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giovedì 14 settembre 2017

LEISURE: MIPEL 112



Dal 17 al 20 settembre torna MIPEL, l’evento internazionale più importante dedicato alla pelletteria e all’accessorio moda, organizzato da AIMPES Servizi. Un’edizione speciale che, in occasione del 30esimo anniversario della scomparsa di Andy Warhol, rende omaggio al maestro della Pop Art.
Un’edizione all’insegna dell’Arte e della creatività. Sono ispirati ai colori e alle geometrie delle opere di Andy Warhol, infatti, gli allestimenti degli spazi all’interno del Padiglione 10, presso il Quartiere Espositivo Fieramilano-Rho, che ospiteranno le nuove collezioni P/E 18 di oltre 300 brand di tutto il mondo.
Guest star internazionale, Vivienne Westwood che, attraverso due installazioni allestite nella prestigiosa area Glammy Boulevard, presenterà due dei suoi progetti dedicati agli accessori.
Mipel in città, il fuorisalone della Fiera, dedicherà, inoltre, all’estro e al genio di Andy Warhol un’importante mostra “Andy Warhol da New York alle Stelline. Leonardo di Warhol / Warhol di Amendola”, realizzata con la Fondazione Stelline (corso Magenta 61, Milano), con il patrocinio di Regione Lombardia, Comune di Milano ed il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e ICE-Agenzia. In programma dal 18 settembre al 29 ottobre (ingresso libero, martedì-domenica dalle 10.00 alle 20.00), l’esposizione  celebra il maestro della pop art attraverso gli scatti del grande fotografo d’arte Aurelio Amendola: 20 portraits realizzati a New York nel 1977 e nel 1986 nella factory di Warhol. La mostra è impreziosita dalla presenza del dipinto originale “The Last Supper”, realizzato da Warhol tra il 1985 e il 1987, pochi mesi prima della sua scomparsa, durante il suo soggiorno presso Palazzo delle Stelline, proprio di fronte al Cenacolo Vinciano. Il dipinto esposto è particolarmente raro in quanto, oltre a essere una delle ultime opere di Warhol, è l’unica versione esistente virata in color magenta, cromia scelta dall’artista in riferimento a Corso Magenta. Un’occasione unica per vedere un’opera inestimabile. La mostra è a cura di Walter Guadagnini, uno dei massimi critici ed esperti di fotografia e titolare della cattedra di Storia di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, e di Alessandra Klimciuk, responsabile arte e cultura della Fondazione Stelline.
E’ dedicato all’artista di Pittsburgh anche lo speciale contest “Mipel incontra Warhol”, che invita i brand espositori a realizzare una borsa ispirata al genio della Pop Art. I 20 migliori modelli verranno esposti il 18 settembre presso la Fondazione Stelline, nell’ambito della mostra. La sera del vernissage verranno premiate le 3 borse vincitrici.
Quella di settembre si preannuncia un’edizione particolarmente importante. Forte del successo di buyer e visitatori registrati nell’ultima edizione (oltre 10.000, + 6,6% sull’edizione precedente), la manifestazione punta anche per la prossima edizione ad una forte offerta qualitativa e ad importanti collaborazioni, tra le quali quelle con Camera della Moda Italiana e Camera Italiana Buyer Moda, oltre a prestigiosi progetti di internazionalizzazione realizzati anche grazie al contributo di ICE-Agenzia e del Ministero dello Sviluppo Economico.
Sulla scia del successo delle scorse edizioni, vi saranno anche le due aree THE GLAMOUROUS e SCENARIO.
THE GLAMOUROUS, progetto patrocinato da Camera Italiana Buyer Moda, rappresenta un innovativo punto di congiunzione tra top buyer italiani e stilisti emergenti. Anche per la prossima edizione quattro buyer d’eccellenza italiani “adotteranno” quattro designer di tendenza, dando visibilità alle loro collezioni sia nello spazio dell’area dedicata in fiera, sia
nelle vetrine dei propri store. I nomi dei prestigiosi shops partecipanti al progetto sono: Dell’Oglio Palermo 1980 di Mario dell’Oglio, che presenterà Majo; Luisa di Giovanni Venturini, che presenterà Corti Milano; Nugnes 1920 di Giuseppe Nugnes, che presenterà Imemoi e Spinnaker di Claudio Betti, che presenterà Arnoldo Battois.
SCENARIO costituisce il palcoscenico più alternativo del salone, un focus sui new brand e sulle realtà più di ricerca del panorama accessori. In un settore di SCENARIO viene consolidata la collaborazione con Camera Nazionale della Moda Italiana, promuovendo l’incontro tra creatività italiana e mercati esteri con il coinvolgimento di 4 buyer internazionali chiamati a sponsorizzare i più interessanti nuovi designer italiani che, per l’edizione di settembre, saranno: HP France di Tokyo, che presenterà Maria Lamanna; Galeries Lafayette Dubai, che presenteranno Manurina; Lotte.com, che presenterà Ninael e Metrocity, che presenterà Annalisa Caricato, questi ultimi due entrambi coreani.

