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mercoledì 20 luglio 2016

PEOPLE_Irene Brin




Irene Brin, alias Maria Vittoria Rossi: giornalista e scrittrice italiana dal piglio arguto ma garbato che nell’immediato dopoguerra ha saputo crearsi un ruolo di rilievo nella carta stampata, in concomitanza con la sua naturale propensione a coltivare il culto delle arti e del buon gusto. Appartenente a una famiglia alto-borghese - tra una citazione e l’’altra di Saint-Simon, Proust e Musil - la Brin inizia la carriera di giornalista firmando i suoi pezzi con lo pseudonimo Mariù al Giornale di Genova e al Lavoro. Il primo ad apprezzarne simili articoli così brillanti, acuti e colti è Leo Longanesi, tanto da volerla subito a Omnibus, settimanale a rotocalco uscito in Italia alla vigilia della seconda guerra mondiale e quasi subito soppresso dal regime fascista. Sempre Longanesi a inventarle lo pseudonimo con cui poi sarebbe divenuta celebre. La perfetta conoscenza delle lingue, un umorismo sottile e garbato, un intuito speciale e uno stile eccelso fanno il resto come in una magica alchimia, rendendola la prima grande giornalista di costume d’Italia. Insieme al marito – Gasparo del Corso, proprietario della galleria d’arte l’Obelisco – porta a Roma le opere di Cocteau, Matta, Magritte e Dalì. Donna Irene, come era solito chiamarla il suo entourage, veste in modo sofisticato e anticonformista. L’appartamento a Palazzo Torlonia dove abita, riflette il suo stile personale con arredamenti dal gusto raffinato: divani di velluto nero, paraventi Coromandel (gli stessi adorati da Mademoiselle Coco), splendidi quadri moderni. Sempre più impegnata lavorativamente parlando, tiene una rubrica di consigli sul settimanale La Settimana Incom che firma ”Contessa Clara” e si occupa di moda per diverse testate italiane, come Bellezza, e americane. Autentica talent scout, si prodiga affinché l’Italia si butti alle spalle una volta per tutte la sudditanza parigina subita nel campo della moda. A tal proposito, Giovanni Battista Giorgni, l’inventore delle sfilate fiorentine preludio del trionfo del made in Italy modernamente detto, trova in lei una valida ed intelligente alleata. Per far conoscere oltreoceano le grandi sartorie italiane del dopoguerra organizza “8 contesse 8”, un tour in America in cui otto bellissime e aristocratiche signore romane s’improvvisano indossatrici di moda. Di Irene Brin molto è stato scritto. Le parole forse più eloquenti nella loro magnifica spontaneità, che la ritraggono in modo pulito e sincero, senza encomi gratuiti, sono quelle di Camilla Cederna: “Era molto bella, con chiarissimi occhi spalancati sul mondo che osservava instancabile. Era molto giovane e già scriveva, ogni domenica, sul Lavoro di Genova, una mezza colonnina in margine a fatti, avvenimenti, incontri, firmata Mariù. Ed è bastata quella mezza colonnina a far capire che era nata la prima giornalista italiane a farla guardare con ammirazione, invidia e molto sospetto (…)… Fu la prima a intuire e bollare, con penosa amarezza, e soprattutto a scriverne, le meschinerie delle mezze calze, degli arrampicatori, i piccoli giochi d’equilibrio degli arrivisti, le ipocrisie e le stupide astuzie (…). Era modesta, aveva una grande dignità, era discretissima, non si rendeva conto di essere stata nel giornalismo italiano, non solo femminile, una maestra, un esempio, una pioniera. Nessuno l’ha mai sentita parlare di sé, altro che sorvolando o ridendo”.  

