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martedì 21 aprile 2015

ART & CULTURE_ Missoni, l'Arte, il Colore




Il dialogo con l’arte europea del Novecento. La creatività e l’imprenditorialità di una grande Maison italiana. La straordinaria cultura e la genialità dei due fondatori. Ruota attorno a questi temi la mostra “Missoni, l’Arte, il Colore” che il MA*GA di Gallarate (Va) dedica fino all’8 novembre 2015 a Ottavio e Rosita Missoni, proprio nella città che scelsero nel 1953 come sede della loro casa e del loro primo laboratorio di maglieria.
Una famiglia prima ancora che un’impresa, che con una forza ineguagliabile ha dato vita a un marchio che ha fatto – e fa tuttora – grande il nome del nostro Paese nel mondo. Un marchio emblema del made in Italy, del bello e ben fatto, ma soprattutto dei valori di un territorio e della capacità di generare linguaggi, dialoghi e confronti con i maggior maestri dell’arte moderna e contemporanea.
Il percorso espositivo, caratterizzato da allestimenti che diventano essi stessi opere ambientali, è articolato secondo diversi registri narrativi che delineano le principali caratteristiche della genialità dei Missoni, fatta di colore, materia e forma. Al contempo, emerge quanto la loro creatività sia legata a doppio filo con l’arte, rappresentando un caso pressoché unico nel panorama della moda internazionale.
Ad accogliere il visitatore, la suggestiva video-installazione di Ali Kazma “Casa di moda”, nata nel 2009 per mettere in luce l’esclusivo connubio tra l’aspetto artigianale, che affonda nella tradizione, e il design contemporaneo, l’approccio rispettoso del materiale e del lavoro della Maison Missoni e la volontà dell’artista di osservare da dietro le quinte il mondo glamour della moda e, più ampiamente, dell’attività umana.
Si prosegue con la sezione Radici dove sono chiarite le origini della ricerca dei Missoni, le prime risorse e fonti d’ispirazione nel campo delle arti visive e della moda. Il quadro di riferimento è quello della nascite delle avanguardie storiche in Europa, dall’astrattismo lirico di Sonia Delaunay, imprescindibile insieme a Kandinsky, al Futurismo di Balla e Severini a Klee. Importante per la narrazione è anche l’affermazione, negli anni ’30, di gruppi, riviste e ricerche volte alla definizione di una pittura e di una scultura geometrica, di carattere costruttivista e concretista. In questo contesto si afferma un linguaggio espressivo basato sulla ritmica composizione di forme e colori utilizzati in modo puro, tradotta e rielaborata dai Missoni  nei motivi centrali del proprio processo creativo. Questa sezione insieme ai primi astrattisti italiani Munari, Veronesi, Soldati, Rho, Fontana o Vedova, traccia i confini di specifici territori di ricerca sul colore, sulla forma, sulla linea, sul ritmo, che hanno caratterizzato la non figurazione europea nella prima metà del XX secolo e che hanno costituito i presupposti culturali e progettuali del mondo creativo dei Missoni.
La mostra prosegue con Il colore, la materia, la forma, una serie di installazioni immersive, progettate da Luca Missoni e Angelo Jelmini, caratterizzate da una profonda fusione tra la ricerca di materia e colore, proprie del fashion design, e la dimensione ambientale, mutuata dalle arti visive. Realizzare abiti per i Missoni significa, infatti, dare spazio al colore, alla materia e alla forma, immaginate e plasmate secondo una rigorosa e personale ricerca estetica. “I filati sono il medium per il colore che, lavorato a maglia, prende profondità e rilievo” afferma Luca Missoni. E lo confermano queste grandi e scenografiche installazioni che avvicinano il visitatore all’elasticità della materia e alla ricerca delle tonalità di colore, mostrando l’eleganza e la morbidezza del filato e del tessuto a maglia, principale cifra stilistica della Maison, documentata dagli oltre cento abiti storici esposti. 
Il percorso espositivo prosegue ponendo in rilievo gli innumerevoli dialoghi tra l’intensa attività creativa di Ottavio e Rosita Missoni e la cultura visiva italiana, soprattutto tra gli anni ’50 e ’80. Un’ampia selezione di opere documenta questa relazione. Si trovano così le tele di Ottavio Missoni a confronto con i grandi maestri dell’astrattismo italiano del secondo dopoguerra, dagli autori di Forma 1, come Dorazio e Accardi, al MAC di Munari e Dorfles, fino alle sperimentazioni optical e cinetiche di Dadamaino e Colombo che mettono in evidenza come, tra gli anni ’70 e ’80,  l’utilizzo di segno e colore si faccia più rarefatto e concettuale, conferendo una chiave di lettura del tutto inedita ed autonoma ai molteplici studi e bozzetti realizzati dallo stesso Ottavio Missoni.
Alle opere più significative di Ottavio Missoni, quindi, è dedicata l’ultima sala della mostra, che presenta un’inedita installazione. Si tratta di una serie di grandi Arazzi realizzati in patchwork di tessuto a maglia, allestiti in uno spazio immaginato ancora come scenografico e suggestivo sempre a cura di Luca Missoni e Angelo Jelmini. Questo denota l’importanza che hanno avuto gli arazzi per Ottavio Missoni il quale, a partire dagli anni ’70, li elegge come esclusiva tecnica di espressione artistica, capace di concentrare in modo peculiare gli interessi trasversali, sia nella moda che nell’arte, per materia e colore.
La mostra “Missoni, l’Arte, il Colore”, curata da Luciano Caramel, Luca Missoni e Emma Zanella, è un progetto realizzato da Città di Gallarate, Museo MA*GA e Archivio Missoni, con lo speciale contributo di Regione Lombardia – Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie e Provincia di Varese; in collaborazione con Missoni e con la partecipazione di Gallerie d’Italia – Piazza Scala (Mi) e Auser per MA*GA.
A corollario, un catalogo edito da Rizzoli, curato da Luciano Caramel, Luca Missoni ed Emma Zanella.

