Visualizzazione post con etichetta Irene Galitzine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Irene Galitzine. Mostra tutti i post

venerdì 13 maggio 2016

PEOPLE_Irene Galitzine





Stilista italiana, Irene Galitzine è stata soprannominata, a ragion veduta, la “principessa della moda”. E, in effetti, principessa, lei, lo era di fatto. Arrivata da bambina a Roma con la famiglia in fuga dalla Russia, si dimostra, sin dalla giovane età, una donna di grande fascino e cultura. Studia storia dell’arte e parla diverse lingue, mostrando un’apertura mentale e una curiosità vitale per tutto quanto rappresenta un elemento di novità. Possiede uno stile innato, che non passa inosservato alle Sorelle Fontana, vedendo in lei l’ideale ambasciatrice dei loro abiti.
Un destino, quello della moda, che appare in maniera dominante nella sua vita nel 1959 con la prima collezione. Disegnata in collaborazione con Federico Forquet, in sartoria viene realizzata dalla première Maria Carloni, uscita dalla maison Ventura. Il 1960 segna una tappa fondamentale nella sua carriera stilistica e nella storia del costume: viene lanciato il celeberrimo pigiama palazzo, che, presentato nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, si diffonde in tutto il mondo, fotografato e idolatrato da tutti i media, creando un vero e proprio fenomeno di tendenza.
Elegante ma, al tempo stesso, femminile e sofisticato quel tanto che basta per nulla togliere a quell’alone d’intrigo tipico di una donna misteriosa e affascinante, incanta Diana Vreeland, storica direttrice di Vogue America. È proprio lei, la sacerdotessa della moda, a battezzarlo così. D’un tratto, Irene Galitzine balza agli onori della cronaca, divenendo icona di uno stile ben preciso. In quell’ampio, prezioso ed elegante insieme da sera si cela la sua visione: pantaloni, ma ultra femminili, per la donna moderna, o gonna ampia, danzante, per le linee più devote a un’ispirazione classicheggiante; colori forti, decisi, che possono rendere sensuale anche un semplice impermeabile; ostracismo al nero per la sera a favore di piccoli abiti fiammanti o tailleur di seta.
Il suo sodalizio con i brandi nomi vede alternarsi diverse figure di elevata caratura, custodi di un prestigioso patrimonio stilistico e culturale: dopo Forquet, si avvale della collaborazione del disegnatore spagnolo Elias Zabaleta. In ogni caso, Irene Galitzine pone sempre al centro della sua moda la donna e la sua femminilità, esaltandola con quella semplicità delle forme che evoca uno scrigno di contenuti, quintessenza di profondi e radicati significati.
Nel 1988, presenta i suoi abiti al teatro Rossija di Mosca, di fronte a 2500 persone. Dal 1990, il marchio diviene di proprietà della società Xines, che fa capo a Giada Ruspoli, mantenendo in capo alla stilista in persona la supervisione del prodotto a cominciare dalla fase creativa. Nel 1996, la casa editrice Longanesi ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo Dalla Russia alla Russia.
Dulcis in fundo, nel 2002 sfila all’Art Café di Roma la nuova collezione haute couture Irene Galitzine, disegnata da Massimo Stefanini, stilista umbro, laureato in architettura e con una lunga esperienza come costumista teatrale. Ancora una volta il patrimonio del creatore trova validazione e consacrazione nello stile Galitzine, proponendo un’heritage ispirazionale: si tratta, in questo caso, di capi importanti, in velluto di seta e pizzi preziosi, ricamati in oro o arricchiti da frange. I colori sono decisi, molto nero, rosso scuro, marrone, affiancati da più tenui ècru e rosa cipria. Completano la collezione colbacchi in visone e preziosissimi bijoux interamente realizzati a mano.

