giovedì 4 settembre 2014

STYLE_Barbanera Shoes: scarpe a regola d’arte


Alla base della concezione della scarpa vi è una filosofia che la colloca oltre il semplice mondo della moda, identificandola come qualcosa di ben diverso da un semplice accessorio. La scarpa comunica. Dice chi sei. A lei il compito di trasmettere l’impressione che un uomo ha e dà di sé. A lei, inoltre, il plauso o il gravoso compito, a seconda dei punti di vista, di validare e autenticare una mise, piuttosto che di declassarla a giudizi inqualificabili.
La scarpa, forse più di qualsiasi altro dettaglio, denota lo stile di una persona e quindi il senso del gusto, del bello e del ben vestire. Doti che esulano dalle tendenze fini a se stesse così come dall’universo di griffe e marchi. È qualcosa che si possiede e brilla di luce propria, conferendo alla persona un’impronta unica e speciale.
Sulla base di queste considerazioni nel 2011 prende vita il progetto Barbanera. A firmarlo e portarlo avanti, due coppie di fratelli, provenienti da settori diversi - uno dal campo della pubblicità e del lusso, un musicista rock e due imprenditori di generazioni differenti -, accomunate dalla passione per le scarpe artigianali e animate dalla convinzione – nonché dalla volontà - di affermare che lo stile è qualcosa che si riconosce solo quando lo si vede. A dare il nome al progetto, il famigerato pirata Barbanera, eroe romantico e seduttore, sintesi emblematica dello spirito di un brand che si rivolge a un uomo al di fuori delle mode e delle tendenze.
Che si tratti di calzature dandy o rispondenti a canoni più classici, in ogni caso partono da una sperimentazione scrupolosa, focalizzata sul sapiente utilizzo dei colori e la ricerca meticolosa dei materiali. Artigianalità e savoir-faire fanno il resto, conferendo alle creazioni Barbanera un’allure magica e ineguagliabile.
La produzione, interamente realizzata a mano, viene effettuata nel cuore della campagna toscana, dove regna sovrana la tradizione manifatturiera italiana. Piccoli articoli di lusso ottenuti grazie alla lavorazione Goodyear, brevettata nel 1839 da Charles Goodyear, l’inventore della scarpa “inglese”. Durante una prima fase la tomaia viene tirata e fissata manualmente alla forma in modo da ottenere la sagoma. Successivamente, il guardolo, costituito dalla fascia di cuoio che scorre lungo la scarpa, viene intrecciato con ago e filo alla tomaia stessa, alla fodera e al sottopiede in cuoio. Nel vuoto creatosi tra il sottopiede e la suola in cuoio viene inserito del sughero naturale così da ottenere un unico corpo accuratamente legato. Questa particolare tecnica di lavorazione richiede tempo e abilità manuale in quanto l’artigiano deve legare a mano ogni componente, passando da parte a parte lo spago. Culto del dettaglio, accuratezza delle diverse procedure e abilità manuale sono le caratteristiche fondamentali con le quali arrivare ad ottenere calzature uniche, vere e proprie cifre stilistiche di un codice vestimentario raffinato e sofisticato. A validazione di tutto ciò, i pellami utilizzati, forniti da una delle più prestigiose concerie presenti in Italia. La personalizzazione, infine, è l’elemento che fa la differenza, rendendo ancora più uniche le calzature Barbanera e conferendo quel senso di tailor made tanto prezioso quanto inimitabile.

Le ispirazioni arrivano da jazzisti come Chet Baker e Miles Davis, artisti del calibro di John Ruskin, scrittori come Ernest Hemingway e Joris Karl Huysmans. E poi musici, artisti ed esteti da cui le scarpe Barbanera prendono il nome. Per un mood bohemien, a tratti aggressivo. Per un’eleganza senza tempo, il cui vero lusso è dato dalla storia del prodotto, dal grande lavoro che c’è dietro e dalla grande qualità dei materiali.