Mipel 112: un’edizione che nasce sotto il segno di grandi sinergie di settore e che si propone di continuare con successo il costante percorso di ricerca e innovazione intrapresi da Riccardo Braccialini, Presidente AIMPES e Roberto Briccola, Presidente MIPEL.

lunedì 16 gennaio 2017

PEOPLE_Loulou de La Falaise



Quando oggi indossiamo blazer e pantaloni di seta, in testa osiamo un turbante, al polso facciamo tintinnare una miriade di bracciali etnici e giochiamo col color block, è a Loulou de La Falaise (all’anagrafe Louise Vava Lucia Henriette Le Bailly de La Falaise) che ci rifacciamo, per trent’anni ispiratrice e collaboratrice di Yves Saint Laurent, icona e regina della scena parigina più mondana.
Alchimia di nobili radici irlandesi, raffinate genie francesi ed eccentricità britanniche, aveva un’allure unica: sottile come un foglio di carta, con i suoi boccoli rosso tiziano e gli occhi grandissimi spalancati sul mondo, maschera con atteggiamenti da garçonne la sua innata timidezza, sviluppando un’iconica magnitudine e, al contempo, un’inafferrabile ambiguità.
Un’androginia di cui Loulou era consapevole e fiera, tanto da saperla dosare sapientemente (non usciva mai senza tacchi) e forse eredità della bisnonna Vavarina Pike, che era solita stupire gli abitanti della sua cittadina irlandese indossando cardigan e fedora comprati nei reparti rigorosamente maschili dei department store londinesi. Ma Lady Pike non era l’unica a caratterizzare una genealogia costellata di stile. La nonna, Lady Rhoda Birley, moglie del ritrattista prediletto di Queen Mary, Sir Oswald Birley, era una donna d’innata bellezza, con la passione per il giardinaggio, la botanica e le arti. La madre, Maxime Birley, musa di Elsa Schiaparelli, Jacques Fath e Paquin, era per Cecil Beaton l’unica inglese davvero chic. Nel 1946 sposa l’aristocratico francese, scrittore e intellettuale, conte Alain de Bailly de La Falaise: due anni dopo nasce Loulou e l’anno successivo il secondo figlio Alexis. Il matrimonio, però, ha vita breve: accusata di tradimento, Maxime decide di divorziare, perdendo ogni diritto sui figli. Loulou e suo fratello crescono in una cattolicissima famiglia d’affido in provincia, a Seine-et-Marne. Per Loulou è un periodo difficile, al quale trova rimedio con l’immaginazione e la forza evasiva da essa sviluppata. Proprio in questi anni impara a rispondere alle difficoltà della vita con una risata, facendo finta che tutto vada bene. Con eleganza traveste il suo coraggio in indifferenza; diventa impermeabile e inizia il suo pellegrinaggio in vari istituti: le medie in Inghilterra, il liceo francese a New York, fino a terminare gli studi in collegio a Gstaad. Adolescente, ritorna a Londra, dandosi a una vita da vera socialite aristochic, complice lo zio Mark Birley, patron del night club Annabel’s di Berkeley Square, mecca delle star del rock e della moda. Alla fine degli anni ’60, decide di seguire la madre, che si è risposata col curatore del Met, a New York. Qui conosce Diana Vreeland, storico direttore di Vogue America, che se ne innamora: in men che non si dica fa la sua comparsa sulle pagine della rivista, fotografata da Richard Avedon e Helmut Newton. Tuttavia, quella della modella non è la sua strada, essendo troppo magra e petite come si definiva lei stessa. Ha più successo, infatti, come designer di tessuti per Halston, stilista di cui è amica.
Nel 1966, quasi per gioco, sposa l’aristocratico inglese Desmond FitzGerald, ma l’unione naufraga dopo poco tempo. Torna a New York dove divide l’appartamento con Berry Berenson, sorella di Marisa e nipote di Elsa Schiaparelli. Trascorre il natale con Mick e Bianca Jagger; frequenta il clan di Andy Warhol; è intima di Fred Hughes, storico direttore della Factory, e di Gerard Malanga, assistente del padre della pop art, fotografo e regista. Loulou è una delle giovani regine del mitico Studio 54, ma il richiamo della metropoli londinese si fa sentire: parte e qui partecipa al casting dello scandaloso film Performance di Nicholas Roeg a fianco di Mick Jagger. Qualche tempo più tardi conosce lo stilista Fernando Sanchez e si trasferisce nel suo appartamento di Parigi di Place de Furstenberg, dove avviene uno degli incontri più significativi della sua vita in occasione di uno speciale tea party a base di brioche calde e marijuana. Quel giorno suonano alla porta Betty Catroux, Thadée Klossowski de Rola, scrittore e figlio del pittore Balthus, Pierre Bergé e Yves Saint Laurent. Sarà stato per i