venerdì 8 febbraio 2013

ABOUT_L'arte di fare il nodo




Il nodo, punto focale della cravatta, è frutto di una creazione personale, di un gesto quotidiano che, seppur compiuto attenendosi ad un preciso schema, origina ogni volta una cravatta unica ma identica a se stessa nella sua essenza di accessorio per antonomasia nell’abbigliamento maschile. 

Attraverso il modo di annodare la cravatta l'uomo manifesta, seppur involontariamente, la sua personalità. Ma non solo…ogni nodo, infatti, ha il proprio nome e la propria storia. Durante il secolo scorso, diviene talmente importante da stampare piccoli trattati, nei quali si disserta dei vari modi di annodare la cravatta. La storia narra che Il gesto di annodare personalmente la cravatta è sempre stato tenuto in gran considerazione fin dagli albori dell’approdo della cravatta nelle abitudini vestimentarie di un gentleman che si rispetti. Luigi XIV, per esempio, amava annodare di persona la propria cravatta, scegliendola tra quelle che ogni mattina il cravatier gli porgeva su un vassoio. 
Anche Lord Brummel, il gentiluomo inglese al quale va attribuito il nuovo modo di concepire l'eleganza maschile, ogni mattina si dedicava con estrema perizia ad annodare personalmente la cravatta e se il nodo non gli riusciva alla perfezione al primo tentativo, era solito buttar via la cravatta utilizzata e prenderne un'altra, fino a quando il nodo non gli sembrava fatto a regola d’arte.

Il nodo più diffuso oggigiorno è comparso nella seconda metà dell'800 ed ha cominciato ad aver successo quando il colletto rigido fu sostituito da quello morbido. 
Probabilmente, è stato utilizzato dapprima negli ambienti sportivi, quasi sicuramente a Londra dai frequentatori del "four in hand club" che si divertivano a lanciare nuove mode. Forse proprio lì è nata l'idea di annodare le cravatte come le briglie del tiro a quattro, da cui il nome di nodo "four in hand" (tiro a quattro). 
In Francia, questo stesso tipo di nodo, ha preso il nome di régate, poiché era usato soprattutto da coloro che partecipavano alle gare veliche. Un appellativo a cui ben si presta, dal momento che, altro non è, se non una variante di un nodo molto comune in mare, il parlato, usato spesso per gli ormeggi provvisori. 
L'origine sportiva del nodo, inoltre, sarebbe più che verosimile dato che nel secolo scorso, anche quando si praticava sport, bisognava indossare la cravatta: pertanto, soprattutto in questo ambiente, si era alla ricerca di nuovi modi di annodare, secondo soluzioni il più possibile pratiche e durature.
Con il passare degli anni e delle mode, i nodi si sono moltiplicati, diventando, alle volte, vere e proprie pratiche di disinvoltura manuale, da realizzarsi con un’abile maestria dei gesti. In particolare, 
ogni nodo è frutto di una piccola invenzione compiuta da personaggi più o meno famosi, in una tale varietà di nodi esistenti. Dire quale sia migliore di un altro è un’ardua decisione, piuttosto si può affermare con certezza che ve ne sono alcuni che hanno più personalità di altri.

Nodo americano
"L'Americano" è un nodo consistente, adatto alle cravatte larghe ed imbottite. Gli americani avevano accolto con favore l'avvento della cravatta larga ed il primo personaggio celebre che l'aveva adottata è stato Nixon, imitato poi da Ford e da Carter. Mentre negli Stati Uniti "l'Americano" viene eseguito quasi esclusivamente su cravatte larghe, in Europa lo si adopera con cravatte di ogni tipo. Risalta maggiormente se si portano camicie “botton down”, cioè dal colletto fermato da due bottoncini.

Nodo bluff
Il "Bluff" è forse il più comune degli Ascot montati. È di dimensioni maggiori rispetto all'Ascot regolare e sarebbe quindi più complicato da preparare a mano. Apparentemente manca il nodo che in realtà è nascosto dalle gambe mantenute lievemente sollevate da una cucitura ed incrociate.
La cravatta montata è una cravatta artificiale, posticcia, un puro espediente che da una vita ad una cravatta già annodata, il cui nodo è cucito.

