esperienze in campo moda con le quali ha consolidato le proprie conoscenze e ha affinato pratiche e lavorazioni. Un processo di crescita e formazione continua che nel 1969 ha dato vita al brand Comme des Garçons. Oggi come allora, Rei Kawakubo supervisiona tutte le fasi creative al fine di garantire coerenza, unitarietà e interconnessione a livello di immagine nonché produttivo.

Ad ispirare la creazione nell’ambito del progetto “Celebrando il Monogram”, la creazione di fori nel tessuto della borsa. Una sorta di sconvolgimento ponderato, mirato il nuovo nella tradizione.

lunedì 28 luglio 2014

ART & CULTURE_Made in Italy. Una visione modernista






In occasione dell’apertura della XXV edizione di AltaRomAltaModa, è stata inaugurata presso le sale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma la mostra “Made in Italy. Una visione modernista. Johnny Moncada - Gastone Novelli - Achille Perilli”, a cura di Valentina Moncada, in collaborazione con Ludovico Pratesi, accompagnata dalla presentazione dell’omonimo volume, realizzato grazie al sostegno della Fondazione Nando Peretti.
Altaroma, da sempre fermamente convinta che la moda sappia esprimersi attraverso linguaggi contemporanei, attraverso la valorizzazione delle radici culturali e storiche e di binomi quali “moda e arte”, “moda e fotografia”, “moda e design”, rintraccia nel patrimonio di questo archivio un interessante spunto di riflessione e ispirazione.
Riemergono solo oggi, con la fondazione dell’Archivio Johnny Moncada e dopo cinquant’anni, le foto che documentano una straordinaria collaborazione tra il fotografo di moda Johnny Moncada e gli artisti Gastone Novelli e Achille Perilli per la realizzazione dei cataloghi delle collezioni di moda di Luisa Spagnoli, 1956- 65.
Nello studio Johnny Moncada, nello storico cortile di Via Margutta 54, dove anche Gastone Novelli aveva il suo atelier, Luisa Spagnoli, stylist e collezionista d’arte contemporanea, ha l’intuizione di dar vita ad uno strepitoso sodalizio tra arte e moda, un contesto visionario e modernista assolutamente innovativo ed esclusivo per il suo tempo: si viene così a creare un universo femminile in cui la donna moderna è circondata dalle figure, dalle immagini e dai segni dell’arte dei due artisti che insieme realizzano le ambientazioni e gli sfondi per i set fotografici, popolati inoltre da oggetti di design come la sedia “Lounge chair” di Luciano Grassi, Sergio Conti, Marisa Forlani, e lampade ispirate al design di Bruno Munari.
Una prima fase di questa collaborazione si svolge nello studio con la realizzazione estemporanea degli sfondi dipinti direttamente su rotoli di carta bianca, davanti ai quali le famose modelle dell’epoca, come Joan Whelan (moglie di Johnny Moncada), Iris Bianchi e Anna Filippini, indossano principalmente capi di prêt- à-porter e la maglieria di angora che ha definito lo stile informale ed elegante della nota casa di moda. Una seconda fase coinvolge gli artisti nella realizzazione dell’impaginato grafico degli stessi cataloghi, rivelando un design assolutamente all’avanguardia.
Questa incredibile collaborazione, così importante all’epoca, si rinnova costantemente nell’arco di nove anni ed è testimone non solo dell’evoluzione della moda italiana, ma anche del lavoro di questi artisti e dei movimenti culturali che coinvolgono Roma, con l’apertura verso l’avanguardia internazionale e l’attività di importanti gallerie presenti nella capitale in quegli anni.
Per la prima volta viene presentata una ricostruzione storica delle dinamiche creative avvenute nello studio fotografico. Esposte, 60 fotografie, scelte tra le 600 ritrovate grazie a un attento lavoro di ricerca a cura di Emanuele Condò, accuratamente pulite e restaurate dal fotografo Corrado De Grazia, e circa 20 opere su tela e carta degli artisti Novelli e Perilli realizzate negli anni 1956-1965, mettendo in relazione gli sfondi realizzati per i set fotografici con disegni e opere stilisticamente affini. Inoltre, alcuni abiti vintage di Luisa Spagnoli della Collezione di Enrico Quinto e Paolo Tinarelli. Ad accompagnare il percorso espositivo, un inedito video artistico a cura di Valentina Moncada e Maria Chiara Salmeri, volto a ricreare il contesto storico della nascita del Made in Italy.
Queste fotografie rappresentano una concreta testimonianza del rapporto tra arte e moda nato negli studi d’artista di Via Margutta attraverso il rapporto d’amicizia che ha legato il fotografo Johnny Moncada agli artisti Novelli e Perilli e a Luisa Spagnoli, nipote omonima della capostipite che al tempo, con sensibilità seppe cogliere una modalità innovativa per intrecciare moda, arte e fotografia.

Made in Italy. Una visione modernista. Johnny Moncada - Gastone Novelli - Achille Perilli
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Piazzale di Villa Giulia 9, Roma

Fino al 30 Settembre 2014