suoi tratti che evocano un quadro di Edward Burne-Jones ma senza tragicità, per la sua risata folle, per la vitalità contagiosa, Loulou incanta il couturier. Incantevole ed etera nel suo completo pantalone di Ossie Clark, con una collana di vetro colorato al collo e un foulard annodato sui capelli splendidamente spettinati, Loulou appare magnetica, elegante e raffinata, quintessenza di aplomb aristocratico e di un modernissimo swinging London. Yves la invita a Marrakech, dove strabilia tutti con i suoi look originali, fatti di sarong, turbanti e parei. Non si vergogna di niente e nessuno. Il suo guardaroba è eclettico al punto da sconvolgere i codici vestimentari dell’epoca. Ha le idee chiare su cosa le stia bene e cosa debba bandire. Regola numero uno: meno vestiti possibili, essendo troppo piccola e troppo magra. Via libera, quindi, a pantaloni che allungano la figura, abiti striminziti dall’aria fanciullesca e stivali. Regola numero due: accessori a gogò. Cinture, bracciali, foulard: una cascata da mixare sapientemente con abiti dal gusto vintage.
A distanza di tempo, si comprende come Loulou sia stata l’antesignana del tanto predicato boho look à la Kate Moss. La prima ad avere sperimentato dress code del tutto inediti per l’epoca. Quattro anni dopo il loro incontro, mentre è in Sardegna con l’amica Diane Von Furstenberg, riceve una telefonata di Yves Saint Laurent che le propone di lavorare per lui. Nel 1972 comincia a disegnare la maglieria e gli accessori della maison. Il couturier è rapito dal gusto che possiede nel mixare i colori, dando vita ad abbinamenti del tutto nuovi. Per lui Loulou è un laboratorio di creatività: collane tempestate di jet, amuleti di vetro blu, chokers che sembrano fatti con ciottoli levigati dal mare di Bretagna, voluminosi bangles dorati incrostati di pietre, gli smalti, le lacche cinesi, gli orecchini scenografici e poi gli immancabili turbanti e foulard. Loulou rivela una grande cultura visiva, è disciplinata nel lavoro e instancabile. Immette nella vita del laborioso Yves Saint Laurent un’impronta bohèmienne, sensuale, edonista e gioiosa. Diviene la sua musa, l’ispirazione dietro le collezioni “folk” dei cosacchi russi e delle imperatrici cinesi. E sempre lei è dietro la rivoluzione di genere, che implica l’adozione di codici boyish da parte del côté femminile, per donne che amano sempre di più indossare lo smoking. A lei sono affidate la gestione e la supervisione del backstage delle sfilate ed è lei a essere la confidente del maestro.
Una simbiosi creativa e professionale che diviene un rapporto di stima reciproca, ma, soprattutto, di amicizia. Yves Saint Laurent, infatti, le organizza un indimenticabile party per il secondo matrimonio di Loulou con Thadée Klossowski de Rola presso lo Chalet des Iles, nel Bois de Boulogne, decorandolo come per uno sposalizio indiano. È l’11 giugno 1977: gli invitati, il gotha della società, arrivano a bordo di battelli fioriti, e la sposa, fedele alla sua vena androgina, è vestita da maharaja, con pantaloni sarouel, camicia, giacchino, calze e guanti bianchi, scarpette d’argento, cintura con pompon, una moltitudine di collane, grandi orecchini e in testa un turbante sormontato da una spilla gioiello e da una lunga piuma rossa, che riprende il bouquet di rose scarlatte. Ça va sans dire, tutto YSL Rive Gauche, la linea di prêt-à-porter lanciata dallo stilista. Look total white anche per lo sposo così come per lo stesso couturier. Dopo otto anni Loulou ha una figlia – l’adorata Anna – a cui ovviamente Yves fa da padrino.
La maternità rende Loulou ancora più gioiosa e più consapevole. Finiscono le serate e le uscite notturne e anche l’atmosfera della maison sembra assopirsi. Nel 2002 Yves Saint Laurent decide di ritirarsi dalle scene. Anche Loulou lascia il marchio e si cimenta con una linea di bijoux tutta sua. L’anno dopo apre una boutique. Le sue creazioni rappresentano la quintessenza del suo gusto: lacche colorate, pietre semi preziose, bei materiali, pregiate lavorazioni. Alle collezioni dona nomi poetici - I fiori del male, Sogno di una notte di mezza estate, ecc. - e a ogni pezzo il nome di una località a lei cara: Patmos, Barcellona, Udaipur, Tanger, Bahia. Ama l’antica tecnica Grispois, una lavorazione del vetro molto francese e molto delicata, raffinata e in via d’estinzione. Vende anche abiti, accessori, complementi d’arredo. Disegna gioielli anche per Oscar de La Renta; collabora con Target nell’ideazione di bijoux per tutte le tasche.