Lo stile Galitzine non si smentisce nei suoi tratti caratteristici: riesce a proporre attraverso linee, fogge e tagli, tempi e luoghi, un’epoca e un insieme di vissuto. I suoi sono sempre stati abiti che hanno saputo emozionare e spingersi oltre la mera vocazione stilistica, portando con sé valore e significato, capisaldi di una storia pronta ad essere proiettata a gran forza nel futuro.

lunedì 12 gennaio 2015

LEISURE_Bellissima al MAXXI







Emilio Schuberth, le Sorelle Fontana, Germana Marucelli, Mila Schön, ma anche Valentino, Simonetta, Roberto Capucci, Fernanda Gattinoni, Fendi, Renato Balestra, Biki, Irene Galitzine, Emilio Pucci, Fausto Sarli e molti altri ancora. Il meglio della moda made in Italy, quella autentica, che ha dato vita nell’immediato dopoguerra allo sviluppo di un concetto di stile unico nel suo genere, inconfondibile e, al tempo stesso, intramontabile. Oggi come allora, si tratta di nomi che riecheggiano nelle nostre menti, portando alla luce inestimabili abilità e capacità, madrine di raffinatezza ed eleganza.
Ma se è vero che la moda ha sempre dialogato con le molteplici forme d’arte, non vi è da meravigliarsi nel vederla dialogare con opere d’arte, con il cinema e i suoi divi, di via Veneto e della Dolce Vita.
Tutto questo – e molto altro ancora – è protagonista della mostra Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968 (visitabile fino al 3 maggio 2015), realizzata a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi e che, attraverso la lente privilegiata della moda, ritrae la cultura italiana in un momento di creatività straordinaria (nel cinema, nell’arte, nell’architettura, nel teatro, nella fotografia), facendo rivivere al MAXXI le atmosfere e gli stili di un periodo che ha contribuito in modo unico a definire il carattere e lo stile italiani a livello internazionale. Main partner del progetto, Bulgari, da 130 anni emblema di creatività ed eccellenza.
Con un allestimento essenziale e contemporaneo curato dall’architetto Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Bellissima mette in scena una selezione di 80 abiti di autori che hanno costruito l’identità della moda italiana, evidenziandone temi e tratti distintivi. Dalle creazioni spettacolari che hanno illuminato i grandi balli e i foyer dei teatri del secolo scorso, accompagnate dalle abbaglianti espressioni dell’alta gioielleria, all’eleganza trattenuta degli abiti da mezza sera dal grafismo rigoroso del bianco e nero all’esplosione cromatica - sospesa fra orientalismo allucinato e pop art spaziale - tipica degli anni Sessanta; dalle invenzioni per le attrici della Hollywood sul Tevere (con gli abiti disegnati per Ava Gardner, Anita Ekberg, Ingrid Bergman, Lana Turner, Kim Novak, Anna Magnani) agli esiti della sofisticata ricerca formale frutto di alcune intense collaborazioni fra sarti e artisti. E poi i completi da giorno, i tailleur e i cappottini che raccontano di un lusso ricercato anche nel quotidiano.
A corollario, gli accessori –borse, scarpe, bijoux, cappelli – che completano l’immagine della moda italiana e hanno contribuito a lanciare la nostra artigianalità a livello internazionale. Tra questi, degni di nota quelli a firma Coppola, Toppo, Salvatore Ferragamo, Fragiacomo, Gucci, Roberta da Camerino.
