lunedì 21 luglio 2014

STYLE_Lucky Lusyano®: Be Lucky, wear Lusyano




Una deliziosa scatoletta giocata sulle nuance dell’écru e del blu, chiusa da un nastro in gros-grain: già il pack prelude al meglio. Un’esperienza sensoriale, che prosegue con l’apertura della stessa e la scoperta di un delizioso papillon della linea Hawaiian-Tai, realizzato in una meravigliosa seta italiana a stampa floreale e accompagnato da un biglietto informativo che recita “Ogni singolo papillon è accuratamente fatto a mano dal nostro selezionato team di sarti presso il nostro studio in Italia. Il nostro vasto portafolio è realizzato in-house e disponibile sul nostro sito web luckylusyano.com e in selezionate boutique nel mondo”. A chiosa, Be Lucky, Wear Lusyano. E se lucky dobbiamo essere, con questi papillons sicuramente riusciremo nell’intento. Tripudio di artigianalità, senso dello stile e raffinatezza, le creazioni Lucky Lusyano® racchiudono quello spirito di italianità tanto idolatrato in tutto il mondo: qualità delle materie prime, cura dei dettagli, artigianalità delle lavorazioni sono i cardini su cui si fonda l’attività di questo brand sempre più proiettato in un’ottica prospettica nel sano ed autentico recupero della tradizione passata. Sense of humor e style si mixano sapientemente in questi deliziosi papillons, dando vita a creazioni uniche, ironiche ma eleganti al tempo stesso, valide alleate per siglare le cifre del ben gusto e dar vita a mise inconfondibili. Il tutto senza ostentare, perché i papillons Lucky Lusyano® splendono di luce propria, vantando inimitabili requisiti stilistici e produttivi.
Un nome, quello di Lucky Lusyano, che affonda le sue origini in un passato leggendario. Nato nel periodo medievale del XIV secolo durante il carnevale Siciliano, Lusyano divenne famoso per due principali motivi: la passione per i papillons fatti a mano e il grande amore per Ysuig, conosciuta durante la sua permanenza in Estremo Oriente. La donna, una nota sarta dell’epoca, apprese da Lusyano l’arte del cucire a mano, iniziando, così, a disegnare e realizzare modelli di papillons, divenuti, in men che non si dica, vere e proprie opere d’arte apprezzate in tutto il mondo. Un legame coronato dal matrimonio dei due e tanto forte da spingere Lusyano ad attribuirsi l’appellativo Lucky.
Oggi come allora, i papillons Lucky Lusyano sono realizzati interamente a mano in Italia, dove vengono selezionate anche le materie prime, prediligendone, ça va sans dire, qualità e pregio. Un passaggio tanto dettagliato quanto fondamentale per la realizzazione di un original Lucky Lusyano è l’abbinamento dei tessuti, da effettuarsi con criterio e oculatezza al fine di individuare gli accostamenti migliori e più congeniali a soddisfare le esigenze di una clientela sofisticata. Da un simile processo di ricerca e sperimentazione, dove nulla è lasciato al caso, bensì è frutto di studi e applicazioni continui, nascono tre collezioni - Classic, Unique e Luxury – in grado di rispondere anche alle richieste più stravaganti. Tutto ha inizio con la realizzazione di un carta modello: una volta approvato, si passa alla definizione di materiali, ricami e dettagli e, successivamente, al processo di “imbastitura”. A corollario, la rifinitura con il cinturino con chiusura Velcro®, studiato per offrire una soluzione di chiusura semplice ma raffinata e di cui Lucky Lusyano® è pioniere da sempre.
Numerosi di modelli tra cui scegliere, passando da creazioni più minimal ad altre più estrose, sempre e comunque nel segno dell’eccellenza e dell’unicità: 1790 Revolution, 1920’s New York, Crazy Jungle, Hawaiian-Tai, Jeans Lusyano, Monte Carlo Gala solo per citarne qualcuno. Nomi che evocano universi, invitando a un’innocente evasione, armati di un’eleganza senza eguali. E quindi via libera a questo magico viaggio, sulle ali di un papillon alla volta di lidi sconosciuti, in bilico tra leggenda e realtà. Con un unico e inconfutabile principio: per essere Lucky, bisogna indossare Lusyano.


venerdì 18 luglio 2014

ABOUT_Welcome to NY Monsieur Dior!








Christian Dior e gli Stati Uniti sono legati da una storia di passione reciproca, che nasce insieme alla Maison e che da allora non si è mai interrotta. Questa storia comincia con un colpo di fulmine: quello dell’americana Carmel Snow, caporedattrice del celebre magazine Harper's Bazaar, che assiste alla prima sfilata di Christian Dior il 12 febbraio 1947. Assolutamente entusiasta esclama “It’s quite a revolution, dear Christian! Your dresses are wonderful, they have such a new look!”. Ben presto questa dichiarazione appassionata farà il giro dell’America: il New Look è sulla bocca di tutti e non tarderà a contagiare tutte le donne. Nel settembre 1947, pochi mesi dopo il successo della sua prima sfilata, Christian Dior è il primo francese a ricevere un Oscar della moda a Dallas conferitogli dai grandi magazzini Neiman Marcus. Per ritirare il premio, il couturier si imbarca sulla Queen Elizabeth  per un viaggio attraverso gli Stati Uniti, da New York a Los Angeles, passando per San Francisco, Chicago, Boston, Washington. Una storia che continua nei decenni, anche molto tempo dopo la scomparsa dello stilista fondatore. Tutta Hollywood è innamorata delle creazioni della Maison: Grace Kelly, Marilyn Monroe, Marlene Dietrich e Elizabeth Taylor ieri, Natalie Portman, Charlize Theron o Jennifer Lawrence oggi.

Un legame, quello di Dior con gli Stati Uniti, emblematico per l’evoluzione della Maison. Le star del cinema fanno risplendere l’elegante femminilità delle silhouette del couturier sul set, in città e sui red carpet di tutto il mondo. Ma è soprattutto New York il fulcro di questa liaison appassionata. “New York mi è diventata familiare quasi quanto Parigi “, scriveva Christian Dior nella sua autobiografia. Ed è proprio in questa città che la Maison ha aperto il suo flagship store americano, al pianterreno di una torre di vetro illuminata da un’enorme silhouette New Look. Ed è sempre a New York che hanno sfilato due collezioni croisière della Maison, nel 2006 e nel 2008. E lì, ancora, che la Maison ha riaffermato il suo legame con l’arte contemporanea partecipando come maggior mecenate al gala annuale del museo Guggenheim di New York, nel novembre 2013. Ed è lì, infine, che lo scorso marzo il prestigioso Council of Fashion Designers of America ha attribuito a Raf Simons il premio internazionale per il lavoro svolto chez Dior. Ed è sempre lì, dulcis in fundo, che presentando la sua collezione croisière 2015, la Maison ha scritto una nuova pagina della storia d’amore che da sempre la lega agli Stati Uniti.

mercoledì 16 luglio 2014

ART & CULTURE_Palazzo della Ragione Milano


Cosa succede se Comune di Milano, Civita, Contrasto e GAmm Giunti mettono insieme le loro forze nel perseguimento di un ambizioso progetto culturale? Poco vi è da dirsi se non che nasce uno spazio espositivo permanente e interamente dedicato alla fotografia, allestito presso gli ambienti duecenteschi di Palazzo della Ragione in Piazza dei Mercanti. Palazzo della Ragione Fotografia – così si chiama il progetto – presenterà al pubblico di estimatori, cultori e appassionati grandi mostre e suggestivi allestimenti. Già in questi mesi è visitabile (sino al 2 novembre) Genesi, viaggio immaginifico attorno al mondo e immersi nella natura di Sebastião Salgado.

Dopo questa eccezionale apertura, il programma espositivo continuerà con altre importantissime esposizioni che faranno di Palazzo della Ragione un nuovo riferimento culturale per la città, luogo di socialità, incontro e confronto.
Fine Novembre 2014-Aprile 2015: William Klein, ABC
La mostra, già presentata in parte alla Tate Modern di Londra e al FOAM di Amsterdam, è una fantastica retrospettiva che racchiude il lavoro dell’eclettico William Klein, non solo fotografo, ma anche artista, cineasta, designer e scrittore. Si tratta di una grande esposizione che riempirà gli spazi di Palazzo della Ragione con un impianto speciale e rinnovato di nuova produzione, creato per l’occasione attraverso un ricco allestimento multimediale.
Fine Novembre 2014-Aprile 2015: Walter Bonatti, Nei grandi spazi

Walter Bonatti (Bergamo 1930-Roma 2011) negli anni è riuscito a conquistarsi un privilegio raro: la possibilità di vivere due vite. Dopo la stagione di scalate, che lo hanno reso uno dei protagonisti della storia dell’alpinismo, ha deciso di cambiare i suoi orizzonti e mettersi in cammino alla volta delle regioni più lontane e affascinanti del pianeta dimostrando con il suo esempio, le sue parole e soprattutto le sue immagini come l’uomo sia parte della natura. I suoi reportage fotografici lo hanno fatto diventare un mito del nostro tempo, e un riferimento assoluto anche per i giovani di una vita vissuta in armonia.
In un montaggio innovativo di testi, oggetti e immagini, la mostra ricostruisce lo spirito e il senso di un’esperienza così particolare come quella di Walter Bonatti: cosa significhi percorrere e “abitare” i grandi spazi.
Maggio 2015-Settembre 2015: Grand Tour ITALIA. Viaggio nel nostro paese attraverso 80 anni di grandi fotografie
L’Italia è sempre stata una delle destinazioni preferite dai fotografi. La loro ricerca si è concentrata sulla bellezza tipica dell’Italia, sul nostro modo di vivere, sull’umanità dei cittadini del nostro paese, sui drammi e le particolarità della nostra storia e dei personaggi che l’hanno tracciata. Grand Tour Italia vuole esplorare questo bagaglio prezioso di immagini, esperienze e visioni con una serie di proposte espositive che raccoglieranno e presenteranno al pubblico il lavoro collettivo di quei fotografi che, in momenti diversi, e con sensibilità individuale, hanno colto gli aspetti principali della vita del nostro Paese.
Ottobre 2015: 
Edward Burtynsky, Watermark
Edward Burtynsky è uno tra i più conosciuti ed apprezzati fotografi canadesi. Nato nel 1955 da famiglia ucraina a St. Catharines (Ontario), lo stesso artista riconoscerà come decisivo per la sua formazione la presenza, nei luoghi della sua città natale, degli impianti della General Motors, che contribuiranno ad orientare Burtynsky verso una personalissima indagine del rapporto fra natura ed industria. Le sue opere sono incluse in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.
Il progetto WATERMARK - certamente il più ambizioso e significativo fra quelli sino ad ora realizzati da Burtynsky - documenta la portata e l’impatto della produzione e consumazione delle risorse idriche nel mondo. Le fotografie, scattate in 10 diversi paesi e per lo più “dall’alto” (aereo o elicottero), mirano a stimolare riflessioni intorno alla, spesso sottovaluta, importanza e centralità dell’acqua per l’uomo e per la terra, che emerge con particolare forza in quelle non rare immagini dove l’acqua è in realtà assente, grazie al suggestivo effetto prodotto dalla sua mancanza.
La mostra si inserisce all’interno del Festival dell’Acqua, promosso da Federutility, che per l’edizione 2015 sarà ospitato all’interno dei padiglioni di Expo 2015.
Novembre 2015- Febbraio 2016: James Nachtwey, Pietas

James Nachtwey è considerato universalmente l’erede di Robert Capa: la sua lista di riconoscimenti include i maggiori premi a livello internazionale - e non solo di fotografia. Nachtwey è l’epico testimone delle crudezze della guerra, l’unico fotografo cui la rivista Time ha dedicato un servizio di copertina con testi e immagini tutte sue. Pietas è una mostra-installazione dove luce e tenebra si alternano in una danza quasi infinita.
La mostra sarà l’occasione per conoscere e apprezzare il lavoro di un grande narratore visivo del nostro tempo e allo stesso tempo riflettere sul nostro tribolato “tempo di guerra”.

Palazzo della Ragione Fotografia
Piazza dei Mercanti
Milano

martedì 15 luglio 2014

STYLE_La marinière








Si è soliti pensare alla moda come al mondo dell’effimero. Tuttavia, vi sono oggetti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del costume; creazioni che hanno rivoluzionato il senso dello stile e nei quali si riflettono i cambiamenti della società. Capi ai quali ogni stilista ha dovuto inevitabilmente guardare, citandoli, rielaborandoli o riproponendoli.
Tra questi, a ragion veduta si può annoverare la marinière, la maglia bianca a righe blu, con le maniche a tre quarti e lo scollo a barchetta: un must nel guardaroba dei cugini e delle cugine d’Oltralpe, complice la lungimiranza di Mademoiselle Coco Chanel alla quale va il plauso di aver sottratto dall’universo dell’abbigliamento maschile – e in particolare, dagli abiti da lavoro – stimoli e intuizioni che, con qualche aggiustamento, si sono rivelati nel tempo (e ancora oggi) insostituibili alleati nella definizione di un nuovo ideale di femminilità ed eleganza.
Correvano i primi del ‘900: si tratta dell’epoca in cui le località di mare sono travolte da un boom turistico senza precedenti. Da quelle del Nord e dell’Ovest, affacciate sull’Oceano Atlantico, a quelle della Costa Azzurra, che si specchiano nel mar Mediterraneo, si tratta delle mete più ambite dalla borghesia cittadina che aveva imparato a conoscerle scappando dalle città bombardate. Saint Tropez e Biarritz sono le località balneari più chic: ben presto diventano la via di fuga preferita dalle parigine snob. Chanel è tra queste, ma, a differenza loro, non si limita a godere il relax di un dolce far niente. A Deauville nella bassa Normandia, nel 1913, apre la sua prima boutique fuori dalla capitale. A Parigi Mademoiselle si era già fatta un nome grazie ai suoi originalissimi cappellini e a un certo giro di clienti che la seguono anche quando nella boutique di Rue Gontaut-Biron, tra il Gran Casinò e il lussuoso Hotel Normandie, inizia a proporre una moda comoda, sportiva, adatta a donne dinamiche e anticonvenzionali. Una moda che strizza l’occhio alle mise dei marinai che lavorano al porto, ritenute da Coco estremamente chic. È così che la maglia a righe, nel 1917, entra di diritto fra i capi più riconoscibili dello stile Chanel: un capo attorno al quale si declina uno sfaccettato look navy. Negli anni la stessa Chanel indosserà la marinière, abbinandola a pantaloni morbidi e scarpe basse.
Tuttavia, quando la stilista la fa diventare il lessico di una nuova eleganza, la maglia bretone vanta di diritto una storia pluridecennale. È datato 27 marzo 1858 il decreto che introduce e codifica l’uso della singolare uniforme da parte dei marinai francesi in Bretagna. Realizzata in maglia di lana o di cotone, la particolare divisa deve essere bianca e decorata esattamente con 21 righe orizzontali blu, dello spessore inferiore ai due centimetri: un numero non casuale, bensì corrispondente alle vittorie di Napoleone. Da capo con finalità meramente pratica e con una connotazione di classe ben precisa, a icona di stile per intere generazioni. Da Jean Seberg a Pablo Picasso, la marinière diviene il capo simbolo del mondo della cultura. Indossata da Patti Smith e dalle giovani e spregiudicate attrici della Nouvelle Vague, così come da Jeanne Moreau e Andy Warhol, che la impone ai frequentatori della sua factory, a cominciare dalla glamourissima Edie Sedgwick. Anche l’ex enfant prodige della couture francese – Jean-Paul Gaultier – non sa resistere al suo fascino e se ne appropria, trasformandola in un marchio di fabbrica del suo inconfondibile stile al punto da utilizzarla per firmare il pack del popolarissimo profumo Le Male, lanciato nel 1994: un ponderoso torso maschile sul quale è stilizzata una maglia bretone.

Ma la marinère incanta anche la settima arte. È indossata, infatti, da Tadzio in “Morte a Venezia” di Luchino Visconti e Brad Davis in “Querelle de Brest” di Rainer Werner Fassbinder. Un cerchio che si chiude, comprendendo nei suoi meandri ogni forma di espressione artistica. A dimostrazione – e validazione – che la moda ha sempre afferito con successo e inequivocabile significato il mondo che ci circonda.