Inizia però un periodo nefasto per Loulou: nel 2008 muore Yves Saint Laurent, mentore e amico di una vita; nel 2009 è la volta di sua madre. Nel 2011 Pierre Bergé le affida la direzione artistica della mostra parigina Saint Laurent Rive Gauche, la Révolution de la Mode. Poco dopo, ormai malata, lascia il suo bellissimo atelier, chiude i negozi, abbandona Parigi e si rifugia con la famiglia in Normandia. Il 5 novembre 2011, a soli 63 anni, muore nella casa di campagna a Boury en Vexin, in compagnia del marito e della loro unica figlia Anna. È così, in silenzio, che se ne va una donna “rara” come la definiva il suo maestro. Una donna che ha insegnato l’arte del mix & match, a osare con i colori, a giocare con gli accessori, a non essere mai uguali a se stesse, a esprimere la propria personalità senza temere il giudizio degli altri.

giovedì 24 novembre 2016

LEISURE_Isa Stoppi. The Book



“Il primo ricordo che ho del progetto, divenuto oggi un bellissimo libro, è Isa che apre un armadio pieno di giornali e scatole di fotografie e mi dice: “Non so se ho abbastanza materiale per fare un libro”. Mi misi a ridere. C’era tanto, tanto di più, da far sognare per mesi”. Parola di Adriana Glaviano, curatrice del volume “ISA STOPPI The Book” (Silvana Editoriale), preziosa raccolta degli scatti più significativi dell’icona italiana di stile ed eleganza, a dicembre nelle migliori librerie (272 pp. - 90,00 euro), che verrà presentato in anteprima nazionale oggi, Giovedì 24 Novembre presso lo Studio Gianpaolo Barbieri a Milano.
Con i testi di Cesare Cunaccia, il volume è una testimonianza unica e preziosa della bellezza senza tempo di Isa Stoppi, ambasciatrice italiana di eleganza nel mondo, amica di Andy Warhol, presenza fissa dei salotti più in vista a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, ma è anche una miscellanea unica nel suo genere del lavoro dei più importanti fotografi nella storia della moda.
La cover di Gianpaolo Barbieri è pura magia, una visione di charme e bellezza che, nel suo appartenere alla storia della fotografia e della moda, incornicia con precisione assoluta un periodo storico in cui l'eleganza era un diktat assoluto. Sono gli anni della collaborazione di Isa con Vogue America e Harper's Bazaar, dalla metà degli anni ’60, mentore la mitica editor Diana Vreeland. Sarà proprio l’obiettivo di Gianpaolo Barbieri, incantato dalla sua bellezza e amico per tutta la vita, a sancire il successo di Isa Stoppi. 
A New York, che diviene presto la sua città di elezione, viene ingaggiata da Eileen Ford, la più importante agenzia di modelle newyorkese e internazionale, e lavora con i maggiori fotografi dell’epoca, da Irving Penn a Richard Avedon, Hiro, Henry Clark, Helmut Newton, Jacques Henri Lartigue e molti altri. Accanto a lei Veruschka, Alberta Tiburzi, Mirella Petteni, Benedetta Barzini, Marisa Berenson e tutte le leggendarie modelle italiane divenute icone di moda e di stile negli USA in quegli anni. Le amicizie personali e professionali sono moltissime e tutte preziose, da China Machado, una delle donne più carismatiche, autentica regina di New York, ad attori ed artisti molto importanti come Warren Beatty, Tony Curtis, e altri incontrati nei parties esclusivi di quei tempi.
Grandi e importanti anche le amicizie italiane, come Oliviero Toscani, e la coppia Anna Piaggi e Alfa Castaldi, lui fotografo e lei geniale editor, musa di fotografi e stilisti, da lei conosciuti nell’ambiente intellettuale e bohémien di Milano. E’ molto vicina a grandi stilisti come Gianni Versace e Walter Albini, veri talenti creativi, veri e indimenticabili amici, e al mitico Valentino.
Negli anni ’70 Isa torna in Italia, a Milano, per seguire il suo grande amore. Inizia un secondo periodo della sua vita: altrettanto straordinario è il suo percorso come madre, affrontato con felicità e senza alcun rimpianto, con qualche incursione nel campo della moda, lavorando a Vogue Italia dove si occupa di haute couture e attualità.

Oggi Isa vive tra Milano e Ibiza, suo luogo dell'anima, accanto al mare che ha il colore dei suoi occhi.

martedì 26 luglio 2016

PEOPLE_Ugo Mulas



Ugo Mulas rappresenta a tuttotondo l’ideale di un artista legato al territorio e, al tempo stesso, devoto a una lungimiranza culturale che lo spinge a guardare oltre e a trasferirsi dalla provincia bresciana al fermento milanese, proprio negli anni del mitico Bar Jamaica, ritrovo d’intellettuali nonché soggetto privilegiato dei suoi primi scatti. Correva l’anno 1950 e oltre e, ben presto, Mulas comincia a dedicare anima e corpo al reportage e alla fotografia pubblicitaria e di moda, contribuendo a creare la nuova immagine internazionale dello stile italiano. I suoi lavori riscuotono subito l’approvazione del grande pubblico, occupando - di buon grado – le pagine di prestigiose riviste quali Illustrazione Italiana, Settimo Giorno, Domus, Rivista Pirelli e Novità, che nel 1966 diventerà Vogue Italia. Sulla scia di una sana contaminazione di visioni e interpretazioni, comincia a collaborare anche col mondo del teatro a fianco di Giorgio Strehler, realizzando per lui fotocronache di molti spettacoli. Affascinato dall’universo artistico, declinato in tutte le sue molteplici e differenti modalità d’espressione, segue personalmente tutte le Biennali di Venezia dal 1954 al 1972, mentre nella seconda metà degli anni ’60 si reca negli Stati Uniti per documentare la scena culturale newyorchese e personalità del calibro di Lichtenstein, Duchamp e Warhol. A causa di una grave malattia, nel 1970 è costretto a ridurre la sua attività: ciò non frena però il suo interesse per l’arte e inizia così la serie Verifiche, una riflessione sul lavoro svolto, visto attraverso una rilettura della storia della fotografia e improntato a scandagliare ogni implicazione concettuale. Una sorta di testamento artistico, summa esplicativa delle ispirazioni alla base del suo operato e della resa per immagini di stili, visioni e suggestioni. Il 2 marzo 1973 si spegne a Milano, ma il suo estro e la sua capacità visionaria non hanno mai smesso d’influenzare tutti coloro che nel tempo hanno deciso di seguire le sue orme. Numerose le mostre dedicate nei decenni al suo talento, tra cui New York: the New Art Scene (Milano, 1967), Ugo Mulas fotografo 1928-1973 (Ginevra, 1983 e Zurigo, 1985), Ugo Mulas. La scena dell’arte (Milano, Roma e Torino, 2007-2008), Ugo Mulas (Madrid, 2009). Esposizioni ma anche pubblicazioni, tra cui meritano di essere ricordate New York: arte e persone (varie edizioni, 1967), La fotografia (Einaudi, 1973), La scena dell’arte (Electa, 2007) e Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970 (Johan & Levi, 2010).
