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lunedì 18 luglio 2016

ABOUT_La Bellezza



Per Oscar Wilde “La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio! Essa è uno dei grandi fatti del mondo. Non può essere interrogata: regna per diritto divino”. Seneca affermava già all’epoca che “Una donna bella non è colei di cui si lodano le gambe, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti.” Si può parlare quindi di bellezza come di un fatto divinamente eccelso, che non va indagato perché così è: non vi sono spiegazioni, né possibili tentativi di emulazione. Esiste e basta. Come valida alleata: la volontà divina. Un divino che ritorna anche in Jean Anouilh, secondo il quale “La bellezza è una di quelle rare cose che non portano a dubitare di Dio”, e in Robert Browning “Se hai bellezza e nient’altro, hai più o meno la miglior cosa inventata da Dio”. Prova pertanto tangibile del creato e del bene destinato all’umanità. Almeno in certi casi. E d’altronde anche nelle fiabe il bello è un concetto associato a un’idea di benevolenza, tipica di fate, principesse e dame dell’amor cortese; al contrario la bruttezza evoca malignità e odio, caratterizzando lo spirito e l’immagine di streghe, matrigne e meduse infernali. In questo senso Immanuel Kant docet “Il bello è simbolo del bene morale”. Un bello associato al bene tanto che secondo Dostoevskij “Non la forza, ma la bellezza, quella vera, salverà il mondo”.
Un concetto che, nonostante caricato spesso di valenze meramente estetiche, trasuda un’intrinseca connotazione etica e filosofica e accompagna la civiltà da secoli, tanto da disturbare il sommo Seneca che, lungimirante, poneva l’attenzione sull’importanza della proporzione delle parti. Bellezza come parte del tutto quindi. Pervade la persona che la possiede, evolve da essa, fino a involvere colui che la ammira. Strettamente legata a questa definizione si pone l’interpretazione secondo la quale la bellezza va oltre la semplice immagine e comprende ben altro - stile, portamento e movenze in primis. Christian Dior affermava “Il segreto della bellezza consiste nell’essere interessante. Nessun tipo di bellezza può essere attraente se non è interessante”. Un interessante che può scaturire da diversi fattori e che denota la nobiltà del concetto di bellezza, vittima solo negli ultimi tempi di una mercificazione ad aspetti tanto banali quanto volgari. Sulla stessa lunghezza d’onda Omero che associava la bellezza alla grazia - “La bellezza senza la grazia è un amo senza l’esca” - ponendo forse l’accento ancora su un aspetto per così dire divinatorio. Ma anche bellezza come Estetica intesa nel senso più puro del termine, come fattore capace di suscitare felicità, o addirittura come la manifestazione tangibile di quest’ultima. Ecco quindi Charles Baudelaire, le poète maudit, affermare che “Ci sono tanti tipi di bellezza quanti sono i modi abituali di cercare la felicità”, o ancora Stendhal “La bellezza non è che una promessa di felicità” e sulla scia di questa affermazione Marcel Proust “E’ stato detto che la bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza” . Felicità e bellezza quindi legate in maniera indissolubile; addirittura l’una la causa dell’altra e viceversa. Ma nonostante induca la felicità, essa ha un volto velato di malinconia e mestizia, sublimi e raffinate espressioni di una qualità così divina ed irrinunciabile. “Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore” affermava Baudelaire, e più ancora Benedetto Croce, che ne tracciava i reali connotati: “Un velo di mestizia par che avvolga la Bellezza, e non è velo, ma il volto stesso della Bellezza”. Un dolore forse legato alle difficoltà implicate nel suo raggiungimento dapprima e nel suo mantenimento poi, se si vuole evitare di ricorrere a metodi ispirati a Dorian Gray. Hermann Hesse forse più di tutti esprimeva il senso di una tale malinconia “La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare”. Un’infelicità propria quindi che determina una felicità altrui: una sorta di felicità riflessa. E così si scopre l’inclinazione altruista della bellezza, con buona pace di quanti invece la tacciano di egocentrismo e cinismo.
Imperfezione per Marilyn Monroe, splendore del vero per Platone, ornamento della virtù per Leonardo, la bellezza ha sempre regnato sovrana nelle menti della civiltà, suscitando dibattiti e riflessioni. Nelle menti così come nell’anima e nella soggettività di ciascuno di noi: per Kahlil Gibran  “La bellezza delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma in realtà, magia e bellezza sono in noi”, mentre per David Hume “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”. Per un’interiorità chiamata ad interpretare l’esteriorità, coniugando l’individuale con l’universale, in una resa armonica degli estremi che perdono il loro carattere di opposti a favore di una melodia di fondo. E se il genio stilistico Alexander McQueen la trovava nel grottesco, per Franz Kafka diveniva addirittura elisir di lunga vita “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio”. Dello stesso avviso Oscar Wilde per il quale la tirannia del tempo si fermava di fronte la bellezza, per cui “Ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed è un possesso per tutta l’eternità”.
Bellezza quindi come divinità, bene morale, felicità per sé e per gli altri; tanto interessante quanto soggetta alle personali inclinazioni, quanto immortale nel tempo. Tanto immortale da aver attraversato nella sua longevità la storia della civiltà ed aver indotto un celebre dandy a scendere a patti col diavolo. Adesso tocca a noi! Cercando di capire nel frattempo se belli si nasce o si diventa. Senza dimenticare che, in ogni caso, se di bellezza si tratta, si intende una qualità talmente eterea da non poter conoscere la contaminazione di aspetti volgari tipicamente legati alla più banale umanità. 