Nodo classico
Le varianti dei nodi di papillon sono di competenza di pochi specialisti. Ad un occhio esperto fiocchi e nastri non sembrano cambiare di molto. Ciò che cambia è la natura stessa del papillon che viene annodato ogni volta in modo diverso: questo crea sottili differenze, quasi impercettibili.
Il "Classico" è un nodo particolarmente composto, adatto ai papillon già pronti da indossare, dato che una volta preparato è piuttosto difficile da sciogliere. Per questo viene utilizzato dai cravattai soprattutto per i papillon da vendere già annodati.

Nodo diagonale
Questo nodo è caratterizzato da un taglio diagonale che crea una linea di sbieco sul nodo. Può essere preparato quasi esclusivamente con cravatta di cashmere. Nel "Diagonale" il nodo si scopre e lascia in vista la piega. Essa crea un gioco di chiaro-scuro al centro del nodo stesso. Per valorizzare questo nodo è preferibile usare una cravatta chiara, in tinta unita a piccoli disegni.

Nodo inglese
"L'inglese" è il nodo classico per eccellenza. Fino agli anni Sessanta era questo il nodo portato dalla maggior parte della popolazione inglese. Usato inizialmente dalla classe dominante, è stato in un secondo momento imitato dal resto della popolazione. Lo stesso Edoardo VIII, prima di passare al "Windsor", portava solitamente questo tipo di nodo.
Per realizzarlo occorre una cravatta che non superi i 6/7 cm di larghezza ed il nodo non deve essere più alto di 3 cm. È un nodo neutro ed equilibrato: né troppo largo, né troppo stretto

Nodo puff
È questo un Ascot montato che ha però una forma molto simile ad una cravatta annodata. Esso è un normale Ascot che viene cucito al nodo.
Le gambe sono lievemente bombate all'uscita dal nodo. Talvolta per la bombatura si ricorre anche all'uso di un'imbottitura. Generalmente il Puff Ascott si completa con l'applicazione di una spilla.

Nodo scappino
"L'Half Windsor" è un nodo molto simile al "Windsor" ma si differenzia da esso per il fatto che nella preparazione è previsto un passaggio in meno. Ciò lo rende meno conico del Windsor.
È un nodo non troppo grande che può essere adoperato sia per dare più corposità al nodo di una cravatta troppo stretta, sia per appiattire il nodo di una cravatta particolarmente larga. Non è adatto alle cravatte di maglia.

Nodo semplicissimo
Come dice il nome stesso è un nodo ancora più semplice da preparare di quello normale. Risulta più piatto e sottile e rispetto alla sequenza normale risparmia un passaggio.
Per ottenere l'effetto del "Semplicissimo" il segreto sta nell'imprimere alla parte larga una torsione di 180° nella prima fase. Questo nodo ha un'ottima tenuta e benché sia molto semplice da preparare si scioglie con maggiore difficoltà rispetto al normale.

Nodo windsor
Di gran moda negli anni trenta, prende il nome dai duchi di Windsor in modo particolare da Edoardo VIII. Si tratta di un nodo simmetrico a struttura conica, adatto ai colli molto aperti, come quelli delle camicie italiane.