venerdì 1 luglio 2016

PEOPLE_Maria Pezzi




Volendo parlare di giornalismo femminile e in particolare di moda, non si può fare a meno di pensare a Maria Pezzi, celebre firma che con il suo stile puntuale e aggraziato ha traghettato fino ai giorni nostri il costume italiano nel suo nascere. Milanese di ferro, da quando è nata ha vissuto sempre nella medesima casa, affacciata su Foro Bonaparte: solida e alto borghese, proprio come lei. Punto d’approdo di una donna curiosa, intraprendete, pronta a considerare e valutare con lievità, grazia, acume e competenza, tutte le novità del secolo che ha attraversato, osservandolo da un punto di vista privilegiato qual è quello della moda e dello stile, cruciale per comprenderne le virate socio-culturali. Sulla sua natura di giornalista di moda non vi sono dubbi; tuttavia definirla così può rivelarsi riduttivo se si considera che - insieme a Irene Brin – quel mestiere l’ha inventato, portandolo oltre il semplice riferire la lunghezza degli orli e qualificandolo come l’attitudine ad osservare l’aria del tempo in tutte le sue sfumature per coglierne, prima degli altri, le note di testa, lo spirito, l’essenza, i punti di forza e di debolezza. Con la modestia che l’ha sempre caratterizzata, era solita definirsi cronista e raccontare un mestiere cominciato per caso a Parigi su incoraggiamento dell’illustratore René Gruau. Sono gli anni dell’assoluto e incontrastato dominio della couture francese: le sarte italiane vanno in pellegrinaggio verso la Ville Lumière per comprare i modelli di Chanel, Lelong, Vionnet, Grès, Lanvin, Molyneux, Schiaparelli, che - una volta giunti a Milano - vengono riproposti da Ventura, Tizzoni, Ferrario e tanti altri. Fintanto che qualcuno decide di spiccare il volo…e Maria Pezzi è lì, pronta con la sua penna ad accompagnare e certificare il debutto su un palcoscenico che, in men che non si dica, si affolla di nomi prestigiosi: Gigliola, Curiel, Marucelli, Veneziani. Da lì al decollo della moda italiana il passo è breve, complice l’arguta e geniale invenzione di Giovanni Battista Giorgini: le sfilate nella fiorentina Sala Bianca di Palazzo Pitti. Come la moda, anche Maria Pezzi non si ferma più, seguendone ogni movimento, qualsiasi evoluzione: operativa, sempre in prima fila, con il suo inseparabile taccuino su cui annotare tutto quello che sotto i suoi occhi prende forma a ritmi serrati. Ma soprattutto con il suo straordinario intuito nel comprendere che il debutto di nomi come Capucci, Valentino, Basile, Caumont, Cadette, Ken Scott, Walter Albini, Krizia, Missoni, decreta la consacrazione della moda italiana. Fedele al suo stile garbato, con piglio deciso ma elegante ha raccontato il made in Italy dai suoi albori, vivendone ogni istante in modo intenso e coinvolgente. Lo stesso coinvolgimento che si ritrova ancora oggi nei suoi scritti, spaccato di un periodo prima ancora che reportage di decenni di moda.