martedì 4 dicembre 2012

PEOPLE_La Marchesa Luisa Casati: tra edonismo, culto estetico e lusso allo stato puro








Grande Eccentrica e icona d’eleganza, la marchesa Luisa Casati – nata floridamente borghese come Luisa Amman e ascesa al rango nobiliare per diritto matrimoniale - amava dire di sé “Voglio essere un’opera d’arte vivente”. Una dichiarazione d’intenti eco di un estetismo in puro stile Oscar Wilde, che vuole l’esistenza alla stessa stregua di un capolavoro, ma, al tempo stesso, avanguardia progenitrice di quello che sarà il divismo pop-mediatico di Andy Warhol. La marchesa, grazie alla sua bellezza per così dire antigioconda, diventa subito l’emblema di una femminilità fatale, imprevedibile e inquietante: alta, magrissima, col volto candido incorniciato da una cascata di riccioli rossi e dominato da predatori occhi verdi (sempre circondati dal nerofumo - antesignano del make-up smoky-eyes oggigiorno di moda -  e inondati dalla belladonna per renderli più profondi).
È la protagonista assoluta del primo trentennio del XX secolo: non solo per la mondanità, ma anche per l’effervescenza creativa che cristallizza attorno alle leggendarie proprietà, il Palazzo dei Leoni a Venezia, il Palais de Rose a Parigi, la villa San Michele a Capri, la casa avita ad Arcore. Feste ricchissime a cui partecipano artisti internazionali sono all’ordine del giorno: nel corso degli anni chiede a Boldini, Augustus John, Van Dongen, Brooks e Zuloaga di ritrarla; a Drian, Martini e Alastair di disegnarla; a Balla, Barjansky ed Epstein di scolpirla; a Beaton, de Meyer e Man Ray di fotografarla; a Bakst, Poiret, Fortuny ed Erté di vestirla con abiti-costumi improbabili.
Un gusto estremo ed esasperato per l’ego e per il capriccio, che nasconde però un’interiore dissonanza pallida, la stessa che aleggia sul suo volto e che la porta in più di un’occasione altrove, alla ricerca di una profonda conoscenza di se stessa. Nei luoghi – è stata una delle più grandi viaggiatrici dell’epoca, accompagnata dalla processione dei suoi inseparabili 50 bauli di leopardo e velluto nero, che l’anticipavano, annunciandola, in ogni dove – ma soprattutto nella ricerca di emozioni. La passione per la magia nera, le sedute spiritiche, i serpenti veri come bijoux, la riproduzione di se stessa in cera, indicano una personalità febbrile e autodistruttiva nella sua splendente decadenza. Unica persona in grado di stabilizzare il suo umore, Gabriele D’Annunzio, che la ribattezza Coré e la “inizia” al culto del senso dell’avanguardia: diviene così la musa dei futuristi, ammalia Diaghilev, commissiona musiche a Ravel.
Il suo mito si è spinto oltre la sua esistenza, ispirando personaggi cinematografici interpretati da Theda Bara, Ingrid Bergman, Valentina Cortese, Vivien Leigh. Nel 2008 John Galliano la celebra con la collezione Haute Couture primavera estate.
Muore a Londra nel 1957 in miseria ma non sola. E per non smentirsi sulla lapide della sua tomba trionfa una citazione dello shakespeariano Antonio e Cleopatra: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita”.
La sua vita è la metafora di un mondo che non esisterà mai più: quello del lusso estremo, unito allo sprezzo di ogni convenzione