mercoledì 6 febbraio 2013

LEISURE_Maschere e costumi in mostra










Nella magica cornice veneziana, tra atmosfere dal sapore goldoniano, auree di mistero che ne percorrono ogni calle e una devozione quasi sacra per la tradizione del Carnevale, è stata inaugurata a Ca’ Giustinian, sede storica della Biennale, la mostra “20 anni di Maschere e Costumi”.
L’esposizione, composta dalla collezione dei bozzetti teatrali dell’ASAC – Archivio Storico delle Arti Contemporanee, è organizzata dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta, in occasione del 4. Carnevale Internazionale dei Ragazzi, Il Leon Musico.
Si possono così ammirare 350 disegni che fanno parte ella sezione Bozzetti di scena e costumi: opere accumulate in decenni di produzioni che la Biennale ha voluto valorizzare. 
I criteri in base ai quali sono stati scelti sono naturalmente legati al carattere del Carnevale e privilegiano la stravaganza, l’estro, l’assurdo, il paradosso e il surreale, senza però disegnare aspetti per così dire più dinamici come il colore e il ritmo. Diverse le tematiche attorno alle quali si articola la mostra: “Maschere e nuove maschere”, “Musici”, “Mestieri”,“Animali“, “Belle époque”, "Old America"“Militari”, “Ritratti dell’assurdo”, “Sexy ladies”, “Giochi e favole per bambini”.
L’allestimento espositivo è alquanto particolare, prevedendo l’esposizione di bozzetti riprodotti in dimensione “reale”, tableaux che raccolgono diverse interpretazioni dello stesso soggetto, riproduzioni “macro” anche sagomate e/o sospese al soffitto, oggetti "volanti". Gli autori sono tra i più noti artisti della modernità e della contemporaneità: Felice Casorati, Renato Guttuso, Emanuele Luzzati, Mino Maccari, Giacomo Calò Carducci, Piero Copertini, Gianna Lanza, Jacques Lecoq, Enrico Capuzzo, Jean Pierre Ponnelle, Theophanes Matsoukis, Ed Wittstein, Walter Siegfrid, Dorino Cioffi, Giancarlo Tantille, Therese Van Treek, Dafne Ciarocchi.
Un allestimento che diventa sensoriale grazie alle interazioni audio e video proposte: sequenze di immagini (scene e personaggi) riprodotte in dissolvenza incrociata, associate a opere di cui è possibile ascoltare alcuni estratti musicali attraverso cuffie appositamente predisposte.
 Per la precisione, gli spettacoli selezionati per l’ascolto sono: “Allez-hop!” (Berio-Lecoq), “Treemonisha” (Scott Joplin-Copertini), “Idomeneo” (Mozart-Casorati), “Il Mandarino Meraviglioso” (Bartók-Ponnelle), “Lady Machbeth of Minsk” (Shostakovic-Guttuso).
D’altra parte, proprio la maschera e i costumi in maschera sono i simboli del Carnevale. In effetti, fin dalle prime forme di questa liturgia della ri-creazione (celebrazione del passaggio dal caos all’ordine della cosmogonia), così come le conosciamo nelle feste in onore di Dioniso o nei Saturnali romani, o nelle rappresentazioni dei miti antichi indoeuropei, questi simboli sono stati usati anche per altre forme di rappresentazione come, per esempio, il teatro di strada oppure “colto”, generando veri e propri personaggi e luoghi della finzione a cui venivano associati ruoli e caratteristiche ben precisi.
Il teatro e il teatro musicale, pertanto, rappresentano una fonte inesauribile d’invenzione e creazione di un immaginario fantastico che si esprime, appunto, in scene, costumi e maschere (in senso lato) che necessariamente popolano il “surreale”, anche nelle interpretazioni che si reputano realistiche.