Celebrazioni visuali e illustrate di un genio artistico che non ha avuto eguali nell’evoluzione del linguaggio fotografico, nella sperimentazione e nello studio di tutti i possibili registri di un’arte ermetica ma precisa al punto stesso.
La sua è stata una carriera breve e da autodidatta, ma al tempo stesso folgorante, ricca di successi e apprezzamenti: in poco tempo, Mulas ha rivoluzionato il concetto di resa fotografica, indagandone gli aspetti più reconditi, immortalati nella loro più sublime essenzialità formale. Viaggiando per immagini, ne ha dimostrato le potenzialità intrinseche, svelandone la doppia natura di mezzo e idioma. La fotografia diviene così una sorta di Giano bifronte, dalle due facce sinergicamente ed eternamente legate a mostrare il meglio di sé in un’equilibrata convivenza, dove una implica l’esistenza dell’altra. Una compensazione d’intenti e ispirazioni dalla doppia natura, ma dall’unica finalità: ritrarre la vita e gli istanti che ne scandiscono lo scorrere.
Ugo Mulas ama indagare ed esplorare, scoprire nuove realtà e lambire confini sconosciuti, svelare verità altrimenti celate, invitare alla riflessione sull’arte contemporanea. È stato complice dell’arte per avventurarsi – al tempo stesso – nei tecnicismi del linguaggio, senza perdere d’occhio la tendenza a introdurre idee innovative. Gli stilisti più importanti hanno collaborato con lui, beneficiando della sua interpretazione intellettuale quel tanto che basta perché porti sempre con sé quel tratto di magnifica leggerezza con il quale nobilitare gli abiti per mezzo d’immagini che evocano molto di più di quello che ritraggono.
Affascinato da tutto quanto risuona come sconosciuto, Mulas si è avventurato nei meandri della fotografia di moda proprio in quegli anni in cui rappresentava un terreno della comunicazione ancora inesplorato. A lui, quindi, il plauso di averlo scoperto, dandogli dignità artistica e innalzandolo a strumento per antonomasia della rappresentazione illustrata dello stile.
Le sue immagini balzano all’occhio per chiarezza concettuale, forza espressiva e meticolosa composizione formale. Complice e protagonista dei suoi scatti - oltre che autore -, Mulas non lasciava nulla al caso: amava scegliere le inquadrature, controllare le luci e strutturare le immagini. Ogni fotografia non era mai uguale alle precedenti, ma brillava orgogliosa di luce propria: al centro l’esaltazione dell’abito, inteso come suprema sintesi di creatività progettuale e cura artigianale. A fare da contorno, le commistioni artistiche tanto care a Mulas e volte a enfatizzare ancora di più il soggetto immortalato.

Immagini che appaiono come raffigurazioni essenziali, tripudio di scenografie inconsuete, che svelano tracce del linguaggio dell’arte contemporanea e un’immaginazione sconfinata.