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mercoledì 1 febbraio 2017

ABOUT_La stampa periodica femminile



Nel corso degli anni Sessanta la capacità di attrazione delle sfilate fiorentine s’indebolisce progressivamente. Di contro, proprio in quel periodo, le case di moda romane - che si servono anche del cinema come efficacissimo strumento di comunicazione delle proprie creazioni - contribuiscono a fare di Roma la capitale dell’Alta Moda, tanto da renderla nel 1967 centro nevralgico di tutte le sfilate. A seguito di una simile metamorfosi strutturale, Firenze si specializza nella presentazione delle collezioni da boutique e maglieria, fino ad ospitare dal 1972 Pitti Uomo, la rassegna di abbigliamento e accessori maschili giunta a noi con qualche recente aggiornamento che vuole le linee kids e qualche accenno di womenswear.
All’inizio degli anni Settanta alcuni stilisti – Walter Albini, Missoni, Krizia, Ken Scott – lasciano le passerelle della Sala Bianca per sfilare a Milano, provocando nella storia della moda italiana un cambiamento paragonabile a quello che nel 1951 ha fatto vacillare la leadership parigina. In men che non si dica, Milano diviene la capitale internazionale per antonomasia del prêt-à-porter, vantando un calendario d’appuntamenti strutturato. Nel 1979 tre sono gli eventi complementari: Milano Collezioni – vetrina di presentazione per le griffe più prestigiose del settore, Milanovendemoda – di vocazione squisitamente commerciale – e Modit – caratterizzata per l’enfasi posta sul rapporto tra stilismo e industria. Una moda che sceglie lo strumento della fiera – in particolare la Fiera Campionaria – per presentarsi e aprirsi al pubblico di addetti ai lavori, creando una filiera di professionalità e un indotto del tutto nuovo per un Paese come l’Italia.
Questo il quadro d’insieme che caratterizza la seconda metà del ‘900 modaiolo italiano, seguito sempre e comunque dalla stampa, che con meticolosa precisione ne ha documentato ogni fase evolutiva, parola dopo parola, fatto dopo fatto. Defilato dai riflettori e dalle atmosfere più patinate - senza avere l’enfasi gridata dello stilismo in sé - ha però avuto un ruolo strategico e fondamentale nello sviluppo del costume italiano. “Se questo giornale parlasse unicamente di mode, anziché di letteratura, di morale, di patria, e fosse scritto in francese, non ci sarebbe toccato il dolore di pubblicare il presente avviso” (cit. in R. Carrarini, La stampa di moda dall’Unità ad oggi). Con questo laconico messaggio si annunciava la cessazione della pubblicazione della rivista genovese «La donna» che, privilegiando il taglio politico e culturale rispetto a quello di costume, si era condannata ad avere breve vita. A dimostrazione quindi dell’importanza e della considerazione della stampa di moda, che nei decenni successivi all’Unità diviene un vero e proprio fenomeno editoriale di successo. Si stima che tra il 1861 e il 1920 siano nate in Italia 116 riviste di moda, di cui 75 solo a Milano. La loro proliferazione va messa n relazione all’ampliamento del mercato, stimolato dall’affermazione dei grandi magazzini e dagli strumenti che spingono per una “democratizzazione” della moda: il figurino e il cartamodello. Realizzati da pittori e incisori che riproducono fedelmente i modelli delle case di moda parigine, i figurini mettono in evidenza con grande cura i dettagli dell’abito indossato da figure femminili collocate all’interno di ambientazioni borghesi. Questi rafforzano il messaggio degli articoli pubblicati dalla rivista a cui sono allegati, rivolte alle lettrici con lo scopo di educarle all’idea che l’eleganza – alla portata di tutte – non è da confondersi con il lusso e la ricchezza. Complementare al figurino, il cartamodello – un foglio di carta leggera su cui sono riprodotti i contorni e le linee principali della foggia dell’abito – è invece il supporto che guida la lettrice nell’esecuzione dell’abito.
Durante il ventennio fascista, l’introduzione del sistema della stampa a rotocalco e l’affermazione di due grandi case editrici specializzate nella pubblicazione di periodici illustrati a grande tiratura – Rizzoli e Mondadori – portano alla concentrazione a Milano dell’editoria di consumo che, nel 1938, si arricchisce di due nuove testateAnnabella e Graziacomplementari a quelle specializzate nella diffusione dell’Alta Moda, tra cui Aracne, Lidel e alle riviste dell’Editoriale Domus. Complessivamente, tra il 1920 e il 1945 nascono a Milano 52 nuove testate.

Ma è nella seconda metà del ‘900, sulla scia dello sviluppo della moda italiana, che le pubblicazioni periodiche femminili italiane si arricchiscono in contenuti e materiali: qualità della fotografia, degli argomenti trattati dalle rubriche, del linguaggio, dell’impostazione grafica. Diversi nella forma ma identici nello spirito, perché proprio come nell’800 i periodici femminili contribuiscono a costruire l’immagine della donna, sia fisica che comportamentale.

mercoledì 20 febbraio 2013

LEISURE_Alfa Castaldi in mostra a Milano







Fotografo curioso, completo e colto, Alfa Castaldi nella sua carriera professionale ha esplorato vari generi con grande passione e competenza. Arriva, però, alla fotografia attraverso un percorso formativo particolare, che vede nello studio della storia dell’arte e nella presenza di Roberto Longhi - colui al quale va riconosciuto il merito d’aver rivoluzionato la critica d’arte in Italia -, due capisaldi fondamentali per lo sviluppo della sua inconfondibile cifra stilistica.
Giovane brillante, di origini milanesi, è solito recarsi al Bar Giamaica di via Brera, ritrovo obbligato per coloro che diventeranno i migliori fotografi di un’epoca: da Ugo Mulas a Mario Dondero a Carlo Bavagnoli, passando per pittori, scrittori e giornalisti, è un crocevia di idee, interpretazioni, ispirazioni e visioni che daranno vita al rinnovamento della cultura milanese.
Alfa Castaldi, da subito, subisce il fascino della fotografia, per la quale decide addirittura di abbandonare gli studi d’arte tradizionali, destinando tempo, risorse ed energie a questa nuova espressione artistica, tutta da scoprire e apprezzare.
Si dedica dapprima ai reportages nel sud del l’Italia per poi volare verso Parigi, Londra e l’Algeria, e infine alla moda, declinando il suo stile in still life, ritratti e sperimentazioni.
Tutto questo – e molto altro ancora – in mostra dal 17 febbraio alla Galleria Carla Sozzani con un’esauriente retrospettiva che indaga gli aspetti meno noti e più intimi di Alfa Castaldi, complice l’allestimento composto da alcune immagini di nudo inedite e una sezione personale di fotografie scattate alla moglie Anna Piaggi, importante giornalista di moda.
Un omaggio, prima ancora che al fotografo, alla stessa Piaggi, scomparsa di recente: compagna di vita oltre che musa ispiratrice, con la quale Alfa Castaldi ha condiviso l’amore per una cultura autentica, fatta di sane contaminazioni tra discipline assai dissimili, ma determinanti per contemplare e affinare una visione estetica ricca e multiforme con la quale approcciare la bellezza nella sua quotidiana straordinarietà.
Proprio per merito di Anna Piaggi, Alfa Castaldi si avvicina al mondo della moda, dedicandosi appieno fino a diventarne uno dei più versatili e inventivi interpreti.
Il suo stile si caratterizza per la ricerca quasi spasmodica di tutti quei dettagli che spingono l’occhio oltre la mera resa formale. Alfa Castaldi non si accontenta di riprendere abiti e modelle nel rispetto dei canoni tradizionali, bensì è un ricercatore. Di tutta quella meraviglia che non trapela nell’immediato, ma va colta con una scrupolosa meticolosità, frutto di un esemplare sodalizio tra la tecnica più sofisticata e la passionale proveniente dall’interiorità. Alfa Castaldi esce dagli schemi pre condizionati per creare uno stile tutto suo: unico, inconfondibile e irripetibile. Devoto alla contaminazione tra le arti, nei suoi scatti rivela l’amore per un’espressione culturale multi sfaccettata, tripudio di tempi e luoghi diversi, e che trova in una dirompente visione unificante la validazione della sua ragione d’essere. Alfa Castaldi è proprio questa visione unificante, capace di raggruppare in sé stimoli ed espressioni, rimandi e suggestioni, dando loro una nuova interpretazione che conta delle rispettive reminiscenze e, al contempo, dona uno slancio vitale a una lettura che contempli una singolare e inedita armonia tra realtà fino ad allora inesplorate.
Correva l’anno 1968 quando, con Anna Piaggi, realizza un servizio a Praga con gli abiti di Walter Albini, Ken Scott, Krizia, Jean-Baptiste Caumont, ambientandoli fra monumenti e dimore storiche come la casa natale di Franz Kafka. E’ la prima volta che un servizio di moda per una rivista italiana viene realizzato nell’Europa dell’Est.
Negli anni Ottanta svolge, per l’Uomo Vogue, quello che appare come un reportage antropologico sulle radici popolari dello stile maschile, la “Compagnia di Stile Popolare”.
Si delinea così nel tempo l’unione sempre più forte tra moda e analisi del quotidiano, due elementi solo in apparenza inconciliabili, ma tra i quali Alfa Castaldi riesce a creare un’autentica sintonia, caratterizzata dalle note dominanti di entrambi e dalla loro assonanza.
La sua curiosità non ha limiti, tanto da indurlo a riprendere il "dietro le quinte" nelle redazioni di Donna, Mondo Uomo e Vanity; il backstage delle sfilate; i pranzi di lavoro tra stilisti, buyers e giornalisti, ma anche le fasi di produzione delle collezioni; ritratti di protagonisti del mondo della moda e del design come Giorgio Armani, Laura Biagiotti, Andrea Branzi, Michele De Lucchi, le sorelle Fendi, Gianfranco Ferré, Karl Lagerfeld, Ottavio e Rosita Missoni, Cinzia Ruggeri, Ettore Sottsass e molti altri.  E, come se non bastasse, i graffiti sui muri di Parigi.
Il suo occhio indagatore si spinge sempre oltre, non si ferma mai alle apparenze, andando a scovare, nella quotidianità delle situazioni, l’eccezionalità della cultura e dell’arte. Una sorta di ordinaria meraviglia che enfatizza come in ogni piccola sfumatura vi sia racchiuso un valore enorme: per coglierlo, è sufficiente armarsi di curiosità, alimentando lo spirito critico con cui approcciarsi alla vita intesa in ogni suo piccolo dettaglio e il desiderio di vedere, sapere e conoscere. Una sete infinita che, conquista dopo conquista, stimola a intraprendere un nuovo viaggio alla scoperta di tutto quanto di inesplorato si cela nel mondo e nella società. Nulla è scontato, al contrario porta con sé un carico di significati per nulla banale, ma profondamente legato a una super dimensione dove tutto regna e ha ragione d’esistere.
Uno spirito libero ed eclettico, incapace di fermarsi o rimanere imprigionato dentro specifici e standardizzati ranghi, ma sempre devoto alla ricerca: le sue scelte si affinano col tempo, divenendo sofisticate. Una raffinatezza che non si scorda mai dello scorrere del tempo, coniugandosi con la sapiente osservazione dei segni della fugacità esistenziale.

Biografia

Alfa Castaldi nasce a Milano nel 1926. Gli anni ’40 rappresentano il periodo della sua formazione: consegue la maturità al liceo classico Berchet di Milano e compie studi universitari, senza laurearsi, presso la facoltà di architettura, sempre a Milano. Decide poi di trasferirsi a Firenze dove frequenta la facoltà di lettere e filosofia, diventando allievo dello storico dell’arte Roberto Longhi.
Gli anni ’50 sono quelli delle frequentazioni del Bar Jamaica, l’ambiente intellettuale e artistico per antonomasia del quartiere di Brera, dove comincia a svilupparsi il rinnovamento culturale della seconda metà del ‘900. Proprio in questi anni avviene l’incontro con la fotografia, di cui rimane folgorato: inizia, così, a dedicarsi ai reportages e a collaborare con L'Illustrazione Italiana, Settimo Giorno e Annabella, pubblicando servizi sulla vita sociale milanese e sui personaggi della cultura e del cinema. Sulle medesime riviste appaiono anche reportage sul sud italiano, l'Europa del nord, la Francia e l’Inghilterra.
Nel 1958 l’incontro con la donna che diventerà, oltre che musa ispiratrice, compagna di vita: Anna Piaggi. Un legame che rafforza ulteriormente il suo eclettismo e lo avvicina al mondo della moda. negli anni ’60 collabora con le riviste Arianna, Linea Italiana e Novità anche dopo la sua trasformazione in Vogue Italia nel 1966. Un culto per il costume che lo porta ad ampliare la sua collaborazione con Vogue Italia: servizi, campagne pubblicitarie e gli appunti fotografici della rubrica intitolata "Box", l'antesignana di "D.P." – le doppie pagine di Anna Piaggi per Vogue – collage creativi, realizzate accostando frammenti di carta, tessuti e fotografie di oggetti scattate da Castaldi. Contemporaneamente, apre il proprio studio a Milano.
Negli anni ’70, pubblica l’immagine degli hot pants di Krizia, scelta come copertina per il catalogo della retrospettiva "Krizia, una storia" (1995).
Le sue collaborazioni si infittiscono sempre di più: L'Uomo Vogue, Vanity, Vogue Bambini, Vogue Sposa, Amica, Panorama e L'Espresso. Un impegno che non gli proibisce, però, di pubblicare libri come "I mass-moda: Fatti e personaggi dell'Italian look" (1979), con testo di Adriana Mulassano e prefazione di Anna Piaggi, e "L'Italia della moda" (1984), con testo di Silvia Giacomoni.
Negli anni ’80, il suo lavoro per Vogue è esposto a Milano con l’esposizione “20 anni di Vogue Italia 1964-1984”. Nel 1994, L'Associazione fotografi italiani professionisti gli assegna il premio per la ricerca e gli dedica il libro "Per la fotografia di ricerca: Premio AFIP/ADCL 1996”. Queste le motivazioni: "Attraverso un lungo percorso fotografico, Alfa Castaldi diventò una figura chiave della fotografia italiana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, restandone al tempo stesso un consapevole outsider”. Nel 1995 muore a Milano. Tra le sue grandi qualità ricordiamo lo spirito libero e intellettuale delle origini, un’istintiva curiosità per l’immagine, sense of humour e un grande piacere personale per la fotografia di ricerca. La storia della fotografia di moda si era aggiunta, nel corso della sua carriera ai molteplici interessi culturali e negli ultimi anni era diventata per lui materia di insegnamento. Rivisitando le immagini dei grandi protagonisti della fotografia di moda, Alfa sapeva trasmettere ai suoi allievi un patrimonio di conoscenza, di esperienza personale e di gusto per l’immagine. Le sue analisi critiche e la sua profonda cultura fotografica sono state, per i suoi giovani allievi, altrettanti stimoli a portare avanti nuovi messaggi creativi”.
Il suo archivio è raccolto e conservato dal figlio Paolo presso la Blue Box di Certaldo, in provincia di Firenze. Le immagini, consultabili all’indirizzo www.alfacastaldi.com, sono una selezione dalle circa 12.000 immagini archiviate negli ultimi anni.


