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giovedì 17 maggio 2012

ABOUT_Appunti di stile e di vita firmati Gianfranco Ferré





Secondo appuntamento con gli appunti di stile e di vita firmati Gianfranco Ferré. Un viaggio sospeso tra moda e realtà, tra fantasia e verità ma sempre ancorato a valori vitali che hanno fatto dello stilista un uomo prima ancora che un artista.
Dall'importanza dei dettagli - intesi come quelle parti del capo stesso chiamate a fare la differenza - oggi si passa al viaggio in Cina e al rimando di tutte le contaminazioni e ispirazioni che ha avuto nella cifra stilistica di Ferré, arrivando a trattare dell'eleganza - condizione innata nonché modo di porsi vero gli altri - e dell'emozione, elemento inscindibile dal nostro vivere quotidiano, in un curioso parallelismo tra esistenza e moda. 
Buon viaggio!


Dettagli
“Condividendo pienamente l’affermazione di Le Corbusier, secondo cui “Dio è nei dettagli”, ho sempre prestato grande attenzione ai dettagli, da quelli “strutturali” - le cuciture sartoriali, per esempio - a quelli “decorativi”, come i ricami, oppure i bottoni-gioiello. In verità, la mia passione più grande e sentita riguarda i dettagli che creano l’effetto, che rendono unico e speciale anche il capo più lineare e semplice per forma e costruzione. In quest’ottica il dettaglio che “fa la differenza” è spesso parte stessa del capo: il collo, i polsi, la cintura, un fiocco, che amo ingigantire, enfatizzare, “sproporzionare” rispetto alla configurazione dell’insieme”.

Cina
“Magia e realtà: nel corso degli anni trascorsi in India, ho conosciuto l’Oriente in profondo, raggiungendo anche mete dove allora non era così facile arrivare. Sono approdato in Cina nel 1973, in piena Rivoluzione Culturale, in Vietnam e Laos poco dopo, appena conclusa la guerra, nel Nord remoto dell’India, in Bangladesh appena dopo il distacco dal Pakistan… Ho visto la fatica quotidiana del vivere, le cadenze rituali di certe abitudini, l’imperturbabilità di certi ritmi, anche l’implacabilità di certe manifestazioni naturali e la rassegnazione con cui vengono accolte dagli uomini. Se le emozioni e le suggestioni che l’Oriente mi ha regalato in quantità impressionante si sono poi tradotte in un lessico di eleganza, di raffinatezza, di bellezza, la chiave autentica di lettura che dà coerenza a tutto ciò è il principio dell’essenzialità, innanzitutto nell’individuazione delle forme e nella loro costruzione. Osservando le donne indiane drappeggiate nei sari - ma anche le donne cinesi in casacca e pantaloni o le laotiane nel sarong - le ho viste svolgere i lavori più umili e faticosi conservando una regalità assoluta. Questo mi ha insegnato quello che io chiamo “il senso del corpo”, ovvero la sua fisicità ed i suoi movimenti come elementi di riferimento a cui concedo priorità assoluta nel processo di costruzione dell’abito. La “lezione” dell’Oriente mi ha permesso di ricalibrare il principio del lusso e dell’opulenza, non negandole, ma puntando invece ad eliminare il superfluo, l’orpello, la ridondanza. E il “mal d’Oriente” ritorna nell’amore per i colori caldi decisi ed i materiali puri. Ocra, arancio, fucsia e sete croccanti dell’India, rosso e broccati della Cina imperiale…”
“La Cina ha il “sapore” dei padiglioni di ferro della Fiera Internazionale di Canton che ho visitato ormai venticinque anni fa, il cielo azzurro e rosa, le figure in movimento vestite in blu copiativo, in grigio, in verde militare. Immagini che vivono dentro di me insieme all’eterna immagine della Cina aulica, del fasto, del rosso, nella lettura fantastica e fantasiosa di un passato che, attraverso ricordi e sovrapposizioni, mi porta al cuore dell’Oriente. Poi c’è la Cina di oggi, che ho conosciuto solo qualche anno fa: l’attualità di un paese che non cessa mai di stupire per la sua energia, le sue potenzialità, i suoi entusiasmi. Un paese nuovo e giovane, indaffarato che raccoglie e centuplica la sfida tecnologica dell’Occidente…”

Eleganza
Cito voci più autorevoli della mia:
L’eleganza è solo un simbolo della superiorità aristocratica dello spirito (Charles Baudelaire)
L’eleganza non esiste sino a che non arriva alla strada. L’eleganza che rimane nei saloni dei couturier non ha maggiore significato di un ballo in costume (Coco Chanel)
La vera eleganza non si può ottenere se non attraverso la personalità (Eduardo de Filippo)
La cultura è come l’eleganza, è buona solo quella che non si vede (Indro Montanelli)
“Aggiungo: l’eleganza è assolutamente innata. E’ una rispondenza. Un’espressione diretta tra il sentimento e la mente. Un modo di porsi agli altri. Può essere elegante una donna grassa o chi ha fretta. Ho visto donne indiane poverissime che erano straordinariamente eleganti nella linea del collo, nel disegno del volto, nella scelta dei colori e delle stoffe che indossavano, nel portamento. Il gesto, il movimento, le proporzioni rendono elegante una donna”.

Emozione
In principio c’è l’emozione. Ogni mio abito ne traduce una, cento, mille, intrecciate in un unico incanto da cui mi lascio conquistare. È vero, ogni mio abito ha un padre nobile: il progetto, che è metodo e logica, intervento ragionato sulle forme, elaborazione ardita di materie. Ma ha anche una madre appassionata: la folgorazione che deriva dall’amore a prima vista per un paesaggio appena scoperto, dal fascino di un viaggio compiuto soltanto con la fantasia, dalla tenacia con cui restano impresse nella memoria la grazia di un movimento, l’abbaglio di un sorriso o di uno sguardo, il profumo di un giardino, il riverbero e il fruscio di una stoffa.
Le emozioni si sedimentano. Si sovrappongono l’una sull’altra, si rincorrono e si compenetrano. Così, io non sento i miei abiti come monadi, ma come tessere di un mosaico, trame sottili di un arazzo. Come elementi di un progetto globale di stile e tappe di un percorso professionale – e umano – di crescita e di maturazione.
Le emozioni si ritrovano. Rivisti nella prospettiva offerta dal tempo, i miei abiti riescono sempre ad incantarmi, ma in modo diverso. Li sento sempre miei, ma li vivo in una luce differente. Mi regalano altre emozioni. Risvegliano ricordi e memorie, ma stimolano anche sensazioni mai vissute. Le tappe di un percorso già compiuto possono segnare già anche gli itinerari di un nuovo viaggio, in cui suggestioni ed impressioni si rimescolano e creano un orizzonte inedito. Dinanzi al quale io stesso mi ritrovo a provare lo stupore più grande, la curiosità più viva, il piacere infinito della scoperta.
Le emozioni che provengono da un abito nascono per essere condivise. Per essere di tutti, sin dal momento in cui l’abito stesso debutta in passerella, viene interpretato nelle immagini, proposto nelle vetrine, indossato per la strada. Anche per questo ho sempre nutrito il desiderio che le testimonianze più vere del mio lavoro non rimanessero inesorabilmente chiuse in un forziere soltanto mio. Se poi le emozioni regalate dall’abito giungono in un Museo, diventano realmente di tutti. Diventano patrimonio collettivo e possibile strumento di crescita comune.
Le emozioni devono restare vive e vibranti. Anche se accolto in un Museo, vorrei che ogni mio abito continuasse ad essere inteso come un prodotto del nostro tempo che assolve desideri non meno che funzioni concrete, date da assetti culturali e da dinamiche sociali, da ritmi e consuetudini reali. Per questo sono orgoglioso che gli abiti da me donati alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti possano continuare a raccontare la vita…

martedì 20 dicembre 2011

ABOUT_Che cosa è la Bellezza?