venerdì 1 febbraio 2013

LEISURE_L'archivio Condé Nast in mostra a Milano






“Dobbiamo fare di Vogue un Louvre”. Queste le parole che Edward Steichen rivolse negli anni ’20 a Edna Woodman Chase, la prima caporedattrice di Vogue America. E che, oggi come allora, riecheggiano la rivoluzione impressa da Condé Nast e dal suo gruppo di lavoro non solo alla moda ma alla fotografia generalmente intesa, da quando, nel 1909, acquista la prestigiosa testata Vogue.
Un’impronta nuova, figlia di una lungimirante visione e interpretazione dello stile, devota a una resa illustrata volta a spingersi oltre il semplice racconto per immagini, declinato in delicate istantanee ottocentesche. D’ora in poi, gli scatti parlano da sé: esprimono caratteri, testimoniano un’epoca, rappresentano istanze socio-culturali. Il tutto per opera di veri geni del mestiere, che, complice l’occhio indagatore dell’obiettivo, firmano alcune delle scene più emblematiche, destinate a lasciare il segno. Edward Steichen è stato uno dei primi grandi autori a scattare per Vogue, accettando una sì intrigante sfida e non curandosi troppo di chi lo accusava di essersi svenduto per la moda. Da quei primi intrepidi passi, sono cambiate molte cose fino a far diventare la fotografia di moda una disciplina che va ben oltre la semplice frivolezza e che non deve dimostrare più il suo valore: grazie al talento e alla tecnica dei suoi rappresentanti, oggigiorno è un linguaggio artistico a tutti gli effetti, caratterizzato per la formidabile forza ed influenza visiva.
Tutto questo e molto altro ancora, è adesso protagonista di una mostra organizzata dalla Fondazione Forma, a cura di Nathalie Herschdorfer.
Un percorso espositivo che raccoglie una straordinaria selezione d’immagini provenienti dagli archivi Condé Nast di New York, Parigi, Londra e Milano: un’occasione unica per raccontare, attraverso opere preziose e rare, la storia della fotografia di moda, cogliendone le evoluzioni dalle sue origini fino ai giorni d’oggi. Si evince, così, il suo carattere per così dire teatrale, dove per costruire l’immagine, insieme al fotografo, giocano ruoli importanti i redattori, le modelle, i truccatori, gli stylist…un esercito di figure professionali relativamente nuove, venutesi a creare proprio in concomitanza con lo sviluppo e l’affermarsi della fotografia di moda. In tutti questi anni, essa ha rappresentato il terreno di sperimentazione per antonomasia, trovando la sua piena realizzazione sulla carta stampata, complice l’indissolubile legame tra fotografi e redazione, che ha dato vita a collaborazioni creative e, al tempo stesso, provocatorie, in grado d’interpretare e, soprattutto, anticipare lo stile. Da Cecil Beaton a Man Ray a Guy Bourdin, passando per Helmut Newton, Mario Testino, Peter Lindbergh e molti altri: la grande inventiva della fotografia ha dato vita nelle pagine delle riviste Condé Nast ai sogni e alle visioni della moda, invitando stuoli di lettrici a lasciarsi andare ogni volta a un viaggio incantato, in bilico tra luoghi lontani e tempi andati o mai arrivati. Un’evasione onirica nel meraviglioso mondo della moda, quintessenza di pura bellezza e magica evocazione.

Fotografie di:
James Abbé, Miles Aldridge, Diane Arbus, Antony Armstrong-Jones (Lord Snowdon), Art Kane, David Bailey, Serge Balkin, André Barré, Michael Baumgarten, Cecil Beaton, Erwin Blumenfeld, Guy Bourdin, Henry Clarke, Clifford Coffin, Corinne Day, Baron Adolf De Meyer, Patrick Demarchelier, André Durst, Arthur Elgort, Hans Feurer, Toni Frissell, Arnold Genthe, Milton Greene, René Habermacher, Ben Hassett, Horst P. Horst, George Hoyningen-Huené, Mikael Jansson, Constantin Joffé, Bill King, William Klein, Barry Lategan, Peter Lindbergh, George Platt Lynes, Man Ray, Herbert Matter, Craig McDean, Frances McLaughlin-Gill, Raymond Meier, Gjon Mili, Lee Miller, Sarah Moon, Ugo Mulas, Nickolas Muray, Helmut Newton, Norman Parkinson, Irving Penn, Denis Piel, John Rawlings, Terry Richardson, Herb Ritts, Paolo Roversi, Franco Rubartelli, Richard Rutledge, Satoshi Saïkusa, Daniel Sannwald, Jerry Schatzberg, David Seidner, Charles Sheeler, Edward Steichen, Bert Stern, Sølve Sundsbø, Mario Testino, Michael Thompson, Eric Traoré, Deborah Turbeville, Inez Van Lamsweerde/Vinoodh Matadin, Willy Vanderperre, Tony Viramontes, Chris von Wangenheim, Tim Walker, Albert Watson, Ben Watts, Bruce Weber.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito da Contrasto con la prefazione di Todd Brandow, saggi di Nathalie Herschdorfer, Sylvie Lécailler, Olivier Saillard e un’intervista esclusiva con Franca Sozzani direttore di Vogue Italia.
La mostra è un progetto realizzato dalla (FEP), Foundation for the Exhibition of Photography, Minneapolis/Paris/Lausanne, in collaborazione con Forma.

Fashion – Un secolo di straordinarie fotografie di moda dagli archivi Condé Nast
Fondazione Forma per la Fotografia, piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
Dal 17 gennaio al 7 aprile 2013
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00 – Giovedì e Venerdì fino alle 22.00 – chiuso il Lunedì
www.formafoto.it - tel. 02 58118067 

mercoledì 30 gennaio 2013

LEISURE_Altaroma: l'intelligenza si fa artigianale





Dal 26 al 29 gennaio si è tenuta l’edizione invernale della fashion week capitolina. Haute couture e neocuture, new talents e grandi firme, preziosità sartoriali e contaminazioni d’avanguardia: questo il duplice binario sul quale si è articolata la versione invernale di Altaroma appena conclusasi, quintessenza del meglio del meglio in ambito moda e design, rigorosamente made in Italy. Giunta al numero 21, la quattro giorni di tendenze ha sfiammato numerose proposte e iniziative, volte a promuovere e valorizzare la qualità, la creatività e l’incomparabilità dell’inventiva e della produzione italiana. Un evento che intende sempre di più porsi come speciale occasione nell’ambito della quale testimoniare lo stile, la bellezza, la ricercatezza e l’intelligenza creativa che tanto contraddistinguono il Belpaese a livello mondiale. A fare da fil rouge per quest’edizione l’iconicità del made in Italy, celebrata con grandi classici e simboli della sartorialità. Una sartorialità che ha trovato la sua ragion d’essere nell’innesco di genialità e alto artigianato, chiave di volta per distinguersi dai modaioli appuntamenti di Milano, Londra e Parigi.
Largo spazio, in particolare, alla contaminazione tra le arti, attraverso momenti speciali dedicati, come, per esempio, l’omaggio rivolto a una signora della moda – Elsa Schiaparelli – per mano di una signora del teatro – Lella Costa: Elsa Schocking è il monologo tratto dall’autobiografia della stilista, interpretato egregiamente dall’artista. Couturiere rivoluzionaria, Schiaparelli è stata l’anti-Chanel, sofisticata e visionaria al punto giusto per non passare inosservata sulla scena del costume d’allora, desiderosa di avere punti di riferimento in fatto di stile e tendenze. Nel monologo per Altaroma, Elsa-Lella si racconta, evocando sul filo dei ricordi la rivoluzione di una moda che scopre il corpo, compagna di un’analoga metamorfosi messa in atto nel campo dell’arte dalle Avanguardie storiche.
Sintonizzate sulla medesima lunghezza d’onda, le presentazioni che simpaticamente hanno strizzato l’occhio all’universo artistico, primo su tutti, l’evento dedicato al loden, storico capospalla, nato come soprabito sportivo per la caccia: LodenTal ha avviato un’operazione di recupero e rilancio, che passa attraverso nuovi colori, e porta a una collezione inedita maschile e femminile, presentata con tanto d’installazione realizzata ad hoc. Nello spazio austero del Complesso di Santo Spirito in Sassia, invece, il brand di Andrea Provvidenza ha proposto una videoinstallazione firmata da Emanuele Foti: un loden bianco diventa una tela attraversata da immagini proiettate.
E sempre in tema di icone, i riflettori sono stati puntati su un oggetto simbolo dell’haute couture: l’abito per il red carpet, reinterpretato, per l’occasione, dai talenti di Limited / Unlimited. 36 brand italiani hanno scelto i loro capi più preziosi per una sorta di passerella virtuale. Pezzi unici, come opere d’arte, con cui raccontare l’aspetto più spettacolare della moda.
Non solo fashion, dunque. Da sempre, infatti, Altaroma ha fatto della contaminazione tra i diversi linguaggi artistici uno dei suoi focus, rinnovando, di anno in anno, la sua vocazione per l’arte contemporanea e la sua sensibilità eclettica.
Una devozione che ha avuto il suo cuore con A.I., ovvero Artisanal Intelligence, progetto pensato per coltivare un sapiente mix tra arte, artigianato e moda. Rigorosamente nel segno dell’eccellenza italiana, A.I. si è caratterizzato quale laboratorio per la creatività emergente: un blog ma anche un programma di eventi, studiati per insolite location. Ecco come si è sviluppato A.I. Gallery 2013, un percorso tra alcune gallerie d’arte romane, che hanno ospitato le creazioni di talentuosi artigiani della moda. Un parallelismo che dà manforte a quell’idea di unicità e di esclusività, che passa attraverso la cultura dell’hand made ed è in grado di orientare le scelte e le suggestioni, stimolando l’individuazione di nuovi marchi e di giovani designer. Nel quartiere Parione si sono concentrate svariate attività, con l’intento di convogliare entro uno specifico perimetro urbano una fascia di pubblico ampia, trasversale e attenta. Esperimenti alchemici, invece, negli spazi del Ponte, con gli abiti di Conny Groenewegen, designer olandese che spicca per i suoi giochi con la maglieria e l’intreccio dei materiali: l’abito si fa così scultura duttile, impalpabile ma resistente, meravigliando con l’incontro inatteso tra leggerezza e rigidità, solidità e fluidità. In contemporanea, nell’ambito della mostra “Questo soltanto e nulla più”, la galleria ha ospitato una performance di Myriam Laplante. Pietra filosofale a parte, dall’alchimia alla matematica il passo è breve, tanto che da Emmeotto è andato in scena il Teorema di Simone Rainer: borse come accessori geometrici, che nella forma perfetta del triangolo racchiudono il senso eterno e universale di un’icona di moda che si rispetti.
A esplorare il mondo dei cappelli, accessorio antico reinventato in mille declinazioni, ci ha pensato invece Altalen, nuovo spazio milanese di sperimentazione, con un’attenzione particolare rivolta all’artigianato di qualità, al gusto per il retrò e agli innesti fantastici tra classico e contemporaneo, arcaico e futurista. Ci sono poi stati i gioielli tridimensionali di Stefania Lucchetta, esposti da Marie-Laure Fleisch: micro-strutture architettoniche che si adattano al corpo, tramutando rigorosi calcoli matematici in assemblaggi poetici, tutti da indossare.
Borse e ancora borse da The Gallery Apart, con le creazioni-bijoux di Badura, pensate per una donna-icona immaginaria: Sophie. Colei che in sé racchiude quell’ineffabile, contraddittorio senso di necessità, associato a un’intrigante idea di “lusso” sempre più inteso come modus vivendi se rapportato alla moderna accezione di appagamento del desiderio, tensione verso la perfezione e resistenza alla caducità del banale.
Haans Nicholas Mott, con il suo fashion show “These are eyes in the darkness”, invece, è stato ospite di Monitor. Un appuntamento con la genialità incontenibile di un artista/artigiano, che dipinge storie per immagini dedicate al dandy contemporaneo, chic, alternativo, estroso, infaticabile flâneur del proprio tempo. Infine, da Z2O di Sara Zanin Paolo di Landro ha allestito un laboratorio in progress insieme a Miltos Manetas. Spazi di condivisione eccentrica, nei quali si sono inventati speciali tragitti per esploratori del presente, in cerca di identità e di direzioni, come di abiti, forme, segni, stili, outfit.
 A chiudere il percorso, lo special event allo Spazio Innocenzo X, dove l’artista Sissi ha tracciato una bozza autobiografica utilizzando un catalogo di abiti indossati, manipolati, trasformati: due proiezioni, “Archivio Addosso” e “Archivio Onme“, hanno attinto a un repertorio personale che va dal 1998 al 2010.
E per i più esigenti, sempre nell’ambito di Artisanal Intelligence, è stata pensata A.I. Fairfuture, un’incursione nel mondo della tecnologia. Grazie all’applicazione della piattaforma Arduino, dieci prodotti di alto artigianato sono stati presentati in modo contemporaneo, in un geniale incontro di tradizione e innovazione. La ricetta vincente? Essere on-line, ma restituire qualità tattile e dettagli dei prodotti, stabilendo confronti utili tra marchi diversi e promuovendone la vendita. Fotografia rotante, angolazioni molteplici, altissima definizione, interattività, gestione di luci e ombre: un sistema hi-tech efficace, che ha sfruttato il potere della rete e la potenza comunicativa delle immagini digitali. L’ideale, in un momento in cui l’e-commerce – con i suoi costi modici e la sua diffusione capillare 2.0 – rappresenta una concreta possibilità di sviluppo per chi vive di creatività e mercato.
Un percorso innovativo con cui valorizzare l’eccellenza e il saper fare italiano, senza perdere di vista il radicamento con la tradizione e puntare con sempre maggiore consapevolezza al futuro.