mercoledì 11 gennaio 2012

STYLE_Fashion & Trends per la primavera/estate 2012

Per la primavera/estate che verrà la moda fa un viaggio nel tempo e nel mondo, lambendo epoche e territori ricchi di fascino e mistero che trovano espressione in capi e accessori dalla semplicità rigorosa, trionfo di forme pulite, linee precise, eleganza sofisticata. Si parte con un mood dal gusto anni ’50 - riflesso attualizzato di un Mambo Italiano di cinematografica memoria – e uno stile bcbg, per una femme che mimetizza il suo lato fatale con un aspetto molto bon ton, fatto di gonne, camicie maschili, abitini e soprabiti, questi ultimi spesso arricchiti nella foggia da intagli e trafori. Tocchi di plissé per chi vuole giocare, per il giorno come per la sera, così come on the beach: sempre e comunque all’insegna dell’eleganza.





Très chic e molto per bene, la nostra divina non rinuncia però a reminescenze croisière - celebrando la sua passione per le righe – così come al suo amore per il colore che più di tutti sa di lunghe giornate soleggiate e passeggiate in riva al mare: il bianco. Da osare anche in lunghezze maxi, complice il suo magnetismo incantatore. E se bianco non è, che fantasia sia. Nell’evocazione perpetua di luoghi lontani: si comincia con un’ispirazione caraibica a base di tessuti multicolor, fiori tra i capelli e turbanti, per moderne Carmen Miranda e Josephine Baker; da lì tappa in Africa con stampe animalier, frange e intarsi dal sapore etnico, per devote dello stile vittime di un mal d’Africa che porta solo che bene.









E se come si è più volte detto, la donna ama pescare nell’armadio dell’uomo, ecco che le proposte di impronta maschile non mancano, rivelando una sensualità calibrata tra meraviglia e sobrietà. Menzione speciale a parte per lo spencer, che riacquista un posto d’onore nel capitolo dell’eleganza senza tempo: corto appena sopra la vita, a strizzare la silhouette, con o senza rever, dà il massimo di sé con pantaloni a sigaretta o gonne dritte.




In un’alternanza giocosa di pizzi e morbide trasparenze si passa a stampati colorati ed ispirazioni floreali, che vanno a ricoprire abiti, bluse, pantaloni, gonne e dettagli di ogni genere.













Per un rapido susseguirsi di happy days che vogliono protagonista della sera la broderie insieme a dress code da grande soirée: morbidi nei tessuti e nelle forme, voluttuosi nei loro movimenti, questi capolavori abbracciano il corpo femminile, accompagnandolo in ogni suo gesto.









martedì 10 gennaio 2012

STYLE_Jeans mon amour!




Il jeans. Delavé, cargo, effetto vintage, ultra slim…l’importante è che sia jeans. Mille modi per parlare di lui, re del guardaroba e deus ex machina che ci risolve il fastidioso problema dal tenore  Oggi cosa mi metto?!”. Un ringraziamento quindi agli scaricatori del porto di Genova dei primi del ‘900 che hanno avuto la geniale intuizione di utilizzare la tela proveniente da Nîmes per gli abiti da lavoro (in francese de Nîmes, dalla cui contrazione deriva il nome denim): pratica, resistente, comoda ed indistruttibile.
Detto fatto! Il mondo fashion ha subito capito le potenzialità di questo tessuto e in men che non si dica l’ha sdoganato, eleggendolo a buon titolo tra le colonne portanti del guardaroba femminile. Nel tempo i dettagli si sono affinati, la texture è diventata sempre più morbida e non sono rari i casi in cui inserti preziosi – filigrana d’oro, cristalli swarowski, pelliccia - ne abbiano arricchito la foggia. Ma le caratteristiche essenziali sono rimaste le stesse: la praticità e la comodità di un tempo fanno sì che il jeans ancora oggi sia uno dei capi per eccellenza. Dall’intramontabile mood minimal-maschile a uno più slim, dal modello effetto vintage in cui imperano strappi e pennellate di vernice a uno dal taglio pulito e a sigaretta. E poi sempre lui - il jeans – a essere declinato in tutte le nuances dell’azzurro/blu, compresi gli effetti delavés, e nella palette dei grigio/nero, mantenendo inalterato il suo fascino per un look adatto a tutte le ore e ad ogni situazione: urban chic con il blazer blu, essential con la camicia bianca, grunge con chiodo in pelle. Infiniti modi di interpretare un capo passepartout, dinamico nello spirito ancora prima che nella forma: un dinamismo che gli spalanca le porte delle circostanze più varie, dalla passeggiata informale al cocktail di presentazione.
Se addirittura Yves Saint Laurent rimpiangeva di non aver inventato i jeans, riconoscendo loro carattere, modestia, sex appeal e semplicità tutti insieme, un perché vi sarà. Ed ecco quindi che il capo basico dell’abbigliamento, posseduto da ciascuna di noi, diviene il più spettacolare, pratico e nonchalant protagonista dei nostri look, compagno fidato nella battage quotidiana dello stile e dettaglio inappuntabile per ogni occasione. A noi il piacere e il divertimento di reinventarlo per dargli vita sempre nuova e non relegarlo a un solo e specifico ruolo.

lunedì 9 gennaio 2012

LEISURE_Il mio "incontro" con Madeleine Vionnet



È bastato un semplice sguardo, in una calda giornata milanese come tante, perché mi innamorassi a prima vista di loro. Di quel paio di scarpe che era in vetrina in tutta la sua incantevole meraviglia: ho capito che si trattava della classica folgorazione che raramente mi capita, ma che una volta avvenuta porta sempre a lieti e duraturi sodalizi. Nello stesso istante che le ho viste ho compreso che sarebbero state mie: l’innamoramento non sarebbe stato passeggero e avrebbe portato a un corteggiamento serrato alla fine del quale le avrei avute nella mia scarpiera. E così è stato! Con tanto di approvazione anche da parte dello staff del negozio, di una cordialità e disponibilità semplicemente adorabili.
Così è avvenuto il mio incontro con lei – Madeleine Vionnetmadame dallo stile sofisticato e dalla classe innata, quintessenza dell’eleganza più autentica e della femminilità sensuale ma discreta. Caratteristiche dall’allure très française che, oggi come allora, mantengono intatti l’esclusività e il prestigio del marchio, strizzando l’occhio con fedeltà devota a un passato di gloria e successi. Un’avventura dal retrogusto di leggenda, iniziata nella Francia di cento anni fa (nel 2012 ricorre infatti questo importante anniversario) e, dopo un periodo di relativo silenzio, riportata agli antichi splendori nell’Italia di oggi per mano ed opera nientepopodimeno che di Matteo Marzotto. A lui il plauso di aver compreso a fondo – valorizzandolo - il prestigio associato al marchio e averlo quindi mantenuto inalterato se non per reinterpretarlo in base ai gusti e alle esigenze contemporanei. Quasi a dare nuova linfa a un’heritage che vi è stata e che vi è tuttora, forse più radicata di prima. Un idillio quello della maison francese con l’anima italiana iniziato nel 2009, rivelandosi un successo annunciato, confermato dall’apertura lo scorso dicembre del primo store milanese in Corso Monforte, al piano terra di Palazzo Premoli dove risiedono anche l’headquarter, lo showroom e l’atelier.
Ma torniamo all’oggetto del desiderio...l’opera calzaturiera di Madeleine Vionnet – e qui viene il bello – a firma del celeberrimo shoes designer delle star Giuseppe Zanotti. Per una partita ad armi pari, anzi, giocata dalla stessa parte, tra Francia e Italia, cugine nello spirito, alle volte “avversarie” di sane competizioni in tutti quei settori del bien vivre (nemmeno a farlo apposta) e ora invece arruolate ufficialmente nella medesima impresa. Fine ultimo: rendere il bello in tutte le sue forme possibili. Dove per bello s’intende l’estro più creativo unito all’eleganza più raffinata. Un’alchimia dai poteri magici: ecco cosa è nato dalla combinazione armonica tra la creatività italiana e il gusto francese. Un paio di calzature parafrasabile come un capolavoro del pensiero, in un convergere di fantasia e tradizione, immaginazione e memoria, genialità e cultura. Tutto quanto insieme in una resa equilibrata e armoniosa, per un presente coniugabile tanto al passato – complici le forme e le linee dal gusto tipicamente d’antan – quanto al futuro – opera di una combinazione fantasiosa di questi stessi elementi. Non è quindi difficile immaginare queste stesse calzature pensate e realizzate da Madame Vionnet in persona nel suo atelier parigino di Avenue Montaigne. Ed ecco svelato il segreto: aver mantenuto il più fedelmente possibile i tratti che evocano il tempo passato, trasportandoli ai giorni nostri. Per moderne mesdemoiselles e mesdames glamour e chic, ma ancor più per calzature che alla vista sanno di Vionnet e calzate di Zanotti. Il tutto nell’incontro mesmerico di classicità e trasgressione. Una classicità data dalla forma e dai materiali e una trasgressione conferita dall’abbinamento anche forte di questi ultimi - suède, nappa e pitone - e dalla presenza massiccia del color oro, che va a sottolineare dettagli importanti come il tacco e il tallone - tra loro uniti, il cinturino alla caviglia e i lacci sul collo del piede. Fatto sta che una volta infilate respiri la magia alternata di questi due universi. In un attimo un viaggio nel tempo all’epoca di Madeleine Vionnet, contemporanea di Coco Chanel ma dall’immagine molto meno gridata per sua stessa volontà: lei che ha sempre preferito starsene ritirata nel suo privato nella ricerca meticolosa di un’eleganza perfetta da ogni punto di vista. Assapori con calma tutta l’esclusività di quella Parigi lontana dall’attuale modernità urbana ma già caratterizzata dai fasti grandiosi, della haute couture e della raffinatezza originale. Cammini indisturbata per la Ville Lumière d’allora, lungo la Rive Gauche, per le vie delle boutique quali rue du Faubourg Saint-Honoré e Avenue Montagne, facendo tappa nei circoli in e all’Hotel Ritz per l’immancabile tè pomeridiano, dirigendoti poi verso Saint-Germain-des-Prés. A descriverlo ora pare un altro mondo: anni in cui le donne erano eleganti nel vero senso della parola, sapevano come vestire e amavano il bello nella sua accezione più veritiera, non contaminato da ostentazioni di impronta meramente commerciale. Anni in cui sembrava esistere un “protocollo dell’eleganza e del vivere sociale”, aspetti questi ultimi che risultavano proporzionalmente legati tra loro. Calzature alla mano (sarebbe forse meglio dire ai piedi) e immediatamente respiri quest’aria parigina. Di contro, senti la seconda anima (seconda solo per ordine cronologico, s’intende), quella a firma Zanotti. E d’un tratto ti trovi catapultata ai giorni nostri, in uno slancio futuristico nell’ambito di un contesto moderno e metropolitano. Lui, il designer delle star. Ed ecco che vagamente senti quel sapore da red carpet, fatto di flash e mondanità.
Quale delle due anime sia prevalente o se esse trovino un segreto punto d’intesa è arduo a dirsi. A ciascuna di noi l’ardua sentenza! Sicuramente, la nostra sensibilità più o meno incline a vivere e concepire il tempo associato allo stile ha una buona dose di complicità.
Personalmente, mi piace sentire lo spirito Vionnet, per ripercorrere idealmente quegli anni di meraviglioso incanto, dove l’eleganza era vera eleganza. Senza però tralasciare l’adorabile calzata seduttiva offerta dal maestro Zanotti. Mi piace pensare a un’amabile intesa tra queste due anime che si avvicendano in un moto perpetuo di sensazioni e suggestioni, accompagnandoci passo dopo passo nella nostra vita quotidiana, con quella nobile eleganza al gusto di trasgressione.