mercoledì 24 ottobre 2012

LEISURE_8 Ties: la nuova frontiera della cravatta secondo Hermès








“Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita” affermava serafico Oscar Wilde. Accessorio ma soprattutto dettaglio di stile, la cravatta personalizza il look maschile, dicendo molto di chi la indossa. Un elemento immancabile in ogni guardaroba che si rispetti così come nella quotidianità degli abbinamenti. E se di stile girocollo si parla, non si può non citare una Maison che dell’eleganza morbida come la seta ha fatto la sua nota per eccellenza: Hermès. Il brand francese, infatti, oltre alla naturale vocazione per la pelle e il mondo della selleria, custodisce un’heritage produttiva e culturale per quanto concerne i foulard e le cravatte, dettagli di stile per ladies & gentlemen devoti al vestir bene. Un amore autentico che l’ha portato, nel 2009, a promuovere, scrivere e diffondere via web un ironico e provocatorio – ma in fondo serio e motivato – “manifesto per la liberazione della cravatta”. Con una serie di motti a effetto che sorridono maliziosamente a quelli ben più noti del Sessantotto, la Maison si è fatta portavoce di quest’accessorio e delle sue legittime rivendicazioni, dotandolo in un certo qual modo di personalità propria e affrancandone lo spirito (http://anitapezzotta.blogspot.it/2011/12/styleliberiamo-la-cravatta-parola-di.html).  
Una performance romanzata che ora si arricchisce di un nuovo compagno di ventura, volto a proporre una nuova frontiera della cravatta, in bilico tra tecnologia e arte. “8 Ties” è il nome del progetto di video art in mostra a Milano a Palazzo Morando fino al 28 ottobre 2012, realizzato a cura del digital artist Miguel Chevalier. Attraverso i suoi occhi – e grazie a una notevole impronta tecnologica – è stata creata un’opera sorprendente, costituita da due installazioni interattive in cui la cravatta Hermès trova una nuova modalità d’espressione, restando ovviamente inalterata nella sua più autentica ed elegante essenza.
Miguel Chevalier dal 1978 domina la scena d’avanguardia artistica, utilizzando il computer come principale strumento espressivo: una lungimiranza creativa che l’ha portato a essere pioniere dell’arte virtuale e digitale. La trama è costituita dai disegni di 8 cravatte Hermès che, unite alla sua poetica e virtuale realtà, rappresentano la nuova collezione di modelli in Heavy Twill. A corollario, le due installazioni che catturano e attraggono lo spettatore in un meraviglioso e incantato viaggio nell’universo setoso della Maison: la prima, una “wall projection” interattiva di realtà virtuale, è ispirata dall’opera dello stesso Chevalier “Binary Wave”, la seconda, un libro virtuale interattivo, è invece ripreso dal suo “Herbarius 2059”. Gli 8 motivi di cravatte si animano all’interno della prima, in una sorta di spettacolare esplosione cromatica, volta a enfatizzare l’eccellenza e la magia di simili creazioni e a coinvolgere il visitatore, il quale, con i suoi movimenti, dà il via alla speciale colonna sonora creata dal compositore Jacopo Baboni Schilingi. Un’esperienza multisensoriale che abbraccia e culla lo spettatore, rendendolo partecipe e protagonista al tempo stesso dell’universo Hermès, e culmina nel sorprendente libro magico, raccolta illustrata dei nuovi disegni delle cravatte, con tanto di testi metaforici scritti dal filosofo Christine Buci-Glucksmann.
Emozione e sensorialità a parte, Hermès 8 Ties nasce come una collezione pensata per il moderno business man, tanto che i disegni apparentemente classici o astratti come i pois, le righe o i quadretti, a uno sguardo più approfondito lasciano spazio alla loro vera origine: la chiavetta USB e i cavetti elettrici, che hanno ispirato ai graphic designer della Maison un’audace interpretazione della tradizione. Classicismo e avanguardia, quindi, si sposano in questi nuovi modelli, nel rispetto della più pura discrezione stilistica tanto cara a Hermès e avvalorata dalla piccola sorpresa, nascosta in un disegno posto sul retro. Colpo di scena, infine, per quanto riguarda il tessuto: le cravatte, infatti, sono realizzate in Heavy Twill, una nuova seta opaca dalla consistenza più corposa rispetto al consueto twill di seta della Maison.