martedì 2 settembre 2014

STYLE_I pezzi culto di Yves Saint Laurent








Yves Saint Laurent, giovanissimo erede di Monsieur Christian Dior nell’interpretazione più fedele del concetto di alta moda e, in seguito, pioniere del fenomeno del prêt-à-porter, nell’intento, azzeccato, di mettere a disposizione abiti belli e di stile per i giovani, ha dato vita prima ancora che a una grande maison, emblema universale di raffinatezza ed eleganza, a uno stile inconfondibile, caratterizzato dalla resa femminile di numerosi pezzi del guardaroba maschile nonché da alcuni capi iconici che hanno proiettato il suo mito ai giorni nostri e ben oltre.
Pensando al suo ineguagliabile lavoro di stilista, subito il ricordo corre allo smoking, primo elemento del guardaroba maschile a essere declinato nella versione femminile, segnando un punto di svolta epocale nella storia della moda. E proprio questa commistione di generi sarà la cifra stilistica della sua vena creativa. Una commistione che guarderà alla moda come forma d’arte tout court, contemplandone gli aspetti multiformi, atti a premiare le forme di contatto con le molteplici espressioni figurative.
Il tracciato artistico di Yves Saint Laurent sarà segnato da alcuni capi che ritorneranno in ogni sua collezione e attorno ai quali svilupperà la sua intera vena creativa. Oggi come allora, figurarseli significa identificare la sua cifra, assaporando una raffinatezza caratterizzata per compostezza delle linee, equilibrio dei volumi e cura dei dettagli.

La robe Mondrian
Presentato per il defilé autunno-inverno 1965 e in rottura rispetto alle altre maisons che erano ancora solite creare modelli che esaltassero la silhouette, per realizzare quest’abito dritto a forma trapezoidale Yves Saint Laurent si è ispirato all’opera di Mondrian. Una collezione audace, che fondava il suo essere sull’utilizzo del colore. Un colore forte e deciso, declinato nelle cromie primarie di rosso, giallo, blu, combinate con il bianco e il nero. Fu un successo elogiato dalla stampa americana, che gli valse il soprannome di “Roi de Paris”.
Alla base, la contaminazione tra arte e moda: Yves Saint Laurent, infatti, fu un gran collezionista e mecenate, appassionato di opera e teatro. Una vocazione grazie alla quale le ispirazioni si moltiplicarono all’infinito, fino ad arrivare a plasmare le creazioni con tratti unici e inconfondibili. E l’arte molte altre volte confluirà nella sua moda: nel 1980, infatti, sarà la volta di Matisse e di una collezione che ne evocherà le tele cangianti; mentre, nel 1988, di Picasso. Con lo spiccato intento, come ribadì più volte a gran voce Yves Saint Laurent, non tanto di misurarsi ai grandi maestri, quanto, piuttosto, di approcciarli, avvicinarsi il più possibile al loro estro e trarne dei preziosi insegnamenti.

Lo smoking
Da quando, nel 1966, sdoganò lo smoking maschile nel guardaroba femminile, adattandolo alla silhouette sinuosa delle donne, Yves Saint Laurent è entrato di diritto nell’olimpo dei divini. A lui il plauso di aver legittimato una commistione di generi intrapresa già anni prima da Mademoiselle Chanel ma in modo diverso: un capo sino ad allora prettamente maschile, assume un’audacia nuova e inimmaginabile. Nella sua serietà formale, nel suo rigore e nella sua compostezza, diviene uno dei capi che meglio esaltano la femminilità, sprigionando sensualità e intrigo.
Un capo che diviene icona di uno stile, ma, ancora di più, di una tendenza in atto proprio in quegli anni: lo smoking, infatti, rifletterà l’emancipazione femminile degli anni ’70. Come dirà lo stesso Yves Saint Laurent, “…ho sempre voluto mettermi al servizio delle donne. Ho voluto accompagnarle in questo grande movimento di liberazione…”. E la creazione del primo smoking è l’emblema di tutto ciò, il capo che forse più di ogni altro racchiude lo spirito della sua creatività, al punto di divenire uno dei momenti più significativi e uno degli elementi inconfondibili della sua carriera.

L’abito di ispirazione africana
Bisogna correre alla collezione primavera-estate 1967. Yves Saint Laurent crea modelli ispirati all’Africa, in cui confluiscono luoghi, tempi, colori e visioni lontani. Un invito all’evasione; un viaggio in un luogo incantato; un’esplorazione magica nei confini dell’inconnu, facendosi rapire dal mal d’Africa, che spinge a tornare e ritornare in questi posti unici. Yves Saint Laurent utilizza materiali nuovi per la moda come perle di legno, rafia, conchiglie, divenendo precursore della moda etnica più volte citata nelle moderne evoluzioni del costume.

La sahariana
Presentata per la prima volta nel 1968, questo capo rappresenta in un certo qual modo la logica conseguenza della collezione di ispirazione africana dell’anno precedente. Diverrà un modello feticcio dello stile Yves Saint Laurent, che amerà proporla in tutte le sue collezioni future, declinandola di volta in volta vuoi per i volumi, vuoi per i materiali, vuoi per il taglio. Nato a Oran, in Algeria, lo stilista ha sempre guardato con una particolare affezione all’Africa e a tutto ciò che ne discende in fatto di stile, tradizioni e storia. La sahariana si colloca perfettamente lungo questa visione, autenticando lo spirito di Yves Saint Laurent: combinare i generi così come passato e futuro o, ancora, tempi e luoghi.

Il tailleur pantalone

Nell’ottica di contaminare il guardaroba femminile con capi maschili, Yves Saint Laurent recupera il tailleur pantalone, fino ad allora capo esclusivo di dandy e gentlemen, e lo plasma sulla silhouette delle donne, eguagliando i due generi e ponendoli sul medesimo livello sociale. “Se Mademoiselle Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha donato il potere” ama affermare Pierre Bergé, compagno di vita e di lavoro del couturier. Un potere sempre più spiccato e vocato ad affermare l’indipendenza femminile: un messaggio forte, di rottura e non più inascoltabile, che ha segnato inequivocabilmente gli anni ’70. 

E se è vero che la moda rappresenta e testimonia le evoluzioni sociali, cosa meglio della sahariana, dello smoking, del tailleur pantalone, ossia della resa femminile di capi prima di prerogativa maschile, simboleggiano un cambiamento etico e culturale così significativo?

lunedì 1 settembre 2014

ABOUT_Diana Vreeland Parfums




Diana Vreeland: icona di femminilità, giornalista, imperatrice della moda. Una personalità unica nel suo genere, che ha dettato le regole dello stile e dell’eleganza, del buon gusto e del vestir bene, rivoluzionando le pagine del costume internazionale e consacrandosi nell’olimpo delle persone indimenticabili.
Nei trentacinque anni in cui è stata prima Fashion Editor di Harper’s Bazaar US e poi direttore di Vogue US, Diana Vreeland è riuscita a cambiare le regole del mondo della moda. Nel 1971 ha istituito il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, ha ridefinito l’importanza della moda nella storia del costume e per prima ha introdotto la couture contemporanea in ambito museale.
A lei è ora dedicata la collezione di fragranze Diana Vreeland Parfums concepita da un’idea di Alexander Vreeland, nipote di Diana, e nate dalla ricerca dei laboratori francesi di Iff, leader mondiale nei profumi.
Cinque essenze che ne incarnano la poliedrica personalità: teatrale, colorata, positiva, sagace e ironica. Cinque essenze che già nel nome ne evocano lo spirito, rifacendosi alle sue citazioni originali: Extravagance Russe, un generoso aroma di resine e ambra; Absolute Vital, una lussuosa nota di sandalo e rosa; Perfectly Marvelous, mix ponderato di gelsomino e cashmeran; Outrageously Divine, bouquet di cassis, patchouli e rosa; Simply Divine, tripudio di fiore di tuberosa.
A Fabien Baron, fondatore di Baron & Baron, invece, il compito di creare il flacone di vetro con lo stesso tono di rosso amato da Diana Vreeland. Quasi a non tradire la sua abitudine ad esagerare tutte le proporzioni, in un concertato rimando di visioni e ricordi, il tappo del flacone di vetro è stato sovradimensionato, ma nel rispetto di un’eleganza tipica degli anni ‘20.