Per Oscar Wilde “La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio! Essa è uno dei grandi fatti del mondo. Non può essere interrogata: regna per diritto divino”. Seneca affermava già all’epoca che “Una donna bella non è colei di cui si lodano le gambe, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti.” Si può parlare quindi di bellezza come di un fatto divinamente eccelso, che non va indagato perché così è: non vi sono spiegazioni, né possibili tentativi di emulazione. Esiste e basta. Come valida alleata: la volontà divina. Un divino che ritorna anche in Jean Anouilh, secondo il quale “La bellezza è una di quelle rare cose che non portano a dubitare di Dio”, e in Robert Browning “Se hai bellezza e nient’altro, hai più o meno la miglior cosa inventata da Dio”. Prova pertanto tangibile del creato e del bene destinato all’umanità. Almeno in certi casi. E d’altronde anche nelle fiabe il bello è un concetto associato a un’idea di benevolenza, tipica di fate, principesse e dame dell’amor cortese; al contrario la bruttezza evoca malignità e odio, caratterizzando lo spirito e l’immagine di streghe, matrigne e meduse infernali. In questo senso Immanuel Kant docet “Il bello è simbolo del bene morale”. Un bello associato al bene tanto che secondo Dostoevskij “Non la forza, ma la bellezza, quella vera, salverà il mondo”.
Un concetto che, nonostante caricato spesso di valenze meramente estetiche, trasuda un’intrinseca connotazione etica e filosofica e accompagna la civiltà da secoli, tanto da disturbare il sommo Seneca che, lungimirante, poneva l’attenzione sull’importanza della proporzione delle parti. Bellezza come parte del tutto quindi. Pervade la persona che la possiede, evolve da essa, fino a involvere colui che la ammira. Strettamente legata a questa definizione si pone l’interpretazione secondo la quale la bellezza va oltre la semplice immagine e comprende ben altro - stile, portamento e movenze in primis. Christian Dior affermava “Il segreto della bellezza consiste nell’essere interessante. Nessun tipo di bellezza può essere attraente se non è interessante”. Un interessante che può scaturire da diversi fattori e che denota la nobiltà del concetto di bellezza, vittima solo negli ultimi tempi di una mercificazione ad aspetti tanto banali quanto volgari. Sulla stessa lunghezza d’onda Omero che associava la bellezza alla grazia - “La bellezza senza la grazia è un amo senza l’esca” - ponendo forse l’accento ancora su un aspetto per così dire divinatorio. Ma anche bellezza come Estetica intesa nel senso più puro del termine, come fattore capace di suscitare felicità, o addirittura come la manifestazione tangibile di quest’ultima. Ecco quindi Charles Baudelaire, le poète maudit, affermare che “Ci sono tanti tipi di bellezza quanti sono i modi abituali di cercare la felicità”, o ancora Stendhal “La bellezza non è che una promessa di felicità” e sulla scia di questa affermazione Marcel Proust “E’ stato detto che la bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza” . Felicità e bellezza quindi legate in maniera indissolubile; addirittura l’una la causa dell’altra e viceversa. Ma nonostante induca la felicità, essa ha un volto velato di malinconia e mestizia, sublimi e raffinate espressioni di una qualità così divina ed irrinunciabile. “Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore” affermava Baudelaire, e più ancora Benedetto Croce, che ne tracciava i reali connotati: “Un velo di mestizia par che avvolga la Bellezza, e non è velo, ma il volto stesso della Bellezza”. Un dolore forse legato alle difficoltà implicate al suo raggiungimento dapprima e al suo mantenimento poi, se si vuole evitare di ricorrere a metodi ispirati a Dorian Gray. Hermann Hesse forse più di tutti esprimeva il senso di una tale malinconia “La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare”. Un’infelicità propria quindi che determina una felicità altrui: una sorta di felicità riflessa. E così si scopre l’inclinazione altruista della bellezza, con buona pace di quanti invece la tacciano di egocentrismo e cinismo.
Imperfezione per Marilyn Monroe, splendore del vero per Platone, ornamento della virtù per Leonardo, la bellezza ha sempre regnato sovrana nelle menti della civiltà, suscitando dibattiti e riflessioni. Nelle menti così come nell’anima e nella soggettività di ciascuno di noi: per Kahlil Gibran  “La bellezza delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma in realtà, magia e bellezza sono in noi”, mentre per David Hume “La bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla”. Per un’interiorità chiamata ad interpretare l’esteriorità, coniugando l’individuale con l’universale, in una resa armonica degli estremi che perdono il loro carattere di opposti a favore di una melodia di fondo. E se il genio stilistico Alexander McQueen la trovava nel grottesco, per Franz Kafka diveniva addirittura elisir di lunga vita “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio”. Dello stesso avviso Oscar Wilde per il quale la tirannia del tempo si fermava di fronte la bellezza, per cui “Ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed è un possesso per tutta l’eternità”.
Bellezza quindi come divinità, bene morale, felicità per sé e per gli altri; tanto interessante quanto soggetta alle personali inclinazioni, quanto immortale nel tempo. Tanto immortale da aver attraversato nella sua longevità la storia della civiltà ed aver indotto un celebre dandy a scendere a patti col diavolo. Adesso tocca a noi! Cercando di capire nel frattempo se belli si nasce o si diventa. Senza dimenticare che, in ogni caso, se di bellezza si tratta, si intende una qualità talmente eterea da non poter conoscere la contaminazione di aspetti volgari tipicamente legati alla più banale umanità.