venerdì 24 maggio 2013

PEOPLE_Federico Forquet: stile pulito e seduzione intelligente








Discendente da una famiglia di origine francese, lo stilista italiano Federico Forquet nasce e cresce all’ombra del Vesuvio, a contatto con il bel mondo e i salotti che contano. La sua famiglia, infatti, nel 1789 si trasferisce a Napoli per sfuggire alla rivoluzione: uno dei suoi antenati diviene ministro di Ferdinando IV di Borbone.
A sei anni comincia a studiare pianoforte al Conservatorio, sviluppando una particolare affinità con la musica, che diventa la sua grande passione. Poi, appena ventenne, la svolta: ama trascorrere il tempo disegnando. Si tratta inizialmente solo di schizzi, che però riscuotono l’ammirazione di Balenciaga, presentatogli da un amico a Ischia. È il 1955. Il grande sarto lo invita a bottega nel suo atelier parigino, dove già cominciano a muovere i primi passi Ungaro e Courrèges. Decide così di abbandonare l’Università, lavorando a fianco del maestro che all’epoca rappresentava il massimo livello dell’haute couture. Trascorre due stagioni nella Ville Lumière, dopodiché il rientro in Italia e, per la precisione, a Roma, dove continua ad apprendere ed affinare il mestiere da Fabiani e, successivamente, lavora per Irene Galitzine.
Nel 1962 si sente pronto per il debutto, che avviene sulla passerella della celeberrima Sala Bianca di Palazzo Pitti. Un trionfo: sfila un bon ton accompagnato da una personalissima nota chic, che rende omaggio a una donna charmante e seducente al tempo stesso. Per dirla breve, il suo è lo stile dell’eleganza. È qualcosa che si spinge oltre il mero perfezionismo formale e approfondisce la semantica del gusto e della raffinatezza, paradigmi che vanno al di là dello scorrere del tempo, restando immutabili nelle stagioni della vita. Irene Brin lo celebra scrivendo “Il Dior italiano si chiama Forquet”. Da quel debutto in poi si ricordano memorabili esercitazioni di grande livello: abiti in alcuni casi considerati difficili, proprio per quella raffinatezza fatta di tagli puliti e precisi. Un invito subliminale a vestirsi di linearismo, quando alcuni colleghi prediligono un’ispirazione barocca. Le clienti sposano appieno il suo stile: teste coronate, principesse e regine, miliardarie e dive, first ladies, trovano nelle sue creazioni l’esatta compensazione di femminilità ed eleganza, di seduzione e raffinatezza. All’estero è una star: la stampa inglese lo definisce “Frederick the Great”.
Numerose le innovazioni da lui apportate e introdotte nella moda e che hanno segnato inesorabilmente la sua evoluzione: i primi hot pants sono merito suo così come il suo nude look anticipa quello tanto osannato di Yves Saint-Laurent. Una giovanissima Ira Fürstenberg, modella d’eccezione, sembra vestita di aria colorata; le trasparenze di gonne e pantaloni si accompagnano a top di sole collane.
Nel frattempo, con inesorabile frenesia, si susseguono le stagioni della moda: è l’avvento del prêt-à-porter e Forquet, solista del costume, chiude il suo atelier nel 1972. Ha sempre fatto tutto da solo, non ha mai avuto un assistente, né un disegnatore, non solo per i modelli, ma nemmeno per gli accessori e le stoffe. Sarebbe stato, quindi, impensabile per lui instaurare rapporti con l’industria. Il business fine a se stesso non è mai interessato a Forquet, che ha sempre fatto dell’ispirazione, della creatività e della moda nella sua più autentica accezione i veri pilastri sui quali articolare la sua attività.
Segue una breve parentesi nel corso della quale disegna tessuti per arredamento, dopodiché la permanenza a Roma si dirada: preferisce risiedere nella bella casa che si è costruito nei dintorni di Siena, dove scopre un’altra stimolante vocazione: i giardini. Con amabile maestria disegna il suo: un’armonia di verde, percorso dai colori che alternano le stagioni. Diviene dunque stilista di giardini per gli amici, gli amici degli amici. Così vive oggi questo professionista dell’eleganza, fautore dello stile di un’epoca e, al contempo, antesignano di tendenze che oggigiorno imperano sulle passerelle di tutto il mondo. Due le clienti rimaste amiche: Marella Agnelli, da sempre considerata l’ispiratrice della sua moda, e Allegra Caracciolo, per un periodo sua collaboratrice. Nessun rimpianto, se non il desiderio di rivivere le emozioni del passato. Numerosi i ricordi di stilisti che negli anni a venire hanno fatto grande la moda italiana. Uno su tutti, quello di Giorgio Armani, che gli elogia per lo stile pulito e la seduzione intelligente: un mix congeniale a entrambi. 