“8 Ties”
Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, Milano
Fino al 28 ottobre 2012 Palazzo Morando
Ingresso libero

giovedì 15 marzo 2012

ABOUT_L'eleganza al maschile secondo Stefano Pilati



Talking about style and elegance…con un personaggio di tutto rispetto che di nome fa Stefano Pilati, fino all’altro ieri direttore creativo di Yves Saint Laurent, maison per antonomasia dello chic parisien. Origini italiane (per la precisione milanesi) che avvalorano il naturale aplomb e vengono alla ribalta nel momento in cui indaga tematiche à la page come lo stile e la moda, dispensando concentrati di verità, veri e propri formulari per l’uomo di oggi che desidera vestire bene e in armonia con la propria persona. Senza occuparci di quello che sarà il suo futuro stilistico, per Pilati la vera sconfitta dello stile risiede nell’ossessione della giovinezza: un tormento che accompagna i maschi contemporanei in un’estenuante corsa contro il tempo, alla ricerca di un ideale utopico di perfezione assolutista che in molti casi si scosta enormemente da aspetti per nulla irrilevanti come anagrafe e personalità. La formula dell’eterna giovinezza pare essere il vero oggetto del desiderio: sembrare giovani ad ogni costo e contro ogni cosa, come se fosse la soluzione ottimale a tutte le possibili questioni di stile. Ma il tempo è tiranno e nella sua fuga non risparmia nessuno. E se è vero che di domani non v’è certezza, perché non rassegnarsi allo scorrere inesorabile delle stagioni della vita, accettando le metamorfosi conseguenti e vivendo il bello di ogni età? No. Si preferisce inseguire una meta inarrivabile, ridicolizzandosi il più delle volte in abiti very young per essere indossati da persone ormai senior: ogni età ha il suo vestito e come tale va rispettata. Dorian Gray - l’antesignano letterario per eccellenza dell’eterna giovinezza - insegna che alla fine dei conti la felicità non risiede nella lotta estenuante contro il tempo, bensì nella conquista di un’equilibrata serenità con cui vivere tutte le fasi della vita, ad appannaggio della quale non esiste alcun patto col diavolo. La giovinezza va vissuta semplicemente come un periodo della nostra esistenza, intenso e fugace: dovrebbe essere interpretata in modo libero e spensierato, portandola con sé come un ricordo piacevole da rispolverare ogni tanto. L’età evolve e con essa lo stile, in un modo quasi armonico: perché opporsi a una simile evoluzione naturale?
Questo quanto pensa Pilati e quanto si può ritrovare nella sua moda, pensata e creata per l’uomo di oggi. L’eleganza, pur non prescindendo dalla contraddizione, rimane una caratteristica essenziale delle sue linee e dei suoi tagli, che trovano validazione in uno chic contemporaneo e per nulla scontato. Educare e abituare al vestir bene si rivela sempre più un culto soprattutto in un’epoca come quella attuale in cui, per comodità o scarsa dedizione, rimane relegato a un’insana impopolarità. Essere eleganti non è sinonimo di rigidità: al contrario evoca leggerezza e personalità, sposandosi con il proprio io in un gioco di armonie celate. L’eleganza è cultura: della moda ma non solo. È un linguaggio che va esplorato con consapevolezza, senza tralasciarne alcun dettaglio. È un’espressione che coinvolge tutta la persona ma che non va forzata, in virtù di una naturale spontaneità. La stessa che appare nel momento in cui ci presentiamo agli altri: costruire e simulare l’immagine di qualcuno che non si è non ha senso e soprattutto appare privo di fondamento. L’eleganza va quindi associata alla libertà: di sensazioni, movimenti e tratti identitari. Una libertà disposta ad accettare con parsimonia una morigerata dose di trash, quello sano. Perché come era solita affermare la grande signora dello stile Diana Vreeland “l’eleganza è semplicità, con un tocco di cattivo gusto”.  

giovedì 22 dicembre 2011

STYLE_Liberiamo la cravatta! Parola di Hermès




Simbolo per antonomasia dell’eleganza maschile, fatta di quello splendido e luminoso tessuto qual è la seta, pronta ad adempiere il suo dovere stiloso cingendo colli si stima in ben 85 modi diversi, la cravatta deve le sue origini –almeno etimologiche – ai nostri cugini d’Oltralpe, i quali, a loro volta, si sono spinti fino all’anticamera dei Balcani e per la precisione in Croazia. Il termine cravatta, infatti, deriva dal francese cravate che a sua volta strizza l’occhio al croato hrvat che, senza bisogno di sforzi fantasiosi, significa per l’appunto croato. I cavalieri croati assoldati da Luigi XIV portavano infatti al collo una sciarpa, originariamente apostrofata come sciarpa croatta, abbreviata poi in croatta e quindi in quella giunta sino ai giorni nostri come cravatta. Vantando una confluenza culturale e storica non indifferente, si è imposta nel tempo come un accessorio quotidiano di un look maschile spesso sinonimo di businessman affermato piuttosto che di manager rampante dall’allure molto Wall Street, contaminandosi così di espliciti riferimenti sociali – alle volte classisti - ma pur riuscendo a mantenere inalterato il suo nobile spirito. Che sia in tinta unita, a righe (familiarmente nonché impropriamente nota come Regimental - appellativo appannaggio in verità di cravatte caratteristiche di uno specifico reggimento o club, tipico della tradizione anglosassone), a pois o in fantasia, la cravatta denota tutto il suo fascino per merito della preziosità del tessuto con cui è realizzata - nella maggior parte dei casi bellissime sete made in Como, ça va sans dire – nonché per il modo in cui è annodata: una vera e propria prova del nove che non poche volte mette in crisi uomini più o meno navigati. Il nodo, infatti, molto dice e del tessuto e quindi della sua tendenza o meno a seguire le pieghe, ma ancor più del gusto stesso della persona che la indossa, accennando o la naturale inclinazione al buon stile o la sforzata – e pertanto ostentata – ricerca di perfezione, che purtroppo altro non produce se non risultati in netta controtendenza rispetto a quelli sperati. E qui dottrina docet in fatto di nodi, svelando fenomeni di costume degni di nota nonché interventi di personalità di altissimo livello, celati spesso dietro nomi curiosi e implicanti una manualità sempre più abile nell’annodarla, con la seta che gira e rigira su se stessa, al ritmo delle note di un valzer di Strauss: Four-in-hand (ovvero il nodo semplice, diffusissimo oggi come allora, realizzato in quattro passaggi e derivante dall’omonimo club londinese del XIX secolo); Mezzo Windsor (sei passaggi, una versione meno corposa del Windsor); St. Andrew (sette passaggi, caratterizzato dalla particolare sporgenza della cravatta dal collo prima che ricada sul petto); Windsor (otto passaggi, assai popolare negli anni ’30 quando il duca di Windsor, per l’appunto, cominciò a prediligere nodi piuttosto voluminosi); Balthus (nove passaggi, a firma dell’omonimo pittore surrealista del ‘900). Da qui in poi un’immensa distesa di gestualità sempre più disinvolte che, con tanto di modelli matematici alla mano, sono state classificate in un totale di 85 possibili tecniche. Provare per credere verrebbe da dire. E se per Oscar Wilde “Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita” (giusto per riallacciarci all’importanza del nodo), nel non lontano 2009 la maison Hermès promuove, scrive e diffonde via web un ironico e provocatorio – ma in fondo serio e motivato – “manifesto per la liberazione della cravatta”. Con una serie di motti a effetto che sorridono maliziosamente a quelli ben più noti del Sessantotto, la maison si fa portavoce di questo accessorio e delle sue legittime rivendicazioni, dotandolo in un certo qual modo di personalità propria e affrancandone lo spirito. “A partire da oggi” – questo l’incipit del manifesto – “una cravatta è innanzitutto una cravatta”. E i suoi diritti, così come vengono elencati, sono: “1. Il diritto al paradosso; 2. Il diritto all’eccesso; 3. Il diritto di scegliere la propria larghezza; 4. Il diritto al cuoio; 5. Il diritto alle falde; 6. Il diritto di rimanere bambina; 7. Il diritto di non tener conto dei diritti precedenti; 8. Il diritto di cambiare idea”. Un inno alla vita e alla libertà per un accessorio così simile a un guinzaglio. Che elimini gli stereotipi più convenzionali che lo vogliono relegato a semplice corollario di un look un peau agé. Via libera dunque alla fantasia e alle interpretazioni, anche per arrivare a cambiare opinione o addirittura a negare tutto di tutto. Condizione imprescindibile, però, mantenere intatta la propria identità, valida legittimazione di tutti i diritti enunciati sopra e unico fondamento per liberare la propria personalità nel debutto col mondo. 

martedì 20 dicembre 2011

ABOUT_Che cosa è la Bellezza?



Per Oscar Wilde “La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio! Essa è uno dei grandi fatti del mondo. Non può essere interrogata: regna per diritto divino”. Seneca affermava già all’epoca che “Una donna bella non è colei di cui si lodano le gambe, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti.” Si può parlare quindi di bellezza come di un fatto divinamente eccelso, che non va indagato perché così è: non vi sono spiegazioni, né possibili tentativi di emulazione. Esiste e basta. Come valida alleata: la volontà divina. Un divino che ritorna anche in Jean Anouilh, secondo il quale “La bellezza è una di quelle rare cose che non portano a dubitare di Dio”, e in Robert Browning “Se hai bellezza e nient’altro, hai più o meno la miglior cosa inventata da Dio”. Prova pertanto tangibile del creato e del bene destinato all’umanità. Almeno in certi casi. E d’altronde anche nelle fiabe il bello è un concetto associato a un’idea di benevolenza, tipica di fate, principesse e dame dell’amor cortese; al contrario la bruttezza evoca malignità e odio, caratterizzando lo spirito e l’immagine di streghe, matrigne e meduse infernali. In questo senso Immanuel Kant docet “Il bello è simbolo del bene morale”. Un bello associato al bene tanto che secondo Dostoevskij “Non la forza, ma la bellezza, quella vera, salverà il mondo”.
Un concetto che, nonostante caricato spesso di valenze meramente estetiche, trasuda un’intrinseca connotazione etica e filosofica e accompagna la civiltà da secoli, tanto da disturbare il sommo Seneca che, lungimirante, poneva l’attenzione sull’importanza della proporzione delle parti. Bellezza come parte del tutto quindi. Pervade la persona che la possiede, evolve da essa, fino a involvere colui che la ammira. Strettamente legata a questa definizione si pone l’interpretazione secondo la quale la bellezza va oltre la semplice immagine e comprende ben altro - stile, portamento e movenze in primis. Christian Dior affermava “Il segreto della bellezza consiste nell’essere interessante. Nessun tipo di bellezza può essere attraente se non è interessante”. Un interessante che può scaturire da diversi fattori e che denota la nobiltà del concetto di bellezza, vittima solo negli ultimi tempi di una mercificazione ad aspetti tanto banali quanto volgari. Sulla stessa lunghezza d’onda Omero che associava la bellezza alla grazia - “La bellezza senza la grazia è un amo senza l’esca” - ponendo forse l’accento ancora su un aspetto per così dire divinatorio. Ma anche bellezza come Estetica intesa nel senso più puro del termine, come fattore capace di suscitare felicità, o addirittura come la manifestazione tangibile di quest’ultima. Ecco quindi Charles Baudelaire, le poète maudit, affermare che “Ci sono tanti tipi di bellezza quanti sono i modi abituali di cercare la felicità”, o ancora Stendhal “La bellezza