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martedì 12 luglio 2016

ABOUT_Harper's Bazaar



Parlando di Vogue (http://anitapezzotta.blogspot.it/2016/07/aboutvogue.html) il ricordo non può non correre allo storico concorrente Harper’s Bazaar, nell’evocazione sincretica di un momento fondamentale della moda e in particolare quello in cui si sta affermando e diffondendo presso il grande pubblico e alle riviste è lasciato il compito di rivolgersi ad esso per coinvolgerlo in questo meraviglioso mondo, fatto di storia e socialità prima ancora che di abiti e accessori. Pagina dopo pagina è l’affermarsi dello stile delle divere epoche, complici la magistrale fotografia di artisti passati alla storia, volti di bellissime modelle che faranno da spartiacque all’avvento delle top e strepitose creazioni da indossare, nate dall’estro visionario di stilisti pronti a testimoniare la cultura di quel determinato momento storico in cui si trovavano.
Due gli attori editoriali primariamente coinvolti nel racconto - illustrato per immagini e romanzato per testi - della moda e della sua evoluzione: Vogue e Harper’s Bazaar.
Quest’ultimo, nato nel 1867 dall’inventiva di Fletcher Harper come settimanale, è stato l’acerrimo concorrente del primo, a cui spesso ha sottratto le forze migliori, come, per esempio, il fotografo De Meyer e la giornalista Carmel Snow chiamata nel 1932 a fare la direttrice (a lei il merito, nel 1946, di battezzare con l’appellativo New Look la prima collezione di Christian Dior).
Nel 1901, complici i numerosi problemi di edizione e vendita, assume carattere mensile. Un accorgimento che non ha però portato grandi novità e non ha risollevato le casse della testata, tanto che nel 1913 viene acquistata da William Randolph Hearst, noto e florido editore. Il neoproprietario sin da subito contrappone in modo netto il mensile a Vogue, praticando una politica d’ingaggi, d’esclusive (come, per esempio, un contratto decennale all’illustratore Erté), di grandi firme. Nel 1929, Hearst modifica leggermente il nome della rivista, aggiungendo una seconda “a” al finale di Bazar. È l’inizio dell’ascesa nel mondo editoriale di moda: un successo decretato e autenticato, quale mese dopo, dalla rivoluzione grafica studiata da Alexy Brodovitch, dal suo fiuto per i talenti della fotografia - da Man Ray a Martin Munkacsi a Richard Avedon – che scopriva e lanciava sulla scena internazionale nonché dalla sua passione per l’arte a tuttotondo che l’ha portato a collaborare con personaggi del calibro di Jean Cocteau, Salvador Dalì e Marc Chagall.
Una realtà complessa e articolata, alla quale va riconosciuto il plauso d’aver testimoniato, con precisione quasi didascalica e pedagogica, l’evoluzione del costume e dello stile: nelle sue retroguardie si sono succedute personalità quali Diana Vreeland, icona e avanguardia dell’eleganza, e fotografi dalla visionaria creatività come Bob Richardson e Irving Penn. L’ultima grande direttrice è stata Liz Tilberis, scomparsa nel 1999. Nel maggio 2001, Glenda Bailey diventa responsabile editoriale del magazine, forte del suo passato in Italia come designer e reduce dall’edizione americana di Marie Claire, trasformata in cinque anni nella rivista di moda più venduta in America: il primato dell’incremento più rapido di diffusione. Nel giugno 2002, invece, Stephen Gan, collaboratore di Harper’s Bazaar, ritira il Fashion Award per la categoria Creative Visionary. La testata ha diverse edizioni straniere – per la precisione 18 – tante quanti sono i Paesi in cui è pubblicata.
Ancora una volta, si tratta di quell’ideale connubio tra moda e società, tra costume e cultura: un’unione trionfante, che vanta e custodisce segreti punti di contatto, fondamentali per leggere una dimensione nell’immagine dell’altra, nella sua essenza così come nelle sue trasformazioni. Due facce della stessa medaglia con cui spiegare lo scorrere del tempo nella sua sfumatura più subliminale e appena sussurrata: le tendenze estetiche quali istanze valoriali, portavoce di un insieme di significati e interpretazioni volte a offrire uno spaccato quanto più aderente alla realtà che vanno a rappresentare sotto forma illustrata.

lunedì 11 luglio 2016

ABOUT_Vogue



Dici Vogue e ti si apre un mondo fatto di moda e stile, che passa dalle tendenze all’arte all’attualità, investendo la cultura a tuttotondo, curato in tutti quei dettagli che denotino una vocazione naturale alla resa figurata di qualsivoglia espressione del pensiero. Pagina dopo pagina, si disvela un universo, intricato nella sua essenza e per nulla scontato; una realtà tutta da esplorare, ricca di contenuti e stimoli, strutturata in fatti, personaggi e azioni.
Nella sua natura di periodico americano di moda, viene fondato nel 1892 in America da Arthur B. Turnure. Nel 1909 viene acquistato da Condé William Nast, figlio di un celebre cartoonist statunitense: un passo decisivo per la rivista, che ne segna la storia, ponendolo come il più autorevole rotocalco di moda del mondo.
Complice la collaborazione fervida e assidua della giornalista Edna Woolman Chase, in forza a Vogue dal 1895 al 1957, Nast, ribattezzato in seguito “mercante di sogni”, si è avvalso dei degli artisti più prestigiosi, tra cui svetta Salvador Dalì, più famosi illustratori dell’epoca, quali Lepape, Marcel Vertés e Eduardo Garcia Benito, nonché degli scrittori più affermati. Anche se, tuttavia, è sempre stata la fotografia la sua vera passione, tanto da essere tra i primi a considerarla come una vera e propria espressione artistica, autentica nella forma così come nei contenuti. A lui il merito d’aver persuaso Cecil Beaton - entrato nella famiglia Vogue come disegnatore – a lanciarsi nel mondo della fotografia, così come d’aver convinto Edward Steichen ad abbandonare la pittura per dedicare appieno il proprio talento alla resa dell’obiettivo. Condé Nast era un uomo intreprendnete e determinato, che amava creare una sorta d’esclusività con quanti collaboravano alla sua rivista. Era ben noto, infatti, per il fatto che fosse solito creare un legame molto forte, quasi possessivo, con i propri collaboratori, al punto che, quando questi ultimi passavano alla concorrenza, ne rimaneva alquanto contrariato. Un esempio lampante in tal senso è quello rappresentato da Adolphe de Mayer, uno dei primi grandi fotografi degli anni ’20, quando era stato assunto da Harper’s Bazaar, lo storico periodico concorrente di Randolph Hearst. Anche se il dolore maggiore, con ogni probabilità, è stato quello procurato da Carmel Snow, la sua insostituibile redattrice, quando era divenuta direttrice della testata rivale.
Vogue ha immortalato nel tempo le evoluzioni della moda e del costume, sia a livello meramente estetico che sociale, creando un instancabile parallelismo tra queste due caratteristiche apparentemente in combutta, ma in realtà profondamente legate. Ribattezzato a ragion veduta la “Bibbia dello stile”, si è posto come punto di riferimento a livello mondiale nel dettare tendenze: un capo apparso sulle pagine patinate di Vogue, era - ed è - destinato a divenire senza ombra di dubbio un irrinunciabile oggetto del desiderio, in grado di segnare in modo inconfondibile la moda di un’epoca.

Scatto dopo scatto, nelle sue pagine si sono avvicendati i migliori fotografi del mondo, che, con la loro cifra stilistica, hanno illustrato lo stile di oltre un secolo: da Man Ray a George Hoyningen-Huene, da Horst a Jacques-Henri Lartigue. Una caratteristica che è rimasta sempre in capo al gruppo editoriale anche dopo il dissesto proprietario provocato dalla crisi del 1929 e dopo la morte di Nast nel 1942, con il passaggio di proprietà alla famiglia Newhouse. La finalità di Vogue è sempre rimasta la medesima nel tempo, inalterata nel suo spirito: rappresentare la moda attraverso un occhio privilegiato, che contempli la cultura abbracciandone le sue più svariate forme espressive. Un punto di vista multisfaccettato, volto a offrire uno sguardo il più esaustivo possibile sulle evoluzioni della società, testimoniate, in prima istanza, da sincronici - quanto sintomatici - cambiamenti delle tendenze. Oggi come allora, la testata lavora in questa direzione, contando 19 edizioni in altrettanti Paesi (la versione italiana è stata creata nel 1965, sulle orme di una già esistente rivista chiamata Novità). Il suo livello di qualità e prestigio è sempre rimasto invariato nella sua più autentica essenzialità, mantenendo fede e rispetto ai principi di Condé Nast nella resa illustrata di oltre un secolo di storia di moda ed eleganza.

venerdì 30 ottobre 2015

BOOK_Diana Vreeland: The Modern Woman


"Parte del mio successo come giornalista è dovuto alla mia audacia: non ho mai temuto di raccontare un evento, un fatto, un'atmosfera. Mi sono sempre immedesimata nel lettore finale. Era il mio lavoro. Credo di avere avuto sempre una visione chiara di cosa faceva piacere ai lettori: dare loro quello che... non sapevano di volere."
Nel 1936 Carmel Snow, direttore di Harper's Bazaar prese una decisione che cambiò per sempre la moda quando chiese a Diana Vreeland di entrare nella sua rivista. Diana Vreeland inaugurò la celebre rubrica "Perché no..?" E nel 1939, venne nominata la prima (ed unica) redattrice di moda del giornale - perché, come diceva spesso Richard Avedon, la Vreeland "inventava" la moda. Il libro Diana Vreeland: The Modern Woman documenta tre decenni di Bazaar, divisi anno per anno. Ogni sezione si apre con tutte le dodici copertine della rivista seguite da una selezione di immagini che testimoniano la visione innovativa di Diana Vreeland e i suoi continui lavori con celebri fotografi come Richard Avedon, Louise Dahl-Wolfe, Lillian Bassman, Martin Munkacsi e George Hoyningen- Huene.
Questa monografia permette di vedere come lo sguardo attento di Diana Vreeland e la sua collaborazione con Carmel Snow e Alexey Brodovitch, il leggendario direttore artistico di Harpers' Bazaar, abbiano cambiato l'immagine della donna moderna americana del ventesimo secolo. Con oltre 300 pagine e i commenti di sei tra i maggiori fashion leaders della moda di oggi, il volume Diana Vreeland: The Modern Woman ci racconta Diana Vreeland, un' icona senza tempo, fonte di ispirazione continua.

Diana Vreeland: The Modern Woman
The Bazaar Years 1936 – 1962
a cura di Alexander Vreeland, testi di Bruce Weber, Glenda Bailey, Edward Enninful, Tonne Goodman, Inez van Lamsweerde e Stefano Tonchi
300 ill colori e b/n, 304 pagine, copertina rigida, testi in inglese

Rizzoli International, Ottobre 2015

€ 65.00 

venerdì 18 luglio 2014

ABOUT_Welcome to NY Monsieur Dior!








Christian Dior e gli Stati Uniti sono legati da una storia di passione reciproca, che nasce insieme alla Maison e che da allora non si è mai interrotta. Questa storia comincia con un colpo di fulmine: quello dell’americana Carmel Snow, caporedattrice del celebre magazine Harper's Bazaar, che assiste alla prima sfilata di Christian Dior il 12 febbraio 1947. Assolutamente entusiasta esclama “It’s quite a revolution, dear Christian! Your dresses are wonderful, they have such a new look!”. Ben presto questa dichiarazione appassionata farà il giro dell’America: il New Look è sulla bocca di tutti e non tarderà a contagiare tutte le donne. Nel settembre 1947, pochi mesi dopo il successo della sua prima sfilata, Christian Dior è il primo francese a ricevere un Oscar della moda a Dallas conferitogli dai grandi magazzini Neiman Marcus. Per ritirare il premio, il couturier si imbarca sulla Queen Elizabeth  per un viaggio attraverso gli Stati Uniti, da New York a Los Angeles, passando per San Francisco, Chicago, Boston, Washington. Una storia che continua nei decenni, anche molto tempo dopo la scomparsa dello stilista fondatore. Tutta Hollywood è innamorata delle creazioni della Maison: Grace Kelly, Marilyn Monroe, Marlene Dietrich e Elizabeth Taylor ieri, Natalie Portman, Charlize Theron o Jennifer Lawrence oggi.

Un legame, quello di Dior con gli Stati Uniti, emblematico per l’evoluzione della Maison. Le star del cinema fanno risplendere l’elegante femminilità delle silhouette del couturier sul set, in città e sui red carpet di tutto il mondo. Ma è soprattutto New York il fulcro di questa liaison appassionata. “New York mi è diventata familiare quasi quanto Parigi “, scriveva Christian Dior nella sua autobiografia. Ed è proprio in questa città che la Maison ha aperto il suo flagship store americano, al pianterreno di una torre di vetro illuminata da un’enorme silhouette New Look. Ed è sempre a New York che hanno sfilato due collezioni croisière della Maison, nel 2006 e nel 2008. E lì, ancora, che la Maison ha riaffermato il suo legame con l’arte contemporanea partecipando come maggior mecenate al gala annuale del museo Guggenheim di New York, nel novembre 2013. Ed è lì, infine, che lo scorso marzo il prestigioso Council of Fashion Designers of America ha attribuito a Raf Simons il premio internazionale per il lavoro svolto chez Dior. Ed è sempre lì, dulcis in fundo, che presentando la sua collezione croisière 2015, la Maison ha scritto una nuova pagina della storia d’amore che da sempre la lega agli Stati Uniti.

mercoledì 19 febbraio 2014

ART & CULTURE_Blumenfeld Studio – New York 1941-1960














Erwin Blumenfeld approda alla Galleria Carla Sozzani con la mostra “Blumefeld Studio – New York 1941-1960”, incentrata sui lavori realizzati nello studio di Central Park a New York durante la Seconda Guerra Mondiale e i successivi anni del boom economico: dalla fotografia di moda alle campagne pubblicitarie, dai ritratti di personalità, ai manifesti della propaganda, fino ai lavori sperimentali che oggi sono stati riconosciuti come significativi e determinanti per lo sviluppo della fotografia contemporanea. Curata da Nadia Blumenfeld Charbit, François Cheval e Ute Eskildsen e originariamente concepita per il Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, in Francia, la mostra presenta oltre un centinaio di stampe perfettamente restaurate nei colori, riviste originali e alcuni ritagli di pubblicazioni storiche.
Erwin Blumenfeld è tra le figure più influenti e innovative della fotografia del ventesimo secolo. Un artista con una percezione dell’arte, della moda, della pubblicità unica nel suo genere, caratterizzata da una continua sperimentazione.
 Se la biografia europea di Erwin Blumenfeld è nota – l’origine ebraica, il suo soggiorno ad Amsterdam, l'esperienza delle avant-gardes parigine – poco si conosce del suo periodo americano e del suo studio di New York.
Dopo essere fuggito dalla Francia occupata nel 1941 e stabilitosi a New York, Blumenfeld inizia immediatamente a lavorare per la rivista Harper’s Bazaar e collabora con Carmel Snow e Diana Vreeland alla realizzazione di servizi di moda.
È proprio in questo clima di crescita economica e con una stampa in piena espansione, che il lavoro creativo, provocatorio e personale di Blumenfeld fiorisce. Dopo soli tre anni negli Stati Uniti, è già uno dei più famosi e ben pagati fotografi del settore, così lo definisce il New York Times "una guida eccezionale dell’immaginario fotografico”.
La sua collaborazione con Vogue e con l’allora direttore Alexander Liberman, durata 15 anni, segna il culmine della sua carriera in America. Realizza oltre cinquanta copertine per Vogue US tra cui i ritratti di modelle famose e donne dell'alta società del tempo, Babe Paley, Dovima, Jean Patchett e Carmen Dell'Orefice. Negli stessi anni lavora regolarmente con altre riviste americane come Life Magazine e Cosmopolitan (per la quale ritrae Grace Kelly nel 1955); inoltre realizza importanti campagne pubblicitarie per alcuni clienti, tra cui Dior, Elizabeth Arden, Max Factor, L'Oréal e Helena Rubenstein.
Profondamente inventivo, sperimentatore e spesso in opposizione ai codici convenzionali, Blumenfeld sviluppa uno stile proprio, utilizzando il fotomontaggio, la solarizzazione, le diapositive a colori e un’infinità di tecniche ibride.
Fin dall'inizio è influenzato dall'idea della fotografia come arte. Volendo essere considerato come un artista d'avanguardia piuttosto che come un fotografo di moda, introduce un’“arte di contrabbando” nei progetti commerciali. Blumenfeld, infatti, traeva spesso ispirazione dalla storia dell'arte, dal suo interesse per la grafica, e trovava il modo di citare i grandi pittori, ad esempio reinterpretando con un tocco di modernità l’opera di Vermeer La ragazza con l'orecchino di perla per Vogue US o rifacendosi all’opera di Manet Bar des Folies Bergères per un servizio pubblicato su Harper’s Bazaar nel 1941.

Blumenfeld Studio – New York, 1941-1960
Fino al 30 marzo 2014
Orari: tutti i giorni, ore 10.30 – 19.30; mercoledì e giovedì, ore 10.30 – 21.00
Mostra co-prodotta dal Museo Nicéphore Niépce, Chalon-sur-Saône e dal Museo Folkwang, Essen
Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, Milano; tel. 02.65353