martedì 20 marzo 2012

ABOUT_Parole di moda/2: gli articoli di Irene Brin



Dopo un piccolo assaggio dello stile giornalistico di Maria Pezzi, ecco uno stralcio di Irene Brin, alias Maria Vittoria Rossi. Tra articoli colti e raffinati, consigli di stile, moda e vita sociale, collaborazioni con “Harper’s Bazaar”, Irene Brin ha spinto la moda italiana a rigettare il predominio francese, traghettandola addirittura oltreoceano. Complice un approccio cosmopolita alla vita e un grande amore per l’arte, si è imposta nella scena del costume internazionale quale emblema di stile ed eleganza. Il tutto condito da una buona dose d’ironia e da un istinto naturale nel cogliere i dettagli più nascosti e insoliti. A rendere ancora più unici i suoi scritti di moda, le illustrazioni di Brunetta Meteldi, impareggiabile nel trasformare le figure più comuni in personaggi indimenticabili. E la domanda sorge spontanea: ma siamo nel 1963 o nel 2012??

Soltanto se siete castellane vi vestirà Yves Saint Laurent
. Passerella della moda di Parigi – 30-31 luglio 1963 – di Irene Brin – disegni di Brunetta
Per il delfino di Dior esistono esclusivamente le figlie delle duchesse che aborrono sciatteria e disordine. Qualche consiglio per aggiornarsi: spalline militari sui vecchi cappotti, abitini bucherellati o squarciati, grembiulini senza maniche, mezze parrucche fermate alle tempie.
Ci sono nella moda come nelle arti, in letteratura come in musica, dei cicli inevitabili. Ora è il momento di Yves Saint Laurent, punto e basta. Non il Saint Laurent allievo di Dior. E nemmeno il Saint Laurent della prima collezione, piuttosto teatrale e piuttosto povero. Tutto cominciò realmente con la collezione gennaio 1963, quando i capitali americani erano già affluiti in massa, quando Pierre Berger aveva cominciato a scrivere i suoi impareggiabili press-release, quando la principessa Radziwill aveva già preso posizione in favore di questa sartoria giovanissima e tuttavia cospicua, quando la viscontessa Des Ribes aveva dichiarato: ” Qui mi vesto e qui resto”. Il gioco era fatto.
Supponiamo che, per miracolo, voi crediate ancora nella moda. Voglio dire, crederci sul serio, credere che bisogni, assolutamente, diventare diversa ad ogni stagione, dar retta a Forquet oppure a Dior? Inchinarvi davanti alle trovate di Lanvin, gridare che “Ferreras è Ferreras, e la signora Guinnes il suo profeta”. Cosa vogliamo fare per aggiornarvi? Tanto per cominciare dovete imbottirvi le spalle dei tailleurs e dei cappotti. Non è facile se non avete “lasciato dentro” le cuciture dei vecchi cappotti e dei vecchi tailleurs un bel pezzo di stoffa. Altrimenti potete ricorrere alle spalline da ufficiale, magari eseguite in un jersey abbastanza intonato all’insieme. Poi dovete pensare fermamente alla Russia. Che ne direste di stivaloni e fazzoletto legato sotto al mento? Facile, pratico, non troppo costoso. Ma anche un cappellino da curato, con un pom-pon al centro ed una sciarpa di mussolina infilata nell’ultimo bottone della giacca, a sinistra, portato in modo che svolazzi al vento, potrebbe andar benino.
In fatto di parrucca, ve ne basta mezza. La collocherete, comunque, in cima alla testa e la spazzolerete all’indietro per somigliare a Bebe Daniels, oppure in avanti per somigliare a Jacqueline Kennedy o infine la terrete ferma sulla tempia sinistra con una barretta di brillanti. Da Germana Marucelli a Pierre Cardin, i sarti sembrano preferire gioielli astratti, disegnati da artisti celebri. Scegliete quelli che vi pungeranno meno la pelle.

