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giovedì 3 aprile 2014

LEISURE_Best Actress. Dive da Oscar®








Un volo pindarico nella storia degli Academy Awards e delle sue eroine quello proposto dalla mostra Best Actress. Dive da Oscar®, in anteprima mondiale al Museo del Cinema di Torino dal 3 aprile al 31 agosto. Nata da un'idea dell'americano Stephen Tapert, per otto anni al servizio dell'Academy, e curata, oltre che dallo stesso Tapert, dalle italiane Nicoletta Pacini e Tamara Sillo, la rassegna riunisce 370 opere che ripercorrono la storia delle donne vincitrici dell'Oscar dal 1929 al 2014.
Nell'Aula del Tempio, cuore del museo del cinema, e lungo la scala elicoidale che si arrampica sulla "pancia" della Mole Antonelliana, costumi di scena, bozzetti, abiti da cerimonia, fotografie, manifesti pubblicitari e oggetti provenienti dai set conducono il visitatore alla scoperta del mondo dell'Academy, mentre monitor e postazioni multimediali proiettano i film vincitori e mostrano le immagini delle premiazioni.
Un’esperienza unica per rivivere l'emozione della notte degli Oscar e al tempo stesso dare il giusto tributo alle attrici che hanno segnato la storia del cinema. Da Janet Gaynor, la prima donna a vincere la statuetta come best actress nel 1929 per l'interpretazione in tre diversi film (caso unico nella storia), a Cate Blanchett, miglior attrice nel 2014 per Blue Jasmine, le 72 dive del cinema, fra cui le italiane Anna Magnani e Sophia Loren, si raccontano attraverso reperti di enorme valore. Fra gli abiti di scena compare, ad esempio, quello indossato da Meryl Streep in The Iron Lady, accompagnato dalla borsa e dalle scarpe disegnate per la Lady di ferro da Ferragamo e dalla sceneggiatura originale della pellicola prestata da Tamara Sillo, collezionista della Streep, oltre che curatrice della rassegna. Tra i vestiti da cerimonia, invece, spicca quello indossato da Jodie Foster quando ricevette la statuetta per Il Silenzio degli Innocenti nel 1992, gentile concessione dell'attrice stessa. Completano la mostra foto di scena, scatti di lavorazione dei film, ritratti e documenti pubblicitari di vario genere (come i congratulation ads pubblicati dalle case di produzione sulle riviste cinematografiche) e i programmi di sala della notte di Hollywood.
A corollario, il Cinema Massimo fino al 25 aprile propone un calendario di proiezioni di 16 film con i quali le divine hanno vinto l’ambita statuetta e divenuti emblema delle rispettive epoche. Si potranno così rivedere sul grande schermo Aurora di Murnau, Il cigno nero di Aronofsky, Il sospetto di Hitchcock, ma anche La signora Miniver di Wyler e La ciociara di De Sica nonché altri capolavori nei quali ammirare le più alte prove d’attrice di tutti i tempi.

Best Actress. Dive da Oscar®
3 aprile – 31 agosto 2014
Museo Nazionale del Cinema, Torino

martedì 2 luglio 2013

PEOPLE_Van Cleef & Arpels: una storia preziosa
























Collier di rubini e diamanti da legare a sciarpetta attorno al collo, maglie d’oro finemente lavorate con chiusura a zip, preziosissime libellule a simboleggiare la libertà, sequenze di quadrifogli realizzati nei materiali più pregiati a costituire inconfondibili parures. Queste e molte altre sono le creazioni della gioielleria parigina Van Cleef & Arpels, fondata nel 1906 da Alfred Van Cleef (1873-1938) e dai cugini Charles, Julien e Louis Arpels.
La sede principale era – ed è tuttora – in Place Vendôme, ma nel giro di pochi anni è stata affiancata dai negozi di Nizza, Deauville, Vichy, Cannes e, più tardi, New York e Montecarlo: città simbolo di un autentico bien vivre.
Negli anni ’20, la Maison si apprestò a interpretare lo stile orientale e neo egizio che tanto ammaliava i salotti bene dell’alta società francese. Fu di quest’epoca (1923), inoltre, il primo orologio su braccialetto di pelle, in oro bianco e o giallo.
Tuttavia, furono gli anni ’30 a delineare il carattere fondato sulla creazione di gioielli innovativi, realizzati con un tipo di montatura mai utilizzato prima d’allora: il serti invisibile. Questo escamotage tecnico, che consentiva di presentare le gemme senza lasciar intravedere il metallo sottostante, diede inizio a una produzione giocata soprattutto sui modelli d’ispirazione floreale – rose, camelie, crisantemi, foglie d’edera – e animalier. Risale alla stessa epoca l’invenzione del bracciale Ludo Hexagone, costruito su maglie geometriche a forma di casella d’alveare. Apprezzatissime anche le clips, tra cui le celeberrime Passe-partout (1938), da indossare separatamente sul rever della giacca o, insieme, montate su collier chaïne-serpent.
L’aspetto patinato e le frequentazioni glamour della Maison furono merito di Louis Arpels, introdotto negli ambienti altolocati e nel jet set dell’epoca. Il marchio condivise la scena con principi e sovrani, come il principe Don Antonio d’Orléans e il Gran Duca Dimitri negli anni ‘20, la principessa di Faucigny Lucinge, il barone Thyssen, la duchessa di Windsor e il duca di Westminster negli anni ‘30, le regina Nazli e il re Farouk d’Egitto, il barone James di Rothschild, le contesse di Rohan Chabot e d’Harcourt negli anni ‘40, la principessa di Réthy, il re Baudoin del Belgio, la principessa von Turn und Taxis, la marchesa di Cuevas, la regina Sikirit di Thailandia negli anni ’50 e, nei decenni successivi, il barone Guy di Rothschild, la principessa del Galles, il principe Rainieri e la principessa Grace di Monaco, la famiglia dell’Aga Khan. Numerose, inoltre, le apparizioni “da grande schermo”, al collo di attrici icone del calibro di Madeleine Carroll, Michèle Morgan, Marlène Dietrich, Ava Gardner, Audrey Hepburn, Sophia Loren, Liz Taylor, Claudia Cardinale, Romy Schneider, Brigitte Bardot, Catherine Deneuve, Charlotte Rampling, Chiara Mastroianni, Sharon Stone, Kristin Scott Thomas, Julia Roberts, Uma Thurman, Zhang Ziyi, Carole Bouquet, Diane Kruger, Scarlett Johansson, Sofia Coppola, Evangeline Lilly. Si aggiunsero, poi, numerosi cantanti quali Zizi Jeanmaire, Maria Callas, Lili Pons e, più recentemente, Annie Lennox, Mariah Carey, Madonna, Sheryl Crow, ma anche donne eccezionali quali Florence Jay Gould, Barbara Hutton o Jacqueline Kennedy.
Van Cleef & Arpels ha sempre coniugato il culto estetico con la ricerca di soluzioni innovative, che lasciassero il segno nella storia del gioiello, facendo del marchio stesso una garanzia in termini di eccellenza produttiva e creativa. Sensibile nel captare le suggestioni offerte dalle tendenze del gusto e dai fatti dell’attualità, la Maison lanciò gioielli unici nel loro genere, ancora oggi inconfondibili, come la collana zip (o “fermeture éclaire”), ispirata alla cerniera lampo, e il collier “coriphée”, composto da una serrata fila di ballerine in oro con tutù di brillanti.
Negli anni ’50 fu la volta della lavorazione a merletto del filo metallico intrecciato, ritorto, godronato. Nacquero così le clips a cristaux de neige.
La Maison lasciò la sua cifra stilistica anche con riferimento agli accessori preziosi: le sue minaudières degli anni ’20, borsette da sera in veste di astuccio in oro e gemme (nobili antesignane delle contemporanee clutches), sono ancora oggi famose oltre che essere dei veri e propri cimeli.
Negli anni, fedele allo spirito fondatore, ha cercato per i suoi gioielli e le sue mirabili creazioni pietre preziose dall’eccellente qualità in termini di lucentezza e purezza, sublimandole con un’incastonatura unica e artistica. Van Cleef & Arpels si è spesso aggiudicata pietre eccezionali, come il diadema di Maria di Serbia o la Walska Briolette (un diamante giallo di 95 carati), la Thibauw (un rubino birmano di 26,13 carati) o un insieme di tre smeraldi barocchi (rispettivamente di 127,45, 53,22, e 48, 48 carati). Grazie all’infinito senso estetico e alla minuziosa lavorazione, ha saputo valorizzare pietre meno rare ma altrettanto stupende come le acque marine, i granati mandarini e la rubellite. Sue e soltanto sue, inoltre, le rivisitazioni inattese di materiali insoliti come la Madre Perla (collezione New Alhambra, 1968 e 2001) e la lacca (clip Papillon, 2004).   
Passata negli anni anche al settore orologiero e profumiero, la Maison attualmente è guidata dalla terza generazione Arpels che detiene il 20 per cento delle azioni, mentre nel 1999 il 60 per cento è stato acquistato da Cartier.  

venerdì 25 gennaio 2013

ABOUT_Le calze di seta







Correva l’anno 1939 e la storica accoppiata Danzi e Bracchi interpretava la canzone dal celeberrimo ritornello “Saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, la le gambe, ma le gambe…a me piacciono di più!”. Protagoniste loro - le gambe -, osannate e idolatrate nella loro femminile sensualità, enfatizzata da inguainanti calze di seta che ne mettevano in risalto la seducente conformazione: caviglie sottili, polpacci affusolati e, al contempo, torniti, con la cucitura a sottolinearne la perfezione e a suscitare l’immaginario maschile. Un accessorio per la donna che diviene immancabile, tanto da sposarsi alle più disparate occasioni: calze di seta artificiale per “tuttuso”, di seta pura per la sera e gli appuntamenti mondani, declinate soprattutto nelle nuances nudo, cipria, biondo, bronzo, fumo e, dulcis in fundo, nero. Quello stesso nero che, decenni precedenti – nel 1893 - aveva contribuito a rendere celebri le gambe di Jane Avril immortalate da Henri Toulouse-Lautrec, così come quelle delle étoiles dei tabarins parigini, alle quali spettava l’onore di chiudere gli spettacoli a passo di cancan. Passa il tempo, ma non cambia il loro potere seduttivo: mezzo secolo più tardi, sempre loro concorrono a eleggere a simbolo di seduzione le gambe di Marlene Dietrich ne L’Angelo Azzurro. Non da meno, sebbene più spesse e coprenti nella versione in cotone, sono le calze indossate dalla procace e ultrasexy mondina Silvana Mangano in Riso Amaro, e di Laura Antonelli in Malizia; mentre di seta sono quelle della provocante Sophia Loren, protagonista di un memorabile spogliarello davanti a uno straordinario Marcello Mastroianni in un episodio di Ieri, oggi, domani di De Sica: una scena indimenticabile della storia cinematografica, tanto da essere ripresa trent’anni più tardi, con i medesimi attori, nel film Prêt-à-porter di Robert Altman. Forse meno esplicite, ma non per questo meno famose, le calze bianche di Anne Bancroft ne Il laureato: perché, nel tempo, le calze sono passate per diverse tinte, senza però perdere di fascino e intrigo. Il bianco, in particolare, vanta una prestigiosa estimatrice del calibro di Giuseppina Beauharnais, la quale ne possedeva ben 148 paia, alle quali alternava tonalità come il rosso o l’azzurro. Di color gridellino (fra il nero e il viola), invece, quelle dell’eroina dannunziana de L’Innocente. Cinema e letteratura a parte, le calze di seta vantano un loro trascorso anche nel guardaroba maschile, annoverando un estimatore del calibro di Enrico VIII che, insieme ai suoi gentiluomini, le indossava – azzurre o cremisi – ricamate in oro nella parte alta e con pietre in quella inferiore.
Tornando al côté femminile, tradizione vuole che tutto ciò che è nascosto alla vista stimoli e intrighi molto di più di quanto è costantemente sotto gli occhi. E così anche alle gambe è toccata questa sorte. Nel 1913 si cominciano a scoprire le caviglie; poco dopo, il trottuer (progenitore del tailleur) fa rialzare le gonne: et voilà! le gambe in bellavista, pronte a scatenarsi, volteggiare e scattare a ritmo di charleston, shimmy, one step, piuttosto che a muoversi sinuose con languidi tango. Sono gli anni in cui incomparabili abiti, ricamati e cortissimi, dalla meravigliosa foggia firmata Poiret, richiedono gambe e calze perfette, caricandosi di un’impareggiabile impronta sensuale. Le calze diventano così sempre più importanti per definire una mise e, al tempo stesso, valorizzare la donna che le indossa nella sua femminilità più autentica. La scelta non deve essere lasciata al caso, ma ponderata in considerazione dell’abito che si va a indossare. Un’importanza tale da indurre un industriale del settore, Pilade Franceschi, a istituire a Milano, in via Manzoni, il Museo Storico della Calza. Nel frattempo, complice il crescente culto estetico dedicato, si rinforzano le parti più soggette a usura (punta, tallone, talvolta anche pianta) e, grazie alla ricerca, la seta artificiale diviene meno lucida. Durante il secondo conflitto mondiale, vista la ristrettezza delle materie prime, le calze di pura seta diventano sempre più rare. Inoltre, data la delicatezza di questo indumento e la facilità con cui si smaglia, ecco svilupparsi la figura della ricamatrice. Le calze di seta assumono così il carattere di un regalo prezioso e ambito, portando le ragazze dell’epoca a guardare con invidia chi le indossa. Finita la guerra, è la rinascita di gambe e calze: nel 1946, l’attrice hollywoodiana Linda Darnell si fa fotografare mentre infila le gambe nelle prime “calze di vetro”, fatte su misura per lei. Betty Grable, invece, sgambetta a tutto spiano e Rita Hayworth diventa un emblema di seduzione ancheggiando e togliendosi i celeberrimi lunghi guanti, lasciando intravedere le gambe attraverso alti spacchi nella gonna. Nonostante questa rinascita, le calze di seta restano un indumento prezioso: 800 lire le 60 aghi, 600 le 54 aghi, considerando che gli stipendi medi sono poche migliaia di lire. Le pubblicità cominciano a dispensare consigli, come, per esempio, il fatto che la calza con la cucitura dia più slancio alla gamba, o a suggerire i colori in considerazione della tavolozza degli abiti. Nel dopoguerra fanno la loro apparizione le calze di nylon, che non possiedono però la carica erotica di quelle in seta. Accanto alle classiche in tinta unita, compaiono quelle a rete, di pizzo, decorate, stampate; calze indemagliabili e autoreggenti; con fili d’oro o d’argento per la sera. Il nylon e le altre fibre artificiali portano a un lento e graduale tramonto delle calze di seta. Tuttavia, il loro potere seduttivo rimane ineguagliabile. Perché come le aveva definite Diana Vreeland, esse rappresentano “il vestito più sensuale per una donna”. 

martedì 18 dicembre 2012

PEOPLE_Schuberth e lo stilista-divo








Nel momento in cui si parla della nascita del made in Italy e della celeberrima sfilata del 12 febbraio 1951 nella Sala Bianca a Firenze, a firma di Giovanni Battista Giorgini, non si può non citare Emilio Federico Schuberth, sarto napoletano che ha affermato e legittimato la moda italiana nella sua ragione d’essere.
Il suo tratto distintivo, lo stesso che rimarca il suo stile, risiede nell’innato senso dello spettacolo e nella sublime conoscenza sartoriale, ereditata dalla scuola napoletana. Muove i suoi primi passi negli anni ’30 presso l’atelier Montorsi, dove si occupa del settore biancheria, ricorrendo all’utilizzo di raffinate combinazioni di seta e merletto. Nel 1938 decide di intraprendere la propria strada, seguendo una vocazione per la moda che diviene sempre più impellente: apre, così, un negozio di modisteria con la giovane moglie, in via Frattina. In men che non si dica le richieste delle sue clienti si moltiplicano a vista d’occhio, complice un sano passaparola, tanto da indurlo a inaugurare un atelier di alta moda in via Lazio. Non è passato nemmeno un anno che si trasferisce in via XX Settembre.
Il suo stile è unico: ama il lusso nel tessuto e nei ricami e possiede un’abilità innata nel mescolare tecniche e materiali. La sua, è una donna classica: vita sottile, busto importante, spalle rotonde, ma, al tempo stesso, anche molto romantica. La moda di Schuberth è fastosa, vi si fondono elementi ottocenteschi e hollywoodiani. Una caratteristica molto apprezzata da regine e star del cinema: celeberrimo e curioso l’aneddoto su Soraya, per la quale – in fuga dalla Persia con lo Scià – aveva preparato, in una sola notte, un guardaroba degno di un’imperatrice, per l’appunto. Cliente fisso è stato anche re Faruk d’Egitto, che ha vestito da Schuberth le sue mogli e le sue amanti. Per Maria Pia di Savoia ha invece realizzato una parte del corredo delle nozze. Ha vestito Brigitte Bardot e Martine Carol. È stato amato dalle soubrette, divenendo l’artefice degli abiti per il “gran finale” delle riviste musicali. Sono suoi gran parte degli abiti di Wanda Osiris, Elena Giusti, Silvana Pampanini, Valentina Cortese, Lucia Bosé, Silvana Mangano e Lorella De Luca. Sono state sue clienti anche Gina Lollobrigida e Sofia Loren.
Nel 1949 sfila a Palazzo Grassi nell’ambito del Festival di Venezia, mentre il suo atelier diviene il luogo privilegiato di frequentazioni di figurinisti e costumisti del calibro di Jon Guida, Costanzi, Pascali, Pellizzoni, Balestra, De Barentzen, Lancetti, Guido Cozzolino, Ata de Amgelis, Folco e Miguel Cruz. Non manca nemmeno il debutto sul grande schermo: nel film Era lui sì, sì di Metz e Marchesi del 1951, impersona se stesso mentre prova un abito all’esordiente Sofia Loren.
Agli eventi mondani, era solito presentarsi seguito da dodici indossatrici vestite con le sue creazioni. Amava sfoggiare gioielli, non tanto per esibizionismo quanto per calamitare l’attenzione dei media. Ha partecipato al popolare programma televisivo Il Musichiere sia come costumista che come protagonista, cantando Donna, cosa si fa per te.
Eclettico al punto giusto per non disdegnare ogni forma d’arte, nel 1957 rafforza la sua vocazione per la moda, siglando per il mercato americano e tedesco un accordo con Delia Biagiotti, madre della nota stilista Laura, per l’esportazione dei suoi modelli pronti.
Sensibile alla moda in tutte le sue forme d’espressione, decide di declinarla anche in inconfondibili note olfattive, firmando il profumo Schu-Schu, la cui campagna pubblicitaria porta la firma dell’indimenticabile René Gruau.
Nel 2011, nell’ambito della 67esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il docufilm fuori concorso “Schuberth – L’atelier della dolce vita” a firma del regista Antonello Sarno ne celebra l’estro e la grandezza, mostrandolo come uno dei personaggi chiave della storia della moda italiana, antesignano delle più contemporanee accezioni di stile.