mercoledì 23 maggio 2012

LEISURE_"I Gioielli della Regina" a Milano





Il 2012 per il Regno Unito si rivela un anno ricco di appuntamenti. Da un lato le Olimpiadi, evento catalizzatore di visibilità e affluenza mondiali, e dall’altro - non meno importante per il popolo british - il giubileo di diamante della regina Elisabetta, che vanta un calendario d’iniziative e parate a Londra così come in tutto il mondo. Logiche di fair play e commerciali a parte, anche l’Italia si attiva per celebrare i sessant’anni del regno di Elisabetta II, salita al trono il 2 giugno 1952. Il consolato generale britannico di Milano e UK Trade & Investment (UKTI) hanno deciso di realizzare una linea di bijoux di design – una delle aree di eccellenza della nazione – esposta in un temporary shop presso gli spazi del “Design Supermarket” de La Rinascente in piazza Duomo a Milano: un corner dedicato, intitolato I Gioielli della Regina, inaugurato giovedì 31 maggio e cuore nevralgico di quanto di più creativo offra attualmente il settore d’oltremanica in fatto di gioiello moda e semi-prezioso. 13 i brand selezionati, tra cui anche collezioni unisex come quelle del celebre marchio Tateossian, devoto alle sofisticate richieste di un pubblico maschile sempre più esigente. Vi sono poi nomi nuovi per il mercato italiano, ma da tempo acclamati nel Regno Unito, tanto da ricevere premi e riconoscimenti per l’originalità e la freschezza delle loro creazioni: è il caso di Katie Rowland e Rachel Galley o ancora di Maria Francesca Pepe, designer italiana trapiantata a Londra e divenuta celebre per la sua ispirazione dark.
Non mancano poi i marchi che nelle loro creazioni perseguono criteri ecosostenibili, The Branch e Jianhui su tutti. Un tema, quello ecologico, fortemente sentito nel Regno Unito e che trova una fervida sostenitrice – nonché testimonial – in Livia Giuggioli Firth, la quale presenta di persona nel corner milanese la Skull Necklace, la sua recente creazione, inclusa nella linea di moda e accessori luxury Livia Firth Design. Una collana in bronzo, realizzata con l’antica tecnica della “cera persa”, arricchita da pendenti a forma di teschio dal mood tremendamente vintage-gothic.
La selezione prosegue col marchio Mawi, già noto in Italia e scelto per l’unicità dei suoi pezzi scultorei, ispirati di volta in volta all’art deco piuttosto che a temi etnici o tribali di forte impatto scenico. Un’impronta etnica che si trova anche nella collezione dell’indiana Sam Ubhi - caratterizzata da continui richiami all’universo della flora e della fauna – e nella linea di Alex Monroe, designer originario del Suffolk, specializzato in gioielli in argento.
Immancabili poi le firme fashion appartenenti al gotha della moda internazionale. In cima alla lista, senza bisogno di particolari presentazioni, Vivienne Westwood, icona della creatività britannica nonché interprete di un’epoca. Sua la selezione di pezzi informali, colorati e facili da portare, e di gioielli semi-preziosi in grado di creare da soli un look, caratterizzandolo per l’originalità degli elementi che diviene originalità del tutto. Ad arricchire un già sì nutrito carnet, Nicole Farhi - creatrice di moda, collezioni casa e bijoux dall’inconfondibile impronta etno-chic – e la stilista Jenny Packam, celebre per i suoi abiti da sposa e da red carpet, che in occasione di questo special event lancia la sua linea di bijoux…da dea, ça va sans dire. 
Pronte quindi a lustrarci gli occhi e, perché no, ad agghindarci con queste meraviglie? Per essere vere regine…regine dei dettagli.

Design Supermarket della Rinascente Duomo, Milano,
dal 31 maggio al 24 giugno 2012 

martedì 22 maggio 2012

ABOUT_Moda e spettacolo.