Alfa Castaldi
fino al 30 marzo 2013
martedì, venerdì, sabato e domenica, ore 10.30 – 19.30
mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00
lunedì, ore 15.30 – 19.30

Galleria Carla Sozzani
Corso Como 10 – 20154 Milano, Italia
tel. +39 02.653531 - fax +39 02.29004080 - press@galleriacarlasozzani.org

martedì 11 dicembre 2012

PEOPLE_Ken Scott e la moda del colore


















Ken Scott: stilista ma soprattutto inventore di un mondo fatto di fiori spettacolari, intrecci vegetali, animal print e frutti esotici. Un mix di fantasie volte a rappresentare la variegata realtà che ci circonda e da cui lo stilista ha sempre tratto ispirazione per le sue creazioni. George Kenneth Scott, in arte Ken Scott, è sicuramente portavoce di una moda semplice ed essenziale nelle forme ma estremamente raffinata nelle stampe e nei colori, veri elementi strutturanti su cui si fonda la sua visione stilistica. Americano dell’Indiana, nasce a Forth Wayne da padre fotografo. A diciott’anni, complice una spiccata passione per la pittura, s’iscrive dapprima alla Parsons School of Design di New York e, subito dopo, alla selettiva Moses Soyer. Ben resto, frequenta atelier del calibro di quello di William Hayter dove incontra artisti noti come Matta e Chagall, destinati a rimanere gli amici di sempre. È il momento in cui ha occasione di conoscere anche Peggy Guggenheim, la nota collezionista d’arte che nel 1944 organizzerà appositamente per lui una personale di pittura. Nel 1946 si stabilisce definitivamente in Europa e per la precisione in Francia. Agli inizi conduce una vita bohémienne tra Parigi ed Eze, località sulla Costa Azzurra dove affitta una casa che per tutta la vita sarà il suo rifugio. Qui esordisce nel textile design insieme a Joe Martin, realizzando pattern floreali per i più noti produttori tessili francesi. È suo il bozzetto conosciuto come Rose à longue tige stampato da Abraham e scelto da Christian Dior per la sua collezione d’alta moda primavera-estate del 1954. Un vero successo che lo spinge a tentare nuove imprese e a porsi su nuovi mercati. Dopo aver viaggiato per tutta l’Italia, nel 1955 approda a Milano e apre uno studio in via Sant’Andrea: qui fonda con Vittorio Fiorazzo il marchio Falconetto, azienda specializzata nel tessile stampato per arredamento. La produzione di tessuti firmati dall’artista rivoluziona subito il gusto di un’epoca che concepiva, sia per la moda che per il design, stoffe non troppo distanti dalle classiche tinte unite con sfumature smorzate. Oltre la particolarità dei disegni floreali stilizzati, quello che stupisce di più sarà l’utilizzo di colori accesi e solari, insieme all’imprevedibilità dei loro accostamenti. Presto le sue fantasie vengono adottate da molti nomi della moda italiana come Veneziani, Biki, De Barentzen e da alcune griffe di lusso della Milano degli anni ’50. È così che esplode il fenomeno Ken Scott, che, con una visione pionieristica, è il primo a stampare motivi floreali su lana per abbigliamento. Dalle collezioni di tessuti a quelle di foulard e sciarpe – e più in generale di abbigliamento – il passo è breve. Dal 1962, infatti, inizia a firmare linee di abiti e accessori a suo nome. Via Verri, via del Gesù, via Bagutta, il laboratorio in via Cadolini fino allo show room in via Corridoni, aperto su di una grande terrazza fiorita, sono le tappe significative delle sedi milanesi e della sua evoluzione creativa. Dalie, ortensie, drappi di shantung di seta, twill, crêpe e taffetà caratterizzano le sue prime sfilate: ma saranno le fibre innovative quali il jersey Ban Lon e il Qiana Dupont che lo renderanno celebre come lo stilista della modernità e del colore. Anche le ovattate atmosfere degli anni ’60 della mitica Sala Bianca di Palazzo Pitti saranno rivoluzionate dalla sua presenza colorata, attorniata da modelle con vestiti-fiore elastici e indeformabili dalle tonalità più azzardate.
Promotore di passerelle-spettacolo nei luoghi più insoliti, dal tendone di un circo sull’Appia Antica alle movimentate strade cittadine, provoca scalpore facendo danzare le sue indossatrici a tempo di musica beat. Per le sue performance disegna meticolosamente anche tutti gli accessori: dalle scarpe al cappello, dalle borse ai bijoux fino agli occhiali, per dar vita a quel concetto di stile, firmato Ken Scott, che permea ogni dettaglio, fenomeno antesignano del contemporaneo total look.
Negli anni ’70 propone, con grande seguito di pubblico, deliziosi chemisier di maglia fantasia in cotone o lana con bottoni siglati dalle sue iniziali oppure abiti da sera-sottoveste e beach-jamas con pantaloni a vita bassa dalla chiara eco gitana. In quegli anni, vano è ogni tentativo d’imitazione della sua rigogliosa e variopinta tavolozza: le composizioni Ken Scott hanno un carattere tutto particolare, non riproducibile soltanto per mezzo di un azzardato accostamento cromatico. Colore sì, ma che attiene a una precisa visione di vita da cui ne scaturisce una determinata interpretazione. Il suo stile rimane inimitabile anche grazie all’utilizzo di una tecnica di stampa a dodici colori, molto più complessa rispetto a quella usata comunemente dagli imprenditori tessili e dagli stampatori dell’epoca, che prevedeva un massimo di sei passaggi di colore. Anche i suoi inviti, le brochure, i comunicati stampa, i manifesti e le foto pubblicitarie documentano una fantasia sfrenata, quintessenza di luoghi, tempi, emozioni e suggestioni. Spettacolari i suoi defilé: nel 1968, nei panni di un domatore, fa muovere le sue modelle come felini, avvolte in cappe, tute, maxi abiti zebrati e leopardati; mentre nel 1972, al Piper, mostra la celebre collezione Findus, che inaugura sulla scena della moda italiana il filone dell’arte figurativa pop. Angurie, zucchine, uova fritte, cosce di pollo, asparagi e fragole trionfano su abiti da giorno e da sera realizzati nei materiali più eclettici, tra cui spicca il Bandura, un crespo di nylon prodotto dalla Bancroft. Sono gli anni in cui inaugura sempre a Milano, in via Corridoni, il suo ristorante Eat and Drink, in cui i richiami di un certo surrealismo si concretizzano con collane di pasta, fantasie tessili riproducenti salami o salsicce e bottoni in porcellana a forma di piatto ricolmo di spaghetti. Attraverso le collezioni Amanti (1967), Circo (1968), Gipsy Caravan (1969), Sport (1969), la prima sfilata dedicata alla moda maschile (1970), per giungere all’unisex (1970) e alla Kimonomania (1971-1972), conquistando nel 1968 anche un Oscar della Moda, Ken Scott attraversa la storia del costume internazionale con il piglio di un adorabile enfant terrible, determinato come pochi a trasformare le donne in giardini assolati e la moda in un coloratissimo gioco.