La collezione Diana Vreeland Parfums sarà presentata in anteprima da 10 Corso Como giovedì 4 settembre dalle 18.00 alle 21.00 alla presenza di Alexander Vreeland. Per l’occasione, alle 18.00 e alle 19.30 verrà proiettato il film “Diana Vreeland: The Eye Has to Travel”, di Lisa Immordino Vreeland (82’, USA, 2011). Le proiezioni proseguono tutti i giorni fino a domenica 7 settembre alle 18.00.

venerdì 1 agosto 2014

LEISURE_Abiti e gioielli a Palazzo Pitti


Pitti Uomo 86: sfilate, ma non solo. Hanno troneggiato, infatti, opening, special event, inaugurazioni di mostre. Tra queste svetta “90 Years of Excellence and Passion”, esposizione di gioielli realizzata in occasione dei novant’anni di attività di Damiani, l’unica azienda del settore, tra quelle note a livello internazionale, ancora in mano alla famiglia del fondatore. A fare da scenario, la sontuosa sala del Fiorino di di Palazzo Pitti, antica reggia granducale. Fino al 7 settembre prossimo sarà possibile ammirare una selezione di oggetti di alta gioielleria: oltre ai 18 pezzi che nel corso degli anni hanno vinto il Diamonds International Award, considerato l’oscar del gioiello, vi sono una decina di gioielli storici, scelti tra i tanti che sono stati prodotti, rappresentativi di ogni decennio di attività.
Da Charleston degli anni ‘20, nel quale il clima d’epoca è sottolineato da una leggera piuma accessoria, a Cascade, nel quale la linearità della struttura e l’alternanza dei diamanti bianchi e neri lo avvicina al modernismo tipico degli anno ‘30. Un decennio difficile come quello degli anni ‘40 è rappresentato da Legend, un gioiello nel quale la sagoma corposa si avvicina a quella della ruota elemento meccanicistico per eccellenza legato ai temi del lavoro.
Tassel, tipico gioiello anni ‘50, si caratterizza per la sua morbidezza che quasi riprende le forme della passamaneria. Optical, come il nome suggerisce, è la realizzazione che identifica gli anni ’60; mentre per i ‘70, con una chiara allusione ai "figli dei fiori”, viene proposto Bloom. L’opulenza del decennio successivo porta Damiani a realizzare Tribute, un bracciale bombato nel quale sono inserite anche pietre semipreziose. Con gli anni ‘90 viene introdotta la perla in varie nuances e infatti viene presentato Moonshine, mentre il nuovo secolo è rappresentato da D.Side che trae ispirazione dalla collezione che Silvia Damiani ha realizzato in collaborazione con Brad Pitt. Infine Diamantissima, un gioiello double face del 2010 in cui da un lato compaiono diamanti neri e dall’altra quelli bianchi. Dieci "capolavori” dell’arte orafa che sottolineano oltre alla creatività italiana anche l’artigianalità e il "saper fare” che Damiani ha esportato nel mondo.
Tra i gioielli esposti anche Chakra, un prezioso colier in diamanti e oro bianco che la famiglia Damiani donerà al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, arricchendo e attualizzando la collezione che fu dei Medici.

Contemporaneamente sempre a Palazzo Pitti, a evocazione delle contaminazioni tra moda, stile, cultura e storia, alla galleria del Costume, rimarrà aperta fino ad agosto l’esposizione “Il manto di corte di Donna Franca Florio”. L’imponente capo, recentemente restaurato, fu realizzato nel 1902 da una maison parigina, presumibilmente dalla Maison Worth, quando Franca Florio divenne dama di corte della regina Elena. Il manto, in raso di seta avorio damascato e guarnito da ricamo con canutiglia e paillettes e strass, è posto scenograficamente su una scala ed evidenzia la finezza e la sontuosità della realizzazione. Figura protagonista della vita elegante e mondana dell’Ottocento e del Novecento, è attualmente rappresentata nella selezione espositiva biennale “Donne protagoniste nel Novecento,” attraverso due splendidi suoi capi: un ulteriore manto di corte in velluto blu guarnito da cordoncino dorato con nodi Savoia e l’abito in velluto nero con cui la ritrasse il Boldini.
 Affiancano in mostra l’opera, due splendidi abiti da gran sera entrambi usciti dalla Maison Worth di Parigi, uno dei quali presenta molta affinità con il manto. Ciascuno dei tre capi ha richiesto una diversa tipologia di procedimento di restauro; il manto e l’abito in raso, si presentavano danneggiati a causa dell’intervento di carica della seta che con il tempo prosciuga le fibre e su cui si è intervenuti, in parte come nel manto, procedendo ad ago, mentre si è cercato di riattivare vecchie adesivazioni che interessavano l’abito. Il terzo capo in tulle ricamato ad applicazione di perline in vetro soffiato, è stato in passato consolidato ad ago, fissando il tulle originale entro due strati a sandwich di tulle moderno.