Sin dalla fine dell’Ottocento, tra moda e spettacolo si è instaurato un legame indissolubile e biunivoco. Le scene calcate da attrici, cantanti e ballerine hanno rappresentato eccezionali passerelle per le creazioni dei grandi couturier. Nel frattempo, la moda si è alimentata delle idee e delle suggestioni che lo spettacolo ha contribuito a creare, rinnovare, o semplicemente a far circolare, mettendo in contatto culture diverse, lontane e apparentemente precluse a forme di comunicazione e di confronto.
L’elenco dei couturier e degli stilisti che hanno realizzato costumi di scena per le diverse forme di spettacolo – teatro, danza, cinema – comprende i nomi più blasonati della storia della moda. Per limitarci a quelli italiani, è sufficiente pensare - per citarne qualcuno - a Mariano Fortuny, che ha vestito attrici e ballerine del calibro di Eleonora Duse e Isadora Duncan, a Biki e alle sue mises per Maria Callas, o ancora a Giorgio Armani, di cui un Richard Gere, interprete di American Gigolò, vanta un’intera collezione (accessori e intimo compresi). Proprio nel cinema, la moda italiana ha trovato un grande amplificatore della propria notorietà: dopo la Seconda guerra mondiale Hollywood-on-the-Tiber - come gli americani hanno battezzato Cinecittà, celando una viva preoccupazione per la nascita di un nuovo concorrente della cinematografia d’oltreoceano - è un canale di comunicazione dello stile di vita e del costume italiani ben più efficace delle pur riuscite sfilate fiorentine.
Per quanto concerne il teatro, le rappresentazioni di fine Ottocento rappresentano una forma d’intrattenimento in grado di richiamare un pubblico particolarmente numeroso, divenendo, al contempo, un’occasione mondana in cui sfoggiare le ultime novità della moda nonché per ammirare i costumi creati dai couturier appositamente per le attrici.
Rapporti intricati, quindi, quelli tra moda e teatro. Eppure, nonostante ciò, la storia della sartoria teatrale italiana non contempla un simile patrimonio ereditario. Via libera pertanto ai preziosi archivi e raccolte di costumi che oltre a rappresentare le evoluzioni del costume del Belpaese nell’arco dei decenni, documentano la storia di alcune tra le più importanti realtà sartoriali, Tirelli, Cerratelli e Anna Mode in testa. Un’eredità esclusiva che si rivolge a un pubblico ben più vasto della ristretta cerchia di addetti ai lavori, mettendosi a disposizione di studi ed esplorazioni, nell’intento di stimolare la curiosità altrui verso la comprensione dell’excursus della moda italiana, fenomeno culturale a tutto tondo, ricco di contaminazioni sociali.

lunedì 21 maggio 2012

LEISURE_Cartier per l'arte contemporanea







La celebre Maison francese di gioielli rinnova il suo impegno col mondo dell’arte. E questa volta lo fa con un’esposizione che si preannuncia scintillante…proprio come le sue meraviglie preziose che incantano gentil dame in ogni angolo del mondo, incrociando i loro sguardi, prima, e i loro desideri, poi, sullo sfondo di vetrine faraoniche, nelle vie più in delle metropoli più glamour.
Dal 15 maggio al 21 ottobre la Fondation Cartier è protagonista a Parigi con Histoires de voir, Show and Tell, una mostra che vuole gettare luce sulle opere di oltre 50 artisti provenienti da tutto il mondo: Brasile, Argentina, Haiti, Messico, Italia, India, Mumbai, Giappone. Pittori e scultori, ma anche disegnatori e registi, noti e meno noti, accomunati dall’estraneità ai mausolei dell’arte contemporanea. Leitmotiv della mostra, la curiosità di osservare da vicino la cosiddetta arte naif, autodidatta o primitiva per capire in cosa consista realmente. Per cercare di analizzare da una prospettiva privilegiata - e prossima all’occhio scrutatore dell’artista -, rimandi, ispirazioni, tecniche e approcci. Per calarsi nel mondo onirico e visionario della mente creativa ed esplorarne i meandri più reconditi, alla fascinosa scoperta di dimensioni sconosciute, fertili lidi d’innovative interpretazioni “fai da te”.
Si viene così in contatto con uomini e donne per i quali l’arte è una condizione della mente prima ancora che uno stile di vita. Come affermato dall’italianissimo architetto e designer Alessandro Mendini - firma della scenografia della mostra - essa è “intimamente connessa all’ipersensibilità del cuore”. Da qui, opere che assurgono a veri e propri documenti di vita.
Opere (oltre 400) che nella mostra sono accompagnate da testi e filmati grazie ai quali leggere e ascoltare le parole degli artisti e comprendere il contesto che ha dato vita alla loro arte.
Grazie a una simile interazione tra immagini e parole, il percorso esplorativo dispiega nel suo evolversi una vasta e intricata rete di sinergie tra opere provenienti da luoghi, culture e saperi diversi. A dimostrazione che parlare un linguaggio differente non pone alcun limite alle potenzialità di contatto e contaminazione, anzi, ne sviluppa l’impeto d’interazione, consentendo le più impensabili forme di rielaborazione cognitivo-artistica. 
Una mostra che più di ogni altra invita all’esplorazione, al culto della conoscenza intesa come chiave di volta per aprire le porte del domani, di un domani fatto di significati reconditi, racchiusi nel più antico sapere delle civiltà. Animati da una sì forte sete di conoscere, di primo acchito, delle opere esposte colpiscono l’esuberanza dei colori, la distorsione delle scale e delle prospettive, la stilizzazione delle forme, così come la rappresentazione della natura, degli animali e dei volti nonché lo spazio riservato al sogno e all’immaginazione. Un mix&match di realtà e fantasia che nei suoi aspetti più “appariscenti” rapisce il visitatore in un mondo incantato, traghettandolo in un viaggio mesmerico, alla scoperta di un significato autentico dell’arte nella sua condizione più subliminale di disciplina insita nella sensibilità umana.
Di seguito, gli artisti le cui opere sono esposte a Histoires de voir, Show and Tell: Claudia Andujar, Gregorio Barrio, Valdir Benites, José Bezerra, Ciça, Mamadou Cissé, Ronaldo Costa, Antônio de Dedé, Chano Devi, Djilatendo, Ratna Raghia Dushalda, Barcilicio Gauto, Gregor, Bane Huni Ku (Cleiber Pinheiro Sales), Bane Huni Ku (Iran Pinheiro Sales), Isaka Huni Ku (Menegildo Paulino), Kixt Huni Ku (João Sereno), Mana Huni Ku (Pedro Mácario), Txanu Huni Ku (José Edson Sales), Ilunga, Jean-Baptiste Jean Joseph, Joseca, Kalela, Kayembe, Mwenze Kibwanga, Takeshi Kitano, Albert Lubaki, Lukanga, Jivya Soma Mashe, Mbuya, Isabel Mendes da Cunha, Alessandro Mendini, Nino, Mercedes Noguera, Ariel Kuaray Poty Ortega, Virgil Ortiz e tutta la famiglia Ortiz (Dominic Ortiz, Dominique Ortiz, Guadalupe Ortiz, Janice Ortiz, Kyle Ortiz, Lisa Holt, Joyce Lewis, Harlan Reano), Alcides Pereira dos Santos, Pili Pili Mulongoy, Nilson Pimenta, Lucas Piragi, Salustiano Portillo, Sibrun Rosier, Aurelino dos Santos, Hans Scherfig, Jangarh Singh Shyam, Cícero José da Silva, Francisco da Silva, José Antonio da Silva, Dragiša Stanisavljevi , Taniki, Neves Torres, Shantaram Chintya Tumbada, Véio, Tadanori Yokoo, Yumba.

Fondation Cartier pour l’art contemporain

261, boulevard Raspail 75014 Paris

Tel. 01 42 18 56 50
fondation.cartier.com

giovedì 17 maggio 2012

ABOUT_Appunti di stile e di vita firmati Gianfranco Ferré





Secondo appuntamento con gli appunti di stile e di vita firmati Gianfranco Ferré. Un viaggio sospeso tra moda e realtà, tra fantasia e verità ma sempre ancorato a valori vitali che hanno fatto dello stilista un uomo prima ancora che un artista.
Dall'importanza dei dettagli - intesi come quelle parti del capo stesso chiamate a fare la differenza - oggi si passa al viaggio in Cina e al rimando di tutte le contaminazioni e ispirazioni che ha avuto nella cifra stilistica di Ferré, arrivando a trattare dell'eleganza - condizione innata nonché modo di porsi vero gli altri - e dell'emozione, elemento inscindibile dal nostro vivere quotidiano, in un curioso parallelismo tra esistenza e moda. 
Buon viaggio!


Dettagli
“Condividendo pienamente l’affermazione di Le Corbusier, secondo cui “Dio è nei dettagli”, ho sempre prestato grande attenzione ai dettagli, da quelli “strutturali” - le cuciture sartoriali, per esempio - a quelli “decorativi”, come i ricami, oppure i bottoni-gioiello. In verità, la mia passione più grande e sentita riguarda i dettagli che creano l’effetto, che rendono unico e speciale anche il capo più lineare e semplice per forma e costruzione. In quest’ottica il dettaglio che “fa la differenza” è spesso parte stessa del capo: il collo, i polsi, la cintura, un fiocco, che amo ingigantire, enfatizzare, “sproporzionare” rispetto alla configurazione dell’insieme”.

Cina
“Magia e realtà: nel corso degli anni trascorsi in India, ho conosciuto l’Oriente in profondo, raggiungendo anche mete dove allora non era così facile arrivare. Sono approdato in Cina nel 1973, in piena Rivoluzione Culturale, in Vietnam e Laos poco dopo, appena conclusa la guerra, nel Nord remoto dell’India, in Bangladesh appena dopo il distacco dal Pakistan… Ho visto la fatica quotidiana del vivere, le cadenze rituali di certe abitudini, l’imperturbabilità di certi ritmi, anche l’implacabilità di certe manifestazioni naturali e la rassegnazione con cui vengono accolte dagli uomini. Se le emozioni e le suggestioni che l’Oriente mi ha regalato in quantità impressionante si sono poi tradotte in un lessico di eleganza, di raffinatezza, di bellezza, la chiave autentica di lettura che dà coerenza a tutto ciò è il principio dell’essenzialità, innanzitutto nell’individuazione delle forme e nella loro costruzione. Osservando le donne indiane drappeggiate nei sari - ma anche le donne cinesi in casacca e pantaloni o le laotiane nel sarong - le ho viste svolgere i lavori più umili e faticosi conservando una regalità assoluta. Questo mi ha insegnato quello che io chiamo “il senso del corpo”, ovvero la sua fisicità ed i suoi movimenti come elementi di riferimento a cui concedo priorità assoluta nel processo di costruzione dell’abito. La “lezione” dell’Oriente mi ha permesso di ricalibrare il principio del lusso e dell’opulenza, non negandole, ma puntando invece ad eliminare il superfluo, l’orpello, la ridondanza. E il “mal d’Oriente” ritorna nell’amore per i colori caldi decisi ed i materiali puri. Ocra, arancio, fucsia e sete croccanti dell’India, rosso e broccati della Cina imperiale…”
“La Cina ha il “sapore” dei padiglioni di ferro della Fiera Internazionale di Canton che ho visitato ormai venticinque anni fa, il cielo azzurro e rosa, le figure in movimento vestite in blu copiativo, in grigio, in verde militare. Immagini che vivono dentro di me insieme all’eterna immagine della Cina aulica, del fasto, del rosso, nella lettura fantastica e fantasiosa di un passato che, attraverso ricordi e sovrapposizioni, mi porta al cuore dell’Oriente. Poi c’è la Cina di oggi, che ho conosciuto solo qualche anno fa: l’attualità di un paese che non cessa mai di stupire per la sua energia, le sue potenzialità, i suoi entusiasmi. Un paese nuovo e giovane, indaffarato che raccoglie e centuplica la sfida tecnologica dell’Occidente…”

Eleganza
Cito voci più autorevoli della mia:
L’eleganza è solo un simbolo della superiorità aristocratica dello spirito (Charles Baudelaire)
L’eleganza non esiste sino a che non arriva alla strada. L’eleganza che rimane nei saloni dei couturier non ha maggiore significato di un ballo in costume (Coco Chanel)
La vera eleganza non si può ottenere se non attraverso la personalità (Eduardo de Filippo)
La cultura è come l’eleganza, è buona solo quella che non si vede (Indro Montanelli)
“Aggiungo: l’eleganza è assolutamente innata. E’ una rispondenza. Un’espressione diretta tra il sentimento e la mente. Un modo di porsi agli altri. Può essere elegante una donna grassa o chi ha fretta. Ho visto donne indiane poverissime che erano straordinariamente eleganti nella linea del collo, nel disegno del volto, nella scelta dei colori e delle stoffe che indossavano, nel portamento. Il gesto, il movimento, le proporzioni rendono elegante una donna”.

Emozione
In principio c’è l’emozione. Ogni mio abito ne traduce una, cento, mille, intrecciate in un unico incanto da cui mi lascio conquistare. È vero, ogni mio abito ha un padre nobile: il progetto, che è metodo e logica, intervento ragionato sulle forme, elaborazione ardita di materie. Ma ha anche una madre appassionata: la folgorazione che deriva dall’amore a prima vista per un paesaggio appena scoperto, dal fascino di un viaggio compiuto soltanto con la fantasia, dalla tenacia con cui restano impresse nella memoria la grazia di un movimento, l’abbaglio di un sorriso o di uno sguardo, il profumo di un giardino, il riverbero e il fruscio di una stoffa.
Le emozioni si sedimentano. Si sovrappongono l’una sull’altra, si rincorrono e si compenetrano. Così, io non sento i miei abiti come monadi, ma come tessere di un mosaico, trame sottili di un arazzo. Come elementi di un progetto globale di stile e tappe di un percorso professionale – e umano – di crescita e di maturazione.
Le emozioni si ritrovano. Rivisti nella prospettiva offerta dal tempo, i miei abiti riescono sempre ad incantarmi, ma in modo diverso. Li sento sempre miei, ma li vivo in una luce differente. Mi regalano altre emozioni. Risvegliano ricordi e memorie, ma stimolano anche sensazioni mai vissute. Le tappe di un percorso già compiuto possono segnare già anche gli itinerari di un nuovo viaggio, in cui suggestioni ed impressioni si rimescolano e creano un orizzonte inedito. Dinanzi al quale io stesso mi ritrovo a provare lo stupore più grande, la curiosità più viva, il piacere infinito della scoperta.
Le emozioni che provengono da un abito nascono per essere condivise. Per essere di tutti, sin dal momento in cui l’abito stesso debutta in passerella, viene interpretato nelle immagini, proposto nelle vetrine, indossato per la strada. Anche per questo ho sempre nutrito il desiderio che le testimonianze più vere del mio lavoro non rimanessero inesorabilmente chiuse in un forziere soltanto mio. Se poi le emozioni regalate dall’abito giungono in un Museo, diventano realmente di tutti. Diventano patrimonio collettivo e possibile strumento di crescita comune.
Le emozioni devono restare vive e vibranti. Anche se accolto in un Museo, vorrei che ogni mio abito continuasse ad essere inteso come un prodotto del nostro tempo che assolve desideri non meno che funzioni concrete, date da assetti culturali e da dinamiche sociali, da ritmi e consuetudini reali. Per questo sono orgoglioso che gli abiti da me donati alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti possano continuare a raccontare la vita…