non è che una promessa di felicità” e sulla scia di questa affermazione Marcel Proust “E’ stato detto che la bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza” . Felicità e bellezza quindi legate in maniera indissolubile; addirittura l’una la causa dell’altra e viceversa. Ma nonostante induca la felicità, essa ha un volto velato di malinconia e mestizia, sublimi e raffinate espressioni di una qualità così divina ed irrinunciabile. “Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore” affermava Baudelaire, e più ancora Benedetto Croce, che ne tracciava i reali connotati: “Un velo di mestizia par che avvolga la Bellezza, e non è velo, ma il volto stesso della Bellezza”. Un dolore forse legato alle difficoltà implicate al suo raggiungimento dapprima e al suo mantenimento poi, se si vuole evitare di ricorrere a metodi ispirati a Dorian Gray. Hermann Hesse forse più di tutti esprimeva il senso di una tale malinconia “La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare”. Un’infelicità propria quindi che determina una felicità altrui: una sorta di felicità riflessa. E così si scopre l’inclinazione altruista della bellezza, con buona pace di quanti invece la tacciano di egocentrismo e cinismo.
Imperfezione per Marilyn Monroe, splendore del vero per Platone, ornamento della virtù per Leonardo, la bellezza ha sempre regnato sovrana nelle menti della civiltà, suscitando dibattiti e riflessioni. Nelle menti così come nell’anima e nella soggettività di ciascuno di noi: per Kahlil Gibran  “La bellezza delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma in realtà, magia e bellezza sono in noi”, mentre per David Hume “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”. Per un’interiorità chiamata ad interpretare l’esteriorità, coniugando l’individuale con l’universale, in una resa armonica degli estremi che perdono il loro carattere di opposti a favore di una melodia di fondo. E se il genio stilistico Alexander McQueen la trovava nel grottesco, per Franz Kafka diveniva addirittura elisir di lunga vita “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio”. Dello stesso avviso Oscar Wilde per il quale la tirannia del tempo si fermava di fronte la bellezza, per cui “Ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed è un possesso per tutta l’eternità”.
Bellezza quindi come divinità, bene morale, felicità per sé e per gli altri; tanto interessante quanto soggetta alle personali inclinazioni, quanto immortale nel tempo. Tanto immortale da aver attraversato nella sua longevità la storia della civiltà ed aver indotto un celebre dandy a scendere a patti col diavolo. Adesso tocca a noi! Cercando di capire nel frattempo se belli si nasce o si diventa. Senza dimenticare che, in ogni caso, se di bellezza si tratta, si intende una qualità talmente eterea da non poter conoscere la contaminazione di aspetti volgari tipicamente legati alla più banale umanità.