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martedì 16 settembre 2014

BOOK_Ennio Capasa: Un mondo nuovo


Un mondo nuovo è il titolo del nuovo libro di Ennio Capasa, patron del marchio d’alta mod CoSTUME NATIONAL, una realtà dall’anima made in Italy ma dalle ispirazioni cosmopolite, dove l’artigianalità si sposa con il concettualismo. Un volo pindarico attraverso l’avventura dello stilista, che ha inizio con la formazione in Giappone. Un viaggio nello stile e nel costume, intesi nel senso dell’eleganza e del buon gusto, che rappresenta un viaggio nell’anima delle tradizioni, in perfetto equilibrio tra Puglia e Zen.
Correva l’anno 1983 quando Ennio, poco più che ventenne, lascia la sua Puglia per Tokyo. Lì incontra Yohji Yamamoto, uno dei geni della moda degli anni ’80. L’atelier non è un semplice spazio fisico…è una sorta di tempio ed è proprio lì, immerso tra le contaminazioni artistiche più pure, che inizia a capire le profonde differenze tra il mondo da cui proviene e quello in cui è arrivato. Differenze che non riguardano solo gli aspetti materiali del Giappone, bensì quelli radicati nella cultura: il carattere gerarchico e militaristico della società, il modo di lavorare, ecc. Un confronto continuo che genera inevitabilmente un inestimabile arricchimento: personale e di ispirazioni. Pochi anni più tardi, infatti, CoSTUME NATIONAL diventerà uno dei protagonisti principali delle sfilate mondiali.
Ennio Capasa nasce a Lecce. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Milano, decide di traferirsi a Tokyo dove diventa l’assistente di Yohji Yamamoto per due anni. Rientrato in Italia, nel 1986, fonda con il fratello Carlo CoSTUME NATIONAL, presentando lo stesso anno la sua prima collezione donna ampiamente apprezzata dal pubblico e dalla stampa.
Designer e direttore creativo di CoSTUME NATIONAL, Ennio Capasa si contraddistingue per la sua estetica iconografica, minimal, chic e rock’n’roll. Il suo stile viene definito dalla stampa internazionale edgy-chic; il New York Times l’ha definito lo stilista che “ha ispirato e rivoluzionato la moda degli anni ‘90”.
Amante dell’architettura e dell’arte, collabora con il cinema, il teatro, il mondo artistico e musicale contemporaneo, avvalorando l’importanza e l’inevitabilità delle contaminazioni tra i molteplici linguaggi dell’arte. Ha lavorato – e continua a lavorare – con i più grandi artisti del panorama internazionale: Mick Jagger, Lady Gaga, David Bowie, Keith Richards, Willem Dafoe, Brad Pitt. Keanu Reeves, Tom Cruise, Marina Abramovic, Maurizio Cattelan, Michel Gondry, Giada Colagrande, Matteo Garrone, solo per citarne qualcuno.

Ennio Capasa

UN MONDO NUOVO
Collana Overlook

Pagine 184, € 18 Bompiani

giovedì 29 novembre 2012

ABOUT_La Rive Gauche parisienne







Rive Gauche: letteralmente “riva sinistra” (della Senna, s’intende), ma anche epiteto della linea prêt-à-porter di Yves Saint-Laurent e, più in generale, un termine volto a indicare specificatamente un fenomeno di costume diffusosi nella seconda metà del secolo scorso nella Ville Lumière. Correva l’epoca dei trionfalismi imperiali dell’haute couture: maestosità, opulenza, magnificenza di linee, volumi, tessuti e forme, cura estrema del dettaglio…in altre parole, una tale pomposità da tradursi in capi d’abbigliamento unici, dall’esclusiva disponibilità, realizzati, spesso, a immagine e somiglianza del committente.
Per oltre un secolo, dalla metà dell’800 in poi, l’haute couture ha dominato la scena dello stile parigina e, su più larga scala, internazionale, ponendosi come un punto di riferimento, difficilmente avvicinabile, a quanti ambiscano a vestir bene. Una pietra miliare della storia della moda, che ha scritto alcune delle pagine più emblematiche, popolando la riva destra della Senna di prestigiosi atelier e esclusive boutique, il più delle volte, ritrovo dell’alta classe borghese e aristocratica del tempo.
Con gli anni, però, l’haute couture è andata un po’ appannandosi, complici i cambiamenti delle abitudini di vita e di consumo nonché l’emancipazione femminile e la conseguente evoluzione del senso dello stile: l’ennesimo caso a dimostrazione di quanto moda, società e cultura siano tra loro legate indissolubilmente. La crisi dell’haute couture, ha spinto così alcuni dei suoi creatori più celebri a varcare il fiume per tentare una nuova avventura stilistica sulla riva sinistra. Ecco svilupparsi, a poco a poco, il nuovo centro di gravità della moda parigina, situato tra la piazza di Saint-Germain-des-Prés e quella di Saint Sulpice, dominata dall’omonima chiesa, simbolo di un puro tradizionalismo ottocentesco (nel gergo parigino, sulpicien significa “cattivo gusto”). Eppure, proprio qui, in questa zona dalla dubbia semantica terminologica, nel 1966 il celebre Saint-Laurent, già installato nell’avenue Georges V, sulla riva destra, decide di creare la succursale Saint Laurent-Rive Gauche. Un’iniziativa seguita da molti altri nomi: Fèraud e Castelbajac aprono loro boutique a Saint Sulpice; Sonia Rikiyel, Givenchy, Kenzo e Paco Rabanne nelle strade limitrofe. A poco a poco, è un costellarsi di celebri firme, desiderose di intraprendere un nuovo cammino, proponendo al pubblico un nuovo concetto di moda e di stile. Un’evoluzione lenta e graduale di un quartiere un tempo terreno inespugnato di scrittori e artisti, Sartre in testa: a nulla è valsa la petizione promossa dagli intellettuali dell’epoca per impedire l’invasione della moda dagli anni ’40 ai ’60. In men che non si dica, la presenza dei più importanti nomi della moda si è fatta sempre più fitta: Christian Dior, Giorgio Armani, Gianni Versace, Yohji Yamamoto, Issey Miyake, sono solo alcune delle firme che marchiano le vie di questa zona parigina, abolendo, una volta per tutte, l’ideologica e sociale distinzione tra rive gauche e rive droite. Per una Parigi che, all’unisono, canta le note più armoniche dello stile. 

martedì 19 giugno 2012

ABOUT_Il cinema di moda









Cinema e moda. Due universi, due forme d’arte, due modi per comunicare. Ma, al contempo, un’unica finalità d’intenti: trasformare in immagini animate e tratti concreti, valori, istanze, sogni. Due mondi che sembrano non parlarsi ma che, invece, nascondono una fitta trama di dialoghi e relazioni che affondano solide radici nel passato. Un cinema alla moda in cui i due attori protagonisti non disdegnano un reciproco interesse, influenzandosi a vicenda. Il grande Luchino Visconti, per esempio, ai suoi attori faceva indossare non solo abiti e accessori autentici delle epoche che andava a rappresentare – con buona pace di produttori e quanti prendevano parte al sostentamento finanziario della pellicola  – ma addirittura quei particolari che mai gli spettatori avrebbero visto (come le sottovesti). Una cura maniacale del dettaglio perpetuata nella convinzione che la fedele riproduzione dei canoni estetici avrebbe meglio coinvolto lo spettatore, calandolo nell’ideale atmosfera propria di quegli anni. Prima del Maestro Visconti, nell’epoca del muto i couturier creavano per le dive i costumi più bizzarri, destinati a divenire veri e propri protagonisti non solo di una scena ma di un’intera sceneggiatura, spesso scritta in modo tale che le protagoniste sfoggiassero abiti sempre diversi, opulenti e magnificenti, tripudio della più amabile sartorialità. Una follia che aveva portato i grandi sarti della fine degli anni ’20 a concepire lo stile del bianco e nero, in un’ossequiosa venerazione del bianco e nero dello schermo. Bisogna aspettare gli anni ’60 perché il rapporto tra cinema e moda si faccia più stretto e collaborativo, celebrazione di due realtà che nel tempo hanno imparato a parlarsi e confrontarsi, condividendo i rispettivi e più autentici aspetti. E se nel cinema si registra un declino in termini d’imposizione d’immagine e di quelle che saranno le tendenze, la moda – soprattutto quella italiana - conquista la palma di arbiter elegantiae per quanto concerne i dettami di stile. Un’eredità giunta fino ai giorni nostri, tanto che non di rado le major hollywoodiane scelgono abiti rigorosamente made in Italy per i set cinematografici, proprio in funzione del potere che hanno d’imporre un mito iconografico. Vediamo così James Bond, alias Pierce Brosnan, in Brioni e l’American Gigolo Richard Gere in Armani (come dimenticare la scena in cui stende sul letto camicie e cravatte, giacche e pantaloni, ton sur ton s’intende, per accostare i pezzi giusti?!). Una delle prime esperienze cinematografiche per la moda di Re Giorgio che da lì in poi ha vestito i protagonisti di oltre 80 film, tra i quali svettano “Entrapment”, “Batman”, “Pulp Fiction”, “Nirvana”. Un richiamo a cui non si è fatto trovare impreparato nemmeno Missoni, che ha dato il suo inconfondibile tocco a varie pellicole, da “Basic Instinct” a “Pretty Woman”, da “Philadelphia” a “Qualcosa è cambiato”. Così come Ermenegildo Zegna, Valentino, Versace, Fendi, Corneliani hanno “firmato” i guardaroba della mecca del cinema…non è un caso, quindi, se “Il Diavolo veste Prada”, esempio gridato di name placement (il nome di uno stilista è evocato già nel titolo della pellicola, seconda solo a “Colazione da Tiffany”) prima ancora che di product placement, tripudio di griffe e loghi, disseminati ovunque e pronunciati da tutto il cast. Assodata l’egemonia assoluta dell’industria filmica americana e della sua forza commerciale, vanno da sé la risonanza, la visibilità e la promozione che deriva per la moda italiana. Spettacolo e moda vanno sempre più a braccetto, condividendo fino all’inverosimile segreti e valori, imbattendosi spesso in strade non proprio così semplici, come per esempio, l’accaparrarsi le star cinematografiche più note come testimonial per la propria griffe o, ancora, curare in toto la vestizione di attori e attrici in occasione di première e red carpet di tutto rispetto, dalla serata degli Oscar in giù (Valentino docet).
Non meno importante - e quindi da non dimenticare – lo stretto rapporto tra fotografia di moda e cinema, osservabile platealmente nella comunicazione di molti stilisti, dove il desiderio di frammentazione e veridicità appaiono fortissimi, al punto che talvolta le immagini delle campagne pubblicitarie vengono tratte da veri e propri cortometraggi girati ad hoc. In tal modo, le atmosfere patinate cedono il passo ai toni narrativi del cinema, in una commistione di linguaggi sempre più sofisticatamente esplicita (emblematica la storica campagna di Ferdinando Scianna per Dolce&Gabbana che ha sottratto gli abiti all’epoca immortalata per farne autentici segni semantici). Di pari passo la moda sempre più dilagante dei videoclip “griffati”, vere e proprie forme espressive che denotano l’ambizione delle Maisons a vestire le celebrities del mondo della musica (Beyoncé, Madonna e Lady Gaga in testa).
Cinematograficamente parlano, invece, sono davvero ben pochi i registi che si sono cimentati con successo nel raccontare la moda. Vi è riuscito, per esempio, Win Wenders nel 1989 con “Appunti di viaggio su moda e città”, incentrato sulla figura di Yohji Yamamoto, di cui viene esaltato il magistrale lavoro.
Tuttavia, a prescindere da chi sia riuscito e chi meno, soltanto quando moda e cinema arricchiscono reciprocamente i loro contenuti, caricandoli di valori e significati, le immagini si fanno senza tempo e diventano un lessico universale, in grado di narrare in pochi fotogrammi l’essenza di tutta un’esistenza.

venerdì 27 aprile 2012

LEISURE_Moda e fotografia protagoniste a Hyères




Nel cuore della Costa Azzurra vi è un angolo delizioso che più di ogni altro sembra aver mantenuto il gusto autentico del passato. Tra Belle époque, centro antico e vicoli suggestivi, la città di Hyères mantiene un allure unico e magico, reso ancora più magnetico in questi giorni dalla 27esima edizione del Festival Internazionale di Moda e Fotografia. Moda, fotografia e arte contemporanea rinnovano ogni anno il loro tradizionale appuntamento a due passi dal mare, tra tocchi glamour e note rigorose, alla ricerca di una comune estetica senza compromessi. Dieci fotografi e altrettanti stilisti emergenti, sono i protagonisti di un avvicendarsi di eventi strutturati nell’arco di quattro giornate (dal 27 al 30 aprile) e di una serie di esposizioni visitabili sino al 26 maggio.
In mostra il loro talento, con lo scopo di ottenere la vittoria di uno degli ambitissimi premi – tra cui l’Oréal Jury Grand Prize, il Prix Chloé e il Grand Prix du Jury Photographie, sotto l’occhio vigile delle prestigiose giurie che vantano nomi come il fotografo Michael Wolf per la fotografia e Yohji Yamamoto per la moda.
Nelle immagini dei dieci fotografi finalisti (Jessica Eaton, Richard Kolker, Namsa Leuba, Hanna Putz, Florian van Roekel, Akira Somekawa, Brea Souders, Yasuyuki Takagi, Manuel Vazquez, Olga Cafiero), tutte in bilico sul filo sempre più sottile tra fotografia e arte contemporanea, ricorre una capacità di raccontare il presente per evocazioni, dettagli minimi, sussurri. Luci evanescenti e diafane presenze sembrano rincorrersi tra gli scatti: dal ghigno inquietante di un cavallo albino e dai veli di tulle appesi come fantasmi di ballerine fotografati dall'italo-svizzera Olga Cafiero, ai corpi bianchi, intrecciati e nudi ritratti dall'austriaca Hanna Puzt, fino alle linee tracciate dall'americana Brea Souders, che scopre geometrie simboliche nella spirale di una conchiglia o nella schiena bruciata dal sole di una ragazzina.
Il festival per l’edizione 2012 pare essersi ispirato alla ricerca di un’eleganza minimale e contemporanea, liberata da tutti quegli elementi di contorno spettacolare, rumoroso ed esagerato. Purezza ed essenzialità rappresentano il leitmotiv dell’intera manifestazione che trova nei lavori dei singoli artisti valide approvazioni.
Giovani talentuosi in gara ma non solo. Tra le mostre in programma, infatti, Yohji Yamamoto at Large, ispirata alla carriera del presidente della giuria Yamamoto, con gli scatti che hanno segnato le tappe del suo percorso creativo, e Pretty Much Everything, antologia degli oltre vent'anni anni di amore e di creazione condivisa di Inez Van Lamsweerde e Vinoodh Matadin, coppia di artisti-fotografi olandesi che ha saputo caricare di sensi nuovi la fotografia di moda, dando immagine ai desiderio, complessità all'apparenza, e creando icone che resistono al tempo.
Un fitto programma di appuntamenti anima le quattro giornate d’eventi, con workshop, seminari, conferenze che vedono la partecipazione d’illustri personaggi del mondo della moda, dell’arte e della cultura e mirano a indagare i possibili legami tra queste diverse discipline senza trascurare le forme di regolamentazione. Eventi nell’evento organizzati dalla Fédération française de la couture, du prêt-à-porter, des couturiers et des créateurs de mode, con la collaborazione della Camera Nazoionale della Moda Italiana, del DEFI e dell’Institut Français de la Mode.
Un appuntamento tradizionale che vede la moda catturata dalla fotografia e la fotografia evocare il significato più sublime di una forma d’arte dal retrogusto glamour. Due discipline che molto hanno a spartire, caratterizzate da reciproche contaminazioni ma soprattutto avvalorate nel loro essere da un confronto profondo, con il quale mettere a contatto le proprie peculiarità nella resa di un risultato incantato, somma espressione dell’arte figurativa umana e intellettuale.


IL FESTIVAL
Il Festival Internazionale di Moda e Fotografia di Hyères - diretto da Jean-Pierre Blanc dalla sua prima edizione, risalente a 27 anni fa – ogni anno scopre una decina di creatori di moda emergenti e altrettanti fotografi, sotto l’accurata selezione di una prestigiosa giuria, rappresentativa dell’intera filiera di queste due discipline artistiche.
Osservatorio di tendenze e piattaforma di debutto internazionale dedicato ai giovani talenti, Hyères ha presentato oltre 300 collezioni di stilisti provenienti da tutto il mondo e più di 130 lavori di fotografi internazionali. Parallelamente al concorso, nel corso di ogni edizione il festival presenta nella città di Noailles - disegnata negli anni ’20 da Robert Mallet-Stevens - numerose esposizioni che esplorano le contaminazioni tra arte, fotografia, moda e design. 
Anno dopo anno, complice un ambiente lontano dai clichés legati agli aspetti più patinati del mondo della moda, l’evento attrae un pubblico sempre più nutrito ed eterogeno vuoi per formazione vuoi per vocazione: creatori, imprenditori, responsabili uffici stile, agenti, galleristi, direttori di musei e fondazioni, rappresentanti, distributori, grandi magazzini.
Agli artisti in gara – stilisti o fotografi che siano – viene offerta una vera e propria opportunità professionale, in virtù della risonanza mediatica e della potenzialità dei contatti che fornisce.   
Aperto al pubblico, il festival invita quest’ultimo a prendervi parte attivamente, votando il defilé preferito (a cui è possibile assistere gratuitamente) e decretando in tal modo il vincitore del Prix du public.

IL CONCORSO MODA
Nel corso delle tre giornate del Festival, i giovani creatori selezionati presentano dapprima singolarmente le loro collezioni ai membri della giuria e poi agli operatori del settore e al pubblico sottoforma di tre defilé.
Il concorso ha tenuto a battesimo talenti consacrati nell’olimpo dei divini: Viktor & Rolf, per esempio, sono passati dalla ridente cittadina francese per approdare all’universo fashion internazionalmente riconosciuto.
Una delle caratteristiche peculiari del Festival di Hyères sta proprio nell’interesse che ha sempre suscitato nelle prestigiose personalità succedutesi nella composizione della giuria, tra cui John Galliano, Jean-Charles de Castelbajac, Jean Colonna, Martin Margiela, Martine Sitbon, Ann Demeulemeester, APC, Mariot Chanet, Helmut Lang, Gilles Dufour, Véronique Leroy, Michel Perry, Alexander Van Slobbe, Philip Treacy, Hussein Chalayan, Gaspard Yurkievich, Bernhard Willhelm, Bless, Christophe Lemaire, Karl Lagerfeld, Lutz, José Lévy, Jean Paul Gaultier, Pierre Hardy, A. F. Vandevorst, Yvan Mispelaere, Anna Sui, Christian Lacroix, Azzedine Alaïa, Riccardo Tisci, Haider Ackermann, Kris van Assche, Dries Van Noten, Raf Simons.
In un contesto poco favorevole ai brand emergenti, il festival sviluppa tutte quelle condizioni che agevolano l’ingresso sul mercato di nuove realtà, avvalendosi d’importanti partnership come Puntoseta, che mette a disposizione dell’estro creativo originali tessuti stampati, e Swarovski Elements. O come Première Vision, che invita i candidati selezionati dal 14 al 16 febbraio, mettendoli in contatto con gli espositori che li possono sostenere nella realizzazione delle loro collezioni destinate al festival con materie prime e servizi di vario genere.  


IL CONCORSO FOTOGRAFIA
Per il dodicesimo anno consecutivo – e sotto la direzione di Michel Mallard e Raphaëlle Stopin - il festival apre le porte alla fotografia. Il principio alla base dell’iniziativa è molto semplice: svolgere la medesima funzione sviluppata con i giovani creatori, mettendoli in relazione con i professionisti del mondo dell’arte e della stampa, per creare le condizioni per un futuro promettente e stimolare le collaborazioni.
Il festival rappresenta in tal modo un trampolino di lancio internazionale da un punto di vista artistico, editoriale e commerciale, data la visibilità dell’evento e l’esclusività degli attori chiamati in gioco a vario titolo. I lavori degli artisti in gara sono esposti con mostre collettive ma anche, e soprattutto, con piccoli focus di portfolio.