Twist col visone
. I caotici defilés della moda parigina – 23 – 24 luglio 1963 – di Irene Brin
E’ l’idea di Revillon, che presenta pantaloni aderenti fatti con questa pelliccia, trattata come velluto – Le lunghe sottane di Heim – Una sveglia nella borsetta.
Ma quanto li fanno diventare disordinati, questi poveri francesi, eppure il loro spirito di organizzazione, di lucidità, di rigore, era proverbiale, ed è stato un francese ” lux, calme et volupté” Che cosa sta succedendo? Ci dicono che la prima sfilata è da Esterel alle nove e trenta e noi siamo lì, pronte, precise, ma si comincia quasi alle dieci. E si esce di lì in Avenue Matignon, correndo, ma no si trova un tassì o, se se ne trova uno, è inutile invitare con grandi gesti le colleghe straniere a dividerlo, quelle ne cercano un altro. Perciò da Yorn in rue Pier Charron, non si può cominciare, come sarebbe giusto, alle undici e quindi, per arrivare a mezzogiorno da Revillon, in rue De la Boétie, ricomincia la caccia (solitaria) al tassì. Ogni nostro ingresso in una sartoria assomiglia al sacco di una città da conquistarsi, calci negli stinchi, fogli di appunti che volano nel vento, urla laceranti “ma place est prise, ma place est prise” e si va via sempre prima della fine, e le “vendeuses” ci guardano come se volessero uccidere noi e se stesse, in un bel delitto di massa. Per noi, che arriviamo da Palazzo Pitti dove qualche minuto di attesa sembrava gravissimo, e dove chi si alzava prima del termine veniva considerato un cafone, per noi il caso di Parigi si giustifica solo attraverso le colpe degli ospiti, cioè nostra. L’occupazione principale sembra essere quella di guardare l’orologio, e dove non poche redattrici tengono nella borsa una sveglia che improvvisamente squilla, avvertendo “tra cento secondi, dovrete essere al capo opposto della città, e non contate sui mezzi di trasporto pubblici”, ebbene per gennaio impareremo ad andare in bicicletta.

E’ necessario essere magrissime. 
Non è assolutamente vero che la moda “camp”, con ginocchia al vento, semplifichi l’esistenza dellle nostre contemporanee; al contrario impone digiuni assoluti, ginnastiche da candidate olimpioniche ed anche, inaspettatamente, rigorose virtù. – di Irene Brin
Ogni volta che la moda cambia c’è sempre qualcuno che dichiara: “Finalmente la donna acquista (o, eventualmente, riacquista) la libertà dei movimenti, la comodità del passo, la gioia di vivere!” Immutabilmente, questi discorsi vennero fatti quando la prima imperatrice cinese decise di ostentare piedini minuscoli, quando un fortunato capitano Achab, cacciatore di balene, lanciò le crinoline e quando Paul Poiret mutò l’ondulazione dei busti. Se almeno l’imperatrice, l’Achab, M. Poiret avessero cinicamente dichiarato che la vita è bella unicamente perché varia, non ci sogneremmo di protestare, come non protestammo quando nel dopoguerra Christian Dior ci offrì un “new look” imperniato sulla “guêpière”. Christian Dior infatti agì in nome della eleganza e non dell’indipendenza. Oggi, per contro, i sarti parlano come suffragette, i giornalisti scrivono come Margueritte, l’autore della Garçonne: “Bisogna camminare con il proprio tempo, la ragazza di oggi è fiera delle sue spalle atletiche , dei suoi fianchi efebici, della sua giornata spesa al sole. Per essere chic bisogna tener conto del tempo libero…”. Sciocchezze!

Calde,  favolose vesti da camera per chi è invitato da Kruscev
. La mastodontica sfilata di Dior e l’antologia scelta di Capucci- Le indossatrici svenivano con la grazia di fiori – di Irene Brin – disegni di Brunetta
Parigi, 26 luglio. Ieri il caldo era talmente feroce che da Patou le mannequins svenivano come fiori. Voglio dire che allargavano le braccia, socchiudendo gli occhi e si lasciavano scivolare in terra con estrema grazia. Rianimate, correvano ad infilare un altro modello di Michel Goma, il nuovo disegnatore della Maison Patou (quello vecchio, Karl, sembra partito per lavorare in Italia). Michel Goma ha sempre avuto gusto e garbo, nella Maison Patou ha trovato più denaro di quanto gliene potesse offrire, l’anno scorso, Jeanne Lafaurie, in compenso, ha dovuto diventare molto serio, molto sorvegliato.
Marc Bohan e il suo assistente Philippe, per il 1964, creano una donna ermeticamente coperta dal ginocchio al mento durante il giorno. I tailleurs non hanno rovesci, gli abiti non hanno scolli. Una infinità di nodi, sciarpette, cravatte lunghe e trasversali, si incaricano di completare le giacche. Oppure c’è sotto un pullover a collo rialzatissimo. Non mancano le robes de chambre calde, che calano alla caviglie e fanno supporre una gigantesca crisi del carbone in vista. Sensazionale è “Dacia” nel caso siate invitate da Kruscev, o, almeno, da Ehrenbourg, o, alla peggio, da Evtuscenko: è di camoscio beige stampato cachemire, con collo e polsi in visone marron.
Due ore dopo, toccava al nostro Roberto Capucci. Paragone apparentemente terribile, poiché non c’è nulla di comune tra il palazzo Dior in avenue Montaigne e il mezzanino Capucci, via Cambon numero 4. Non c’è nulla di paragonabile tra ‘immenso stuolo che lavora per Dior-Bohan e la piccola équipe di amici che adora Roberto Capucci, e farebbe per lui qualunque cosa – qualunque cosa nel limite delle capacità umane. Anche la stampa, pur vezzeggiando le petit Capucci, venera e adora il gigantesco Boussac. Da Dior abiamo visto 190 modelli, da Capucci, nemmeno la metà. Ma proprio per questo, da Capucci non c’erano – non ci potevano essere – ripetizioni.

Un corredo ideale per ‘Mandy. 
E’ quello presentato da Crahay, il disegnatore di Nina Ricci: cappotti enormi, sottane esigue, stivali delle sette leghe, scialli. Le indossatrici sepolte nelle pellicce – Come si ripartiscono i sarti. 25 – 26 luglio 1963 – di Irene Brin – disegni di Brunetta
Sapevate che la stampa inglese ha a Firenze ed a Parigi un numero incredibile di rappresentanti? Ce ne sono di campestri, devote al loro giardino, di mondanissime, con cappellini estremi, di spiritose, di angeliche, di pungenti. Comunque ce ne sono moltissime. Intere file di seggiole dorate sono loro, e di là partono contegnosi, ma costanti brusii, che si riferiscono soprattutto alla cronaca inglese.
E così via all’infinito. Adesso pensano soprattutto a Mandy, la ragazza del processo Ward, quella che ogni giorno cambia acconciatura. ” E quel cappellino di petali che ne dite? E quel neo sulla guancia? E quel cappottino?” In fin dei conti guardano le collezioni, sì, ma solo per scoprirci quello che starebbe bene, o meno bene, o malissimo a Mandy. Finora, il fornitore ideale per Mandy, quello che, secondo le giornaliste inglesi dovrebbe mettere sul suo stemma il telefono di Mandy, è Crahay, il disegnatore di Nina Ricci. Honny soit qui mal y pense, per carità! Ma se si vuol raggiungere il colmo della femminilità, del lusso e della seduzione, bisogna adottare lo stile Crahay.
Questo stile comincia con un’apoteosi delle “fanatiche”, le ragazzette che in Francia, ed anche in Italia, ballano il twist sui marciapiedi ed adorano Françoise Hardy o Morandino. Per loro, cappotti enormi, sottane esigue, camicette con taschini riportati, taschini applicati su camicette trasparenti, e gli stivali delle sette lege, per percorrere evidentemente Via Veneto o un pezzettino di Avenue Foch. Ma, quasi subito si passa alla voluttà, agli scialli, agli scolli. Ginocchia sempre in vista, labbra pallide (sebbene il calore fosse così atroce, nonostante l’aria condizionata, che il trucco delle ragazze si sfaceva sotto i nostri occhi), in testa, fazzoletti di seta chiusi alla nuca, con pompons di pelliccia penduli ed assortiti al cappotto. O (queste veramente meravigliose) grandi coiffes di ermellino.