Non da ultimo, i gioielli, da sempre ideale complemento degli abiti come espressione di gusto e personalità nonché emblema dei fermenti culturali di un’epoca. Bulgari, il gioielliere italiano più celebre nel mondo, espone una selezione di pezzi unici rappresentativi di un periodo chiave nella storia del Marchio a livello di sperimentazione e innovazione stilistica. Fra i pezzi in mostra, le iconiche creazioni Serpenti in oro con diamanti o smalti e una straordinaria collana degli anni ’50 in platino, rubini e diamanti per un totale di 70 carati.
In mostra, inoltre, le fotografie di Pasquale De Antonis, Federico Garolla, Ugo Mulas, autori straordinari che attraverso le loro immagini raccontato i fasti della moda italiana e i suoi paesaggi; riviste dell’epoca e documenti originali; filmati che ne rivelano la grande effervescenza.
A suggellare gli infiniti connubi tra la moda e l’arte tout court intesa ed espressa nei suoi molteplici linguaggi, infine, le opere di Carla Accardi, Getulio Alviani Alberto Biasi, Alberto Burri, Massimo Campigli, Giuseppe Capogrossi, Lucio Fontana, Paolo Scheggi, molte delle quali esposte grazie alla collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, testimonianza della sperimentazione e della grande vitalità creativa di un’epoca eccezionale.
Il dialogo con l’arte contemporanea, in particolare, è messo ben in evidenza da vb74, performance che Vanessa Beecroft ha progettato appositamente per l’inaugurazione della mostra sul tema dell’identità femminile.
Otto le sezioni espositive attraverso le quali cogliere la complessa e cangiante immagine della moda italiana in una sorta di racconto ideale fatto da tante storie esemplari che hanno dato forma e consistenza all’affermazione dell’etichetta “made in Italy”. In Arty l’atelier è presentato come luogo di produzione culturale e, quindi, come testimone - soprattutto nel corso degli anni ‘60 - di atmosfere scandite dalla complicità fra creatori di moda e artisti. Emblematici in questo senso i casi di Roberto Capucci, Germana Marucelli, Mila Schön: creatori che utilizzano il progetto dell’abito come spazio di riflessione sui linguaggi della contemporaneità e che coltivano il dialogo con gli artisti per trasformarsi in interpreti visionari delle forme del loro tempo. Si procede poi con Giorno, sezione in cui i completi da giorno, i tailleur, i cappottini sono l’altra faccia dell’alta moda, quella meno appariscente che ci racconta di un lusso ricercato che non ha bisogno delle occasioni uniche per manifestarsi. Sono gli oggetti che definiscono gli immaginari urbani della modernità. I dettagli costruttivi combinati alla qualità italiana dei tessuti, le lavorazioni artigianali che si innestano su quelle industriali, impreziosendole, sono alla base delle soluzioni formali che caratterizzano questi abiti. Il viaggio dell’alta moda è anche l’esplorazione di questo territorio, che permette ai grandi sarti italiani, fra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, di mettersi in gioco e sperimentare. È il percorso vero l’alta moda pronta, verso il prêt-à-porter.
La mostra prosegue con Bianco e Nero, principio progettuale alla base di alcuni fra gli abiti in mostra che rappresentano le più riuscite manifestazioni dell’alta moda italiana fra gli anni ‘50 e ‘60, intesa non come luogo che celebra atmosfere elitarie, ma come eccezionale laboratorio creativo, spazio per la messa a fuoco delle poetiche dei creatori italiani. Essenziale e grafico, il bianco e nero diventa la radiografia attraverso la quale leggere le qualità degli abiti che maggiormente sperimentano nuove soluzioni formali, lunghezze inaspettate, accostamenti inediti fra i materiali. La storia racconta che la moda ben presto ha stretto profondi legami con la settimana arte e proprio nella sezione Cinema rivivono queste atmosfere. L’atelier delle Sorelle Fontana è lo scenario del film di Luciano Emmer Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), e sempre delle Sorelle Fontana sono gli abiti che sfilano nella sartoria torinese del film di Michelangelo Antonioni Le amiche (1955). Ma anche Fernanda Gattinoni, Emilio Schuberth, e poi Valentino, Fabiani, Tiziani: sono alcuni dei nomi che si legano al glamour delle attrici della dolce vita. Le attrici italiane e quelle internazionali diventano clienti affezionate delle grandi sartorie romane e questi creatori diventano il referente privilegiato per i guardaroba personali di icone come Ingrid Bergman, Ava Gardner, Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Audrey Hepburn, Anna Magnani, Silvana Mangano, Kim Novak, Elizabeth Taylor. La mostra prosegue con Gran Sera, dove regina è l’interpretazione sartoriale dell’unicità propria delle grandi occasioni: l’abito di alta moda è lo strumento che scandisce l’incedere sul tappeto rosso, che anima i foyer dei grandi teatri la sera della prima e i saloni dei palazzi nobiliari durante i grandi balli. Ardite sperimentazioni che trovano la loro validazione con gli abiti da cocktail. In questa sezione la mostra ripercorre le linee tipiche di queste occasioni: “a vetro soffiato”, “alternata”, “solare”, “a boule”, “a scatola”, “a stelo” fino all’arrivo nel corso degli anni ’60 di pantaloni, scarpe dalla punta allargata e dal tacco basso e ispessito. Ma la moda italiana guarda anche oltre, non fermandosi al Belpaese. È così che rimane affascinata dall’oriente e dagli esotismi, al punto di tradurre questa attrazione in  applicazioni e ricami elaborati e preziosi: motivi floreali, arabeschi e astrazioni geometriche diventano scintillanti campiture della silhouette, posizionate su collo, polsi e orli, e arrivano a invadere l’intera superficie dell’abito. Ma non è tutto. Quest’attrazione, infatti, non si esaurisce nella decorazione: nel 1960 il Pijama Palazzo, ideato da Irene Galitzine insieme al suo giovane collaboratore Federico Forquet, riscuote un grande successo alle manifestazioni di moda fiorentine. Dulcis in fundo, la sezione Space, dove paillettes, frange, placche in alluminio, disegni geometrici a rilievo che modulano e animano le sintetiche forme degli abiti la fanno da padrone. Il luccichio metallico diventa l’emblema delle visioni del futuro e di quell’estetica anni ‘60 proiettata verso un domani alla moda. È l’alta moda che si accorge dei giovanissimi, che accompagna i balli sincopati e le pose iper-grafiche delle modelle di “Vogue” e che dai palazzi barocchi della nobiltà romana si sposta sulla pista del Piper Club e fra le scenografie in bianco e nero dei varietà in televisione. 

Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968
Fino al 3 maggio 2015
a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi
progetto allestitivo di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo e Guido Schlinkert
Galleria 5 
Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo ∙ Via Guido Reni 4A - 00196 Roma 

mercoledì 11 settembre 2013

PEOPLE_Caterina Gatta: tante storie in un tessuto…














Passione per il retrò, amore per la moda e devozione per il tessuto, è la triade di elementi che caratterizza l’estro della stilista romana Caterina Gatta.
Laureata in Scienze della Moda e del Costume all’Università La Sapienza di Roma, ha frequentato numerosi corsi di perfezionamento – tra cui Fashion Styling alla Central Saint Martins di Londra – e ha svolto diverse esperienze lavorative che le hanno consentito di affinare la sua creatività (associate new business per un’agenzia americana di promozione di nuovi brand, collaboratrice di Elio Ferraro Gallery/Store, stylist per alcuni servizi di moda in Usa).
Una passione – la sua – per la moda che nel 2008 è diventata il marchio Caterina Gatta, di cui cura personalmente tutti gli aspetti creativi, organizzativi e gestionali. La prima collezione, presentata a un ristretto gruppo di giornalisti durante Altaroma nel luglio 2008, aveva ricevuto riscontri talmente incoraggianti da spronarla a proseguire, portandola, nel maggio 2009, a una presentazione ufficiale presso la Soho House di New York.
La cifra distintiva del suo stile, la realizzazione di abiti con stoffe vintage di stilisti famosi del calibro di Gianni Versace, Yves Saint Laurent, Fausto Sarli, Pierre Cardin, Lancetti, Irene Galitzine, Givenchy, Valentino, André Laug, Ungaro, Jean Louis Scherrer, Gianfranco Ferré, Leonard, Christian Dior, Mila Schön, Ken Scott, Clara Centinaro e molti altri ancora. Un’idea che nasce dalla passione per una moda che attinge al passato per proiettarsi nel futuro: lungi da un gusto passatista, Caterina Gatta fa rivivere nel contemporaneo visioni e ispirazioni di un periodo d’oro del costume. Attraverso le sue creazioni è un po’ come fare un volo pindarico nel favoloso mondo della moda, riscoprendo con i colori, le fantasie e le stampe, una vena creativa squisitamente italiana e un’heritage senza eguali che oggi come allora è in grado di suscitare fascino e incanto.
La ricerca dei tessuti, vera e propria fonte di ispirazione, è una parte fondamentale, se non la principale, del suo lavoro: da qui inizia tutta la fase creativa, realizzata tutta rigorosamente a mano, che Caterina Gatta segue con cura minuziosa per i dettagli come per la visione d’insieme. Nascono così abiti meravigliosi, che non rappresentano un singolo tema ma tante storie, che proiettano idealmente nella storia del costume, accostando a un sì delizioso senso antico, tagli, fogge e volumi contemporanei. Questo mix calibrato di passato e futuro, tradizione e innovazione, heritage e sperimentazione trapela senza filtri in ogni sua creazione, che diviene inconfondibile quintessenza di estremi che si attraggono. Et voilà che riscontriamo una parte romantica in un abito corto e steccato, drappeggiato a mano e rivestito con un vecchio lamé oro semitrasparente, realizzato con una georgette stampa cachemire anni ’90 di Valentino Couture e in un completo gonna con maxi rouche e blusa abbinata, scollatissima sul retro, in un tessuto Yves Saint Laurent fondo nero con motivo gioiello color oro. Un’ispirazione d’antan che trova una degna contropartita nelle linee pulite alle quali viene demandato il compito di rappresentare il contemporaneo: linee che esaltano il tessuto, come nei mxi shirt-dress, nella maglia di seta realizzata con dei pannelli foulard di Gianfranco Ferré e nei micro pants.
Via libera all’ironia, invece, con le gonne cortissime e a tutto volume, sostenute dalla tundra di seta, dal gusto punk dei tessuti primi anni ’90 di Gianni Versace. Dalla moda dal sapore vintage all’haute couture il passo è breve, complice l’evocazione suggellata da un lungo e scenografico abito da sera realizzato in un raro georgette di Christian Dior e chiuso da un maxi fiocco, pronto per un red carpet hollywoodiano.
Capi da favola, unici nella loro magnificenza e nella capacità di coniugare due dimensioni spazio-temporali agli antipodi. Per una moda che, come ama dire la stilista stessa, “resiste alle mode ma ne è figlia”. 

venerdì 24 maggio 2013

PEOPLE_Federico Forquet: stile pulito e seduzione intelligente








Discendente da una famiglia di origine francese, lo stilista italiano Federico Forquet nasce e cresce all’ombra del Vesuvio, a contatto con il bel mondo e i salotti che contano. La sua famiglia, infatti, nel 1789 si trasferisce a Napoli per sfuggire alla rivoluzione: uno dei suoi antenati diviene ministro di Ferdinando IV di Borbone.
A sei anni comincia a studiare pianoforte al Conservatorio, sviluppando una particolare affinità con la musica, che diventa la sua grande passione. Poi, appena ventenne, la svolta: ama trascorrere il tempo disegnando. Si tratta inizialmente solo di schizzi, che però riscuotono l’ammirazione di Balenciaga, presentatogli da un amico a Ischia. È il 1955. Il grande sarto lo invita a bottega nel suo atelier parigino, dove già cominciano a muovere i primi passi Ungaro e Courrèges. Decide così di abbandonare l’Università, lavorando a fianco del maestro che all’epoca rappresentava il massimo livello dell’haute couture. Trascorre due stagioni nella Ville Lumière, dopodiché il rientro in Italia e, per la precisione, a Roma, dove continua ad apprendere ed affinare il mestiere da Fabiani e, successivamente, lavora per Irene Galitzine.
Nel 1962 si sente pronto per il debutto, che avviene sulla passerella della celeberrima Sala Bianca di Palazzo Pitti. Un trionfo: sfila un bon ton accompagnato da una personalissima nota chic, che rende omaggio a una donna charmante e seducente al tempo stesso. Per dirla breve, il suo è lo stile dell’eleganza. È qualcosa che si spinge oltre il mero perfezionismo formale e approfondisce la semantica del gusto e della raffinatezza, paradigmi che vanno al di là dello scorrere del tempo, restando immutabili nelle stagioni della vita. Irene Brin lo celebra scrivendo “Il Dior italiano si chiama Forquet”. Da quel debutto in poi si ricordano memorabili esercitazioni di grande livello: abiti in alcuni casi considerati difficili, proprio per quella raffinatezza fatta di tagli puliti e precisi. Un invito subliminale a vestirsi di linearismo, quando alcuni colleghi prediligono un’ispirazione barocca. Le clienti sposano appieno il suo stile: teste coronate, principesse e regine, miliardarie e dive, first ladies, trovano nelle sue creazioni l’esatta compensazione di femminilità ed eleganza, di seduzione e raffinatezza. All’estero è una star: la stampa inglese lo definisce “Frederick the Great”.
Numerose le innovazioni da lui apportate e introdotte nella moda e che hanno segnato inesorabilmente la sua evoluzione: i primi hot pants sono merito suo così come il suo nude look anticipa quello tanto osannato di Yves Saint-Laurent. Una giovanissima Ira Fürstenberg, modella d’eccezione, sembra vestita di aria colorata; le trasparenze di gonne e pantaloni si accompagnano a top di sole collane.
Nel frattempo, con inesorabile frenesia, si susseguono le stagioni della moda: è l’avvento del prêt-à-porter e Forquet, solista del costume, chiude il suo atelier nel 1972. Ha sempre fatto tutto da solo, non ha mai avuto un assistente, né un disegnatore, non solo per i modelli, ma nemmeno per gli accessori e le stoffe. Sarebbe stato, quindi, impensabile per lui instaurare rapporti con l’industria. Il business fine a se stesso non è mai interessato a Forquet, che ha sempre fatto dell’ispirazione, della creatività e della moda nella sua più autentica accezione i veri pilastri sui quali articolare la sua attività.
Segue una breve parentesi nel corso della quale disegna tessuti per arredamento, dopodiché la permanenza a Roma si dirada: preferisce risiedere nella bella casa che si è costruito nei dintorni di Siena, dove scopre un’altra stimolante vocazione: i giardini. Con amabile maestria disegna il suo: un’armonia di verde, percorso dai colori che alternano le stagioni. Diviene dunque stilista di giardini per gli amici, gli amici degli amici. Così vive oggi questo professionista dell’eleganza, fautore dello stile di un’epoca e, al contempo, antesignano di tendenze che oggigiorno imperano sulle passerelle di tutto il mondo. Due le clienti rimaste amiche: Marella Agnelli, da sempre considerata l’ispiratrice della sua moda, e Allegra Caracciolo, per un periodo sua collaboratrice. Nessun rimpianto, se non il desiderio di rivivere le emozioni del passato. Numerosi i ricordi di stilisti che negli anni a venire hanno fatto grande la moda italiana. Uno su tutti, quello di Giorgio Armani, che gli elogia per lo stile pulito e la seduzione intelligente: un mix congeniale a entrambi. 

mercoledì 24 aprile 2013

PEOPLE_Irene Galitzine: la principessa della moda










Stilista italiana, Irene Galitzine è stata soprannominata, a ragion veduta, la “principessa della moda”. E, in effetti, principessa, lei, lo era di fatto. Arrivata da bambina a Roma con la famiglia in fuga dalla Russia, si dimostra, sin dalla giovane età, una donna di grande fascino e cultura. Studia storia dell’arte e parla diverse lingue, mostrando un’apertura mentale e una curiosità vitale per tutto quanto rappresenta un elemento di novità. Possiede uno stile innato, che non passa inosservato alle Sorelle Fontana, vedendo in lei l’ideale ambasciatrice dei loro abiti.
Un destino, quello della moda, che appare in maniera dominante nella sua vita nel 1959 con la prima collezione. Disegnata in collaborazione con Federico Forquet, in sartoria viene realizzata dalla première Maria Carloni, uscita dalla maison Ventura. Il 1960 segna una tappa fondamentale nella sua carriera stilistica e nella storia del costume: viene lanciato il celeberrimo palazzo pigiama, che, presentato nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, si diffonde in tutto il mondo, fotografato e idolatrato da tutti i media, creando un vero e proprio fenomeno di tendenza.
Elegante ma al tempo stesso femminile, sofisticato quel tanto che basta per nulla togliere a quell’alone d’intrigo tipico di una donna misteriosa e affascinante, incanta Diana Vreeland, storica direttrice di Vogue America. È proprio lei, la sacerdotessa della moda, a battezzarlo così. D’un tratto, Irene Galitzine balza agli onori della cronaca, divenendo icona di uno stile ben preciso. In quell’ampio, prezioso ed elegante insieme da sera si cela la sua visione: pantaloni, ma ultra femminili, per la donna moderna, o gonna ampia, danzante, per le linee più devote a un’ispirazione classicheggiante; colori forti, decisi, che possono rendere sensuale anche un semplice impermeabile; ostracismo al nero per la sera a favore di piccoli abiti fiammanti o tailleur di seta.
Il suo sodalizio con i grandi nomi vede alternarsi diverse figure di elevata caratura, custodi di un prestigioso patrimonio stilistico e culturale: dopo Forquet, si avvale della collaborazione del disegnatore scpagnolo Elias Zabaleta. In ogni caso, Irene Galitzine pone sempre al centro della sua moda la donna e la sua femminilità, esaltandola con quella semplicità delle forme che evoca uno scrigno di contenuti, quintessenza di profondi e radicati significati.
Nel 1988, presenta i suoi abiti al teatro Rossija di Mosca, di fronte a 2500 persone. Dal 1990, il marchio diviene di proprietà della società Xines, che fa capo a Giada Ruspoli, mantenendo in capo alla stilista in persona la supervisione del prodotto a cominciare dalla fase creativa. Nel 1996, la casa editrice Longanesi ha pubblicato la sua autobiografia dal titolo Dalla Russia alla Russia.
Dulcis in fundo, nel 2002 sfila all’Art Café di Roma la nuova collezione haute couture Irene Galitzine, disegnata da Massimo Stefanini, stilista umbro, laureato in architettura e con una lunga esperienza come costumista teatrale. Ancora una volta il patrimonio del creatore trova validazione e consacrazione nello stile Galitzine, proponendo un’heritage ispirazionale: si tratta, in questo caso, di capi importanti, in velluto di seta e pizzi preziosi, ricamati in oro o arricchiti da frange. I colori sono decisi, molto nero, rosso scuro, marrone, affiancati da più tenui ècru e rosa cipria. Completano la collezione colbacchi in visone e preziosissimi bijoux interamente realizzati a mano.
Lo stile Galitzine non si smentisce nei suoi tratti caratteristici: riesce a proporre attraverso linee, fogge e tagli, tempi e luoghi, un’epoca e un insieme di vissuto. I suoi sono sempre stati abiti che hanno saputo emozionare e spingersi oltre la mera vocazione stilistica, portando con sé valore e significato, capisaldi di una storia pronta ad essere proiettata a gran forza nel futuro.