mercoledì 4 gennaio 2012

STORIE MADE IN ITALY_Diesel







Energia, irriverenza, dinamismo e vitalità, i valori alla base dello stile e dei prodotti Diesel, brand nato da un’idea “stupida ma anche geniale” come definita dallo stesso patron Renzo Rosso. Proprio lui, l’italiano che ha sfidato l’impossibile: vendere jeans agli americani. Riuscendo e anche alla grande. Renzo Rosso ama raccontare la storia del suo successo in modo piuttosto semplice, individuando in un’idea creativa (definita stupida), nel coraggio e nella voglia di portarla avanti per farla crescere, i fattori chiave. Tutto ha inizio ai tempi dell’Università, mentre studiava Economia e Commercio a Ca’ Foscari a Venezia e gli viene offerto un lavoro dal guru del casual italiano degli anni ’70, Adriano Goldschmied, proprietario di Genius Group, sotto cui confluivano tutti i marchi casual e denim più innovativi di quegli anni, Katharine Hamnett, Ten Big Boys, Goldie, Replay e Diesel. Ben presto Renzo Rosso ha l’idea fulminante: tanti marchi generavano soltanto confusione, ecco quindi la decisione di investire tutto su Diesel, guidato da un’idea di fondo controcorrente - stupida ma anche geniale - per cui un capo vintage possiede un fascino tutto suo, reso unico dalla storia che porta con sé. Detto in soldoni: più facilmente vendibile. Sin dal 1978 – anno di nascita dell’impresa – Diesel si è contraddistinta per una comunicazione innovativa e provocatoria, sopra le righe ma diretta. Ma non è tutto. La qualità e il Made in Italy sono sempre stati i punti di forza dell’impresa. Un “made” che non rappresenta solo un modo di dire, ma va ben oltre attenendo a tecniche e procedure che rendono unica la confortabilità di un jeans Diesel una volta indossato. Un successo premiato a livello mondiale e confermato dai numeri. Diesel è ormai divenuto un brand di lifestyle internazionale: il nuovo headquarter di Breganze in provincia di Vicenza - inaugurato il giorno del 55esimo compleanno di Renzo Rosso – accoglie 600 dipendenti e riunisce su 98.000 mq uffici e laboratori, un auditorium, ristorante aziendale, due campi da calcio esterni e uno interno, una palestra, un asilo per i figli dei dipendenti; una struttura ecocompatibile che produce energia con un impianto fotovoltaico e uno geotermico. Da Breganze vengono gestite le 20 filiali concentrate in Europa, Asia e America, i 5.000 punti vendita e gli oltre 400 negozi di proprietà. Diesel è il marchio storico del gruppo Only the Brave e in questi anni è divenuto un importante polo del luxury and casual wear con proprietà e licenze di marchi quali 55DS, Viktor & Rolf, Dsqaured, Vivienne Westwood, Marc Jacobs Menswear e Just Cavalli. Tutti brand che a diverso titolo hanno le medesime caratteristiche di Diesel: anticonvenzionali, innovatori, unici. Il volume d’affari è in costante crescita e in questo i monomarca rappresentano la chiave di volta: il loro design è curato in ogni dettaglio in modo che sia unico e irrepetibile, rendendo l’acquisto una vera e propria esperienza, stimolante e mai ripetitiva. Internet di contro sta facendo la sua parte, fornendo un imprescindibile strumento per cominciare e interagire direttamente col proprio pubblico. Per il futuro Renzo Rosso pensa a un nuovo polo, definito da lui stesso “premium”, a segnare la netta contrapposizione al lusso: linee contemporary per look freschi e moderni, indossabili su un red carpet così come a un aperitivo. In altre parole, un polo dell’easy-to-wear dove riunire con spirito democratico i brand del futuro e scommettere sulle nuove generazioni. Ma i progetti non finiscono qui. Da poco più di un anno Diesel ha puntato sulla collezione donna, affidata alle mani abili ed esperte di un team creativo completamente rinnovato. Sulla stessa lunghezza d’onda Diesel for Successful Living, la linea casa nata dal desiderio di affermarsi sempre più come lifestyle brand, nell’ottica che il cliente non scelga il marchio solo per il prodotto ma soprattutto per quello che rappresenta ed evoca: stile di vita, valori, approccio ironico, irriverente, inusuale, creativo. Modelli e materiali innovativi sono i capisaldi della home collection, i cui prodotti sono personalizzabili con i trattamenti che Diesel mette in tutte le sue collezioni e per la prima volta applicati al mondo del design. Importanti e dal know-how prestigioso i partner scelti: Moroso, Foscarini e Zucchi, leader nei rispettivi settori d’appartenenza. Un approccio innovativo, che spazia dalla moda al design, nella contemplazione di un marchio sempre più simbolo di una vera e propria filosofia. Un approccio per nulla stupid, come recita la celebre nonché provocatoria campagna pubblicitaria. Anzi…

martedì 3 gennaio 2012

PEOPLE_Antonio Marras: il più francese degli stilisti italiani












Affermatosi nell’universo della moda internazionale per le sue creazioni originali, dallo stile personale, legate alla cultura sarda – sua terra d’origine, Antonio Marras ha avuto la capacità di unire la semplicità delle tradizioni ai virtuosismi elaborati del fashion system. Il tutto nel culto della realizzazione di capi sartoriali, curati nei dettagli e tripudio dei volumi. Volumi che insieme alle forme e ai tessuti divengono i veri protagonisti di ogni collezione, senza perdere mai di vista l’amore per la tradizione locale, in tutta la sua integrità: ogni passerella propone sempre un calibrato mix&match di matrone sarde e allure très française dal gusto provençal. In un gioco di asimmetrie e sovrapposizioni, per abiti che vanno toccati con mano per capirne la struttura che vi è alla base, compromesso ben riuscito di uno studio di costume e di uno slancio futuristico. Meraviglie scultoree fatte di tessuti sapientemente torti e rappresi, cuciti e drappeggiati, ricchi nella consistenza così come nelle fantasie. Un culto il suo per i tessuti sviluppato in tenera età, quando – immaginiamocelo bambino – toccava con mano gli scampoli nel negozio del padre. E da lì portato sempre con sé, affinandolo sempre di più fino a celebrarlo nell’estetica propriamente sua del “taglia e incolla”. Una tecnica caratterizzata dall’elevata artigianalità (tradotta nella ricchezza e nella complessità decorativa), da un senso di rovina casuale (vedi le bruciature su tessuti pregiati), dall’immancabile utilizzo di broccati ricchi e stravangati accanto a orli al vivo, dal trionfo delle forme minimaliste e tessuti vintage nonché da un ampio repertorio di metodi di lavorazione che Marras stesso ama definire “maltrattamenti”: via libera quindi a strappi, opacizzazioni, macchiature, incrostazioni di sale e così via.
Se poi parliamo delle fantasie più amate dallo stilista, non possiamo non fare cenno ai fiori, che trovano celebrazione nelle stampe degli ampi abiti e divengono inseparabili compagni di viaggio nello stile metropolitano. Dai colori forti e decisi ma anche tenui e acquerellati.
Vuoi forse la sua attenzione puntuale per il dettaglio, inteso come punto di partenza imprescindibile per concepire l’insieme in sé, combinato al culto dei volumi e Marras, a ragione avveduta, è stato battezzato “il più francese degli stilisti italiani”. Appellativo che l’ha innalzato nel gotha della moda d’Oltralpe tanto da avergli valso l’incarico come direttore artistico chez Kenzo fino al 2011. Una collaborazione iniziata con il prêt-à-porter femminile nel 2003, rafforzata nel 2008 con la linea uomo e completata nel 2006 dalla creazione del nuovo concept delle boutique Kenzo e sempre nel 2008 dalla linea casa. Un incarico a tutto tondo con cui ha mantenuto sempre fede al senso della tradizione infuso dal creatore del marchio Kenzo Takada: le collezioni dei due stilisti sono sempre state un continuum, senza mai mostrare intervalli o segnali di esitazione o incomprensione stilistica.
A latere e corollario dell’avventura francese, il marchio Antonio Marras, lanciato nel 1999 e integrato nel 2002 con il prêt-à-porter maschile, a cui nel 2007 si aggiunge la seconda linea – I’M – che sta per Io sono, ma anche e soprattutto per Isola Marras. Ecco quindi che l’isola – la Sardegna – torna per Marras e questa volta addirittura annunciata. Con tutto il suo carico di cultura e tradizioni, valide oggi come allora, magari nuove nelle forme ma inalterate nello spirito. I’M Isola Marras pur ispirandosi molto alla prima linea, presenta uno stile quotidiano e street: dal capospalla al denim, fino a un’ampia scelta di accessori tra cui svettano scarpe, borse, cinture, calze.
Controcorrente e originale nelle sue collezioni così come nel suo percorso formativo e stilistico, che molto si differenzia da quello di altri creatori di moda: non segue infatti un excursus di studi canonici, bensì viene notato da un imprenditore romano che ne riconosce il talento, rendendo possibile l’inizio della sua attività nel 1988. Quello stesso anno al Contemporary di Milano vince il premio Contemporary Linen con un abito da sposa e comincia così a lavorare come free-lance per numerose griffes. Già dai suoi primi passi è facilmente riconoscibile la sua cifra stilistica, caratterizzata da un profondo amore per gli abiti mediterranei. La passione per la lavorazione manuale e lo spirito autarchico quale segno distintivo fanno il resto, proiettando Marras a un posto d’onore nell’Olimpo dei creativi.
In una delle interviste rilasciate, lo stilista identifica nell’unicità, nel carattere e nell’anima i tratti del proprio stile. Uno stile in cui regnano sovrani particolari reminescenze vintage e realizzazioni interamente fatte a mano e in cui convergono tutti le sue più grandi passioni, dall’arte alla fotografia, dal cinema alla letteratura. Il suo più grande segreto è forse quello di lavorare per oggi, senza preoccuparsi troppo di pensare a domani, realizzando collezioni che in quel momento corrispondo alla sua effettiva ispirazione. Un’ispirazione che Marras trova in tutto e in nulla: nella parola pronunciata da un amico al telefono, nella fotografia della nonna, in un paio di vecchie scarpe da bambino scovate in un mercatino. E ovviamente nella sua amata Sardegna, luogo da cui tutto è partito e in cui tutto ritorna. Affamato di immagini e suggestioni, egli vive l’arte come una molla potentissima che lo spinge a fare e creare, con tanto di suggerimenti e consigli. Una musa dall’ineguagliabile valore. Una passione che coltiva giorno dopo giorno, a cui dedica tempo ed energie. In una perfetta validazione del rapporto indissolubile tra arte e moda. Ma non è tutto. Per lui privato e lavoro coincidono fino a formare una dimensione unica: l’uno influenza l’altro e viceversa, non vi sono limiti o confini tra i due, sono due facce della stessa medaglia che si compensano e si equilibrano, donando ciascuno a sua volta letture e interpretazioni dell’altro. Quando si pensa a uno stilista viene subito da chiedersi se per lui conti di più il processo o il prodotto. Marras li reputa importanti entrambi, pur trattandosi di aspetti diversi: la fase creativa è sicuramente stimolante, affascinante, piena di difficoltà, dubbi ed esitazioni ma anche pulsioni e passioni che portano a seguire determinate strade piuttosto che altre. Ma per Marras tutto questo è pura energia: una volta terminata la collezione e quindi ottenuto il prodotto, egli è già proiettato oltre, pensando già a qualcos’altro, al tema della stagione successiva, alle possibili tendenze, al gioco incrociato di ispirazioni.
Perché - seguendo la sua filosofia di vita nonché stilistica - quello che deve essere, sia. Senza mezze misure né aspetti appena pronunciati. Si materializzi in tutta la sua magnificenza, con tutto il suo carico di emozioni e realismi e si faccia strada nella contemporaneità. Senza che nulla sia dato per scontato.

lunedì 2 gennaio 2012

BOOK_Gianfranco Ferré. L'architetto stilista


“In molti hanno definito i miei abiti ‘architetture tessili’. La definizione mi piace. Rende bene l’idea di quello che è l’abito per me: il risultato di un incontro tra forma e materia, guidato dalla mano del creatore. Non userei altre definizioni. Semplicemente completerei questa: i miei abiti sono architetture tessili pensate per il corpo. Che il corpo rende vive…”. E poi ancora “il lavoro creativo è, innanzitutto, lavoro: ed è per questo che servono obiettivi, logica e rigore”. Ma anche “non accettare che nulla sia com’è perché così deve essere, in un’epoca in cui ogni cosa è in evoluzione, perché ogni cosa possiede – visibile o da scoprire – una storia”. Questi alcuni stralci tra i più emblematici del libro Gianfranco Ferré. L’architetto stilista di Maria Vittoria Alfonsi, edito Baldini Castoldi Dalai. Proprio lui, l’architetto stilista viene raccontato riprendendo alcune sue dichiarazioni o riportando le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto: Rita Airaghi (cugina e valido braccio destro), Giorgio Re e Silvia Gavina (collaboratori attenti e disponibili), Roberto Vecchioni e Gino Paoli (amici di vecchia data), Gaetano e Alberta Marzotto e Sibilla della Gherardesca (figure emblematiche nell’evolversi della sua figura di stilista), senza dimenticare personaggi legati al mondo delle sfilate come Sergio Salerni, Piero Piazzi, Eva Riccobono. Quello che ne emerge è il ritratto di un uomo di poche parole ma grande generosità, timido ma irruento, riservato ma ironico, grande estimatore dell’arte, dei viaggi e delle sue case. Poco incline ai riflettori negli anni della Milano da bere e da bene, ha sempre preferito coltivare nella più totale discrezione la ricerca della perfezione stilistica, caratterizzata – come affermava lui stesso – dall’incontro di forma e materia, complici sicuramente i suoi studi universitari in architettura, che in ogni passerella trovavano validazione in un equilibrio calibrato di tagli e volumi. Ma Ferré è anche l’anima in cui hanno convissuto il prêt-à-porter italiano e l’haute couture francese: patron della sua griffe da un lato e direttore artistico chez Dior dall’altro, ha saputo esprimere il massimo di sé in ogni ambito, rispondendo ogni volta in maniera puntuale o addirittura anticipativa alle richieste di una clientela che proprio in quegli anni diveniva sempre più esigente, vuoi anche il ruolo dominante esercitato dalla stampa, sempre più una vera e propria opinion leader. A ragion avveduta, così ha definito questi due mondi “la moda francese è una perfetta esercitazione di interpretazioni stilistiche. Noi, invece, parliamo più del corpo e delle sue forme”. Un corpo che lo stilista ha fatto parlare spesso e volentieri con l’inconfondibile blusa bianca, segno incomparabile del suo stile. Un capo “che dichiara una costante ricerca di novità e un non meno costante amore per la tradizione”. Definita da lui stesso nel lessico contemporaneo dell’eleganza come “un termine di uso universale che ciascuno pronuncia come vuole”, essa “esercita un appeal speciale ed è vissuta come un’espressione di femminilità naturale e raffinata”. Ecco quindi che in Ferré tradizione e novità, passato e futuro, storia e avanguardia, convolano a giuste nozze grazie a capi dalla purezza formale pressoché unica, inconfondibile allo sguardo, fermamente ancorata a una cifra stilistica alquanto personale. Tanto al femminile quanto al maschile. Se la donna Ferré “è una donna volitiva, indipendente, giovane o che vuol sentirsi giovane, che vuole “sentirsi” nel vestito e non portare a spasso una firma” – in altre parole “una donna che nel modo di vestire esprime se stessa, non un’immagine costruita attraverso l’abbigliamento”, di contro l’uomo Ferré è un uomo “…serio, ma non noioso; brillante, ma non bizzarro; aggiornato, ma non schiavo dello stilista”. Come a dire che, ancor più che per la donna, il vestito diviene per lui mezzo di espressione. Espressione di uno stile – in ambedue i casi – fatto di sogni e suggestioni, di accenni sussurrati e significati evocati, riflessi di profonde reminescenze storiche e culturali, frutto di studi e approfondimenti da vero cultore della materia quale era per l’appunto Ferré. Uno spirito eclettico e interessato a tutto ciò che rappresentava fonte di novità e quindi, in senso lato, di ispirazione. Per lui il viaggio è stato un tassello fondamentale di impareggiabile valore nel suo patrimonio formativo: visitare città e Paesi diversi, anche quelli più lontani, altro non significava che cogliere le sfide dettate da abitudini e ritmi differenti, in  modo da comprendere le mentalità altrui. Un viaggio nello spazio e nel tempo per capire la grandiosità del passato e la promessa del futuro. Un modo per sviluppare uno sguardo nuovo e del tutto particolare, lo stesso con cui guardare ogni cosa che ci circonda e rappresenta creazioni, nascondendo un’indubbia valenza artistica. Proprio l’arte è stata per Ferré un’inseparabile compagna di vita e un universo di ispirazioni. Per lui in tutto la si poteva scovare. Bastava forse dotarsi di occhi curiosi e attenti a tutto quanto sapeva di nuovo? Forse. Sicuramente uno sguardo interessato verso tutto quello che ci circonda può essere la chiave di volta. Lo stesso sguardo interessato con cui ancora oggi osserviamo le sue meravigliose creazioni, nuove nella foggia ma intatte nello spirito e nel famoso equilibrio tra forma e materia. Un equilibrio connaturato come connaturata era la sua inclinazione a combinare sapienti tecnicismi a concrete soluzioni d’eleganza. Per uno stile dalla più nobile sostanza, che ha fatto storia, siglando le pagine più raffinate della moda italiana.