Missoni, l’Arte, il Colore
Fino all’8 novembre 2015
MA*GA, via de Magri 1, Gallarate (Va)

giovedì 16 ottobre 2014

BOOK_Design e Moda



Un parterre di grandi personaggi ieri sera alla Triennale di Milano per presentare ufficialmente il libro Design & Moda – Progetti, Corpi, Simboli, Giunti Editore – Ottagono. Gillo Dorfles, Elio Fiorucci, Oliviero Toscani e Franca Sozzani (di cui si è ascoltata un’intervista registrata), ognuno dal canto loro, hanno spiegato cosa rappresentano la moda e il design nonché le possibili forme di dialogo. Dalla viva voce di chi ha vissuto in prima linea la storia – e, quindi, l’evoluzione – del costume è stato possibile ripercorrere uno spaccato del tempo, ossia un passato sempre più chiave di volta per comprendere il futuro. E così, se Gillo Dorfles ha posto l’accento sul fatto che la moda sia design e che, di diritto, caratteristiche quali la progettazione, la corporeità e il simbolismo (come enunciato dal sottotitolo del libro), siano parte imprescindibile di una sua completa comprensione, Elio Fiorucci ha ribadito il concetto secondo il quale ciascuno si deve vestire come meglio ritiene e, soprattutto, come si sente maggiormente a suo agio, oltrepassando il limitativo concetto di “code”, sempre più corsia di incanalamento verso l’omologazione e l’assenza di libertà. A chiosa, l’intervento di Oliviero Toscani, per il quale, oggigiorno, sempre più persone hanno bisogno di sembrare piuttosto che di essere, e, quindi, l’importanza di vivere il futuro immaginando.
A completare l’incontro, gli interventi di Giovanni Maria Conti, autore della pubblicazione, Eleonora Fiorani, Aldo Colonetti e Arturo Dell’Acqua Bellavitis.

Design e moda è il terzo volume della collana Giunti - Ottagono dedicata al made in Italy.
Dall’abitare (Design in Italia, 2010) al cibo (Design in cucina, 2012), si arriva dunque alla moda, intesa come attività progettuale legata a tradizioni artigianali ma anche alla ricerca tecnologica più sofisticata, a processi produttivi, materiali e distretti manifatturieri specifici.
È un viaggio che l’autore, Giovanni Maria Conti, compie alla scoperta degli artigiani, dei designer, delle fabbriche e degli stilisti italiani, ma anche di coloro che da tutto il mondo vengono qua per far realizzare le proprie idee. Da quest’accurato itinerario attraverso il territorio, la storia e la fotografia del nostro Paese emerge un’unità di pensiero e azione difficilmente replicabile altrove, un punto di forza ineguagliabile.
Il libro si apre con un contributo di Franca Sozzani, che associa alla documentazione quotidiana messa in atto dal sistema Vogue la capacità di andare al di là della cronaca e di cogliere l’essenza di qualsiasi fenomeno, ovvero ciò che rimane rispetto alle novità che il mondo offre tutti i giorni. Un’esperienza e un pensiero insostituibili.
Il primo capitolo - dedicato a “Il territorio della moda italiana” e articolato in Storia, Industria, Distribuzione - racconta l’evoluzione dal capo su misura all’abbigliamento in serie, senza dimenticare mai la qualità artigianale, vero filo conduttore di tutto il sistema.
I luoghi del quotidianosecondo capitolo, diviso in Corpo, Città, Lavoro, Sport - costituisce l’orizzonte simbolico e antropologico della possibilità di rinnovare i prodotti della moda guardando al di fuori delle tradizionali esperienze: è nella commistione dei generi e delle specie che nasce l’innovazione.
L’“Atlante”, parte centrale del libro, è introdotto da tre approfondimenti dedicati ai Modi della moda - in sostanza i nuovi paradigmi da inizio Novecento ai giorni nostri, parafrasando un famoso libro di Gillo Dorfles; ai Signori della moda, ovvero ai protagonisti – sarti, stilisti, designer, artigiani, industriali - al centro di ogni cambiamento; all’Innovazione, in particolare ai materiali, alle forme e alla cultura.
Il corpo centrale dell’“Atlante” non ha un andamento strettamente cronologico in quanto raccoglie, all’interno delle tre grandi categorie del sistema moda - Abbigliamento, Capospalla, Accessorio - una serie di esperienze paradigmatiche: dal capo fatto in casa a immagini di riviste, dalla grande serie alla modella che ha trasformato l’identità e l’immagine di un prodotto; il tutto per dimostrare che la moda è un’attività “onnivora”, ovvero trasforma ogni cosa che incontra.
Infine, l’“Immagine della moda”; in sostanza come l’Illustrazione, la Fotografia, il Design e l’Architettura siano parte integrante del progetto-moda: discipline e competenze senza le quali essa non sarebbe in grado né di esistere né di svilupparsi nel mercato globale. Per queste ragioni, il capitolo “Narrare per immagini”, dedicato alla fotografia, è illustrato esclusivamente dai lavori di Oliviero Toscani, uno dei pochi fotografi a raccontare la moda all’interno delle trasformazioni sociali, dagli anni Sessanta a oggi.

Design & Moda – Progetti, Corpi, Simboli
di Giovanni Maria Conti, a cura di Aldo Colonetti
introduzione di Franca Sozzani
Giunti Editore – Ottagono

224 pagine, 39 €

venerdì 15 giugno 2012

ART & CULTURE_Il Kitsch nella visionaria interpretazione di Gillo Dorfles













Il Kitsch quale eterna costante dell’arte. Fenomeno spontaneo e bizzarro, festaiolo e colorato quel tanto che basta per trasudare una costante allegria di facciata, parente alla lontana del “cattivo gusto”, da sempre accompagna in maniera più o meno spudorata l’arte intesa, nelle sue note più subliminali. Tuttavia ora, alla luce delle recenti dilatazioni dell’idea stessa di arte, la faccenda si complica. Ecco, quindi, chiamato in causa lui, il sommo maestro Gillo Dorfles che – forte del suo secolo di vissuto - accompagna il pubblico di esperti, estimatori o semplici appassionati, in un volo pindarico attraverso quel particolare universo dell’arte applicata che si serve del kitsch come strumento per meravigliare a tutti i costi. Sua, infatti, la cura della rassegna milanese Kitsch – oggi il kitsch, recentemente inaugurata alla Triennale di Milano e visitabile sino al 27 agosto 2012. Punto di partenza o d’arrivo – a seconda dell’interpretazione che si vuole dare al percorso espositivo - sfatare lo stereotipo radicato che vuole il kitsch meramente associato a un ideale di cattivo gusto. In realtà non è così: il kitsch, infatti, è una costante del nostro tempo. Un tempo che, a differenza di quanto accadeva nella Roma antica, nella Grecia o nelle civiltà precolombiane, ha accanto all'arte una non-arte, rappresentata dalla realizzazione di oggetti in serie. L’artista si trova quindi ora a convivere con l'artigiano, il semplice manovale, il costruttore…ovvero con tutti coloro che producono oggetti utilizzabili e solo in apparenza opere d'arte.
Tra i primi a delineare a livello internazionale il concetto di kitsch in tutte le sue articolazioni, Gillo Dorfles ha tracciato le basi per la comprensione e l’evoluzione del “cattivo gusto” dell’arte moderna: come dimenticare le sue pubbliche esternazioni in cui fervidamente afferma che capolavori come il Mosè di Michelangelo o la Gioconda di Leonardo sono divenuti emblemi kitsch per antonomasia perché vittime delle riproduzioni più triviali, conosciuti non tanto per i loro autentici valori quanto per un surrogato tecnico o sentimentale dei loro significati? Secondo lo stesso Dorfles, l’industrializzazione culturale, estesa al mondo delle immagini artistiche, ha inevitabilmente portato a un’esasperazione delle tradizionali distinzioni tra i diversi strati socio-culturali, con una conseguente differenza apparente tra la cultura di massa e quella d’élite, rendendo trionfante il kitsch dell’arte stessa, quale elemento dissacratore volto a creare interpretazioni ironiche, provocatorie o scandalose di veri e propri capolavori.
La prima parte della mostra presenta “autori, i quali volutamente usano citazioni kitsch” (Gillo Dorfles). Tra gli artisti Adriana Bisi Fabbri con Salomè di fronte (passo di danza), 1911, e Salomè a tergo (Mossa di danza), 1911, che rappresenta il personaggio biblico con rotondità paradossalmente eccessive; Alberto Savinio con Penelope, 1933, rivive invece con ironia il mito classico; Gianfilippo Usellini con Donna con la coda, 1970, riporta con ironico paradosso a una primitiva condizione animale; e ancora Enrico Baj che con Madame Garonne, 2003, assembla materiali diversi per denunciare la corruzione del gusto, causata dalla cultura del prodotto industriale. A corollario di questa prima sezione – mise en place degli ironici ispiratori del fenomeno - tre opere di Salvador Dalì.
Il percorso della mostra prosegue con una serie di autori contemporanei deliberatamente kitsch. Tra questi svettano Luigi Ontani, che con l’opera Er ciclopercurione, 1990, si avvicina a una figurazione fantastica che attinge e manipola con ironia suggestioni da differenti culture, linguaggi e tecniche espressive; Antonio Fomez con Michelino, 1966, ispirato alla Pop Art; Felipe Cardeña che con i suoi collage policromi presenta composizioni kitsch, sovrapposizioni di fiori e frutti ritagliati da riviste; Leonard Streckfus con i collage composti da personaggi storici ritratti con ironia nella vita quotidiana; Corrado Bonomi e le composizioni realizzate  con vari oggetti che ironicamente trattano dei problemi dell’uomo; Limbania Fieschi con il suo gusto kitsch americaneggiante; Carla Tolomeo con le sue sedie sculture; Mario Molinari che nelle sue sculture accentua e deforma grottescamente parti anatomiche di esseri umani e, per finire, Vannetta Cavallotti con le sue teatrali composizioni di legno, stucco, resina e oggetti vari. Dulcis in fundo, ancora lui - Salvador Dalì – con il delizioso omaggio del Cracking Art Group, ottenuto dalla fusione di materie plastiche e foto e The Bounty Killart, che crea sculture di gesso fortemente satiriche.
Moltissime le opere in mostra che forniscono una vasta rappresentazione delle personali interpretazioni di ciascun artista, come, per esempio, la sala dedicata all’artista olandese, naturalizzato italiano Rutger (Rudy) Van der Velde, giornalista, grafico pubblicitario, illustratore e artista che ha creato assemblaggi sorprendenti, ironici e ludici con materiali eterogenei, oggetti superflui provenienti dalla società consumistica. Un’opera in particolare I am free – I feel free, che presenta una gabbia contenente un uomo-automa e una libellula, mentre un’altra libellula all’esterno posata su un ramo gode la libertà, esprime chiaramente la sperimentazione nelle sue opere di una continua ricerca di sensazioni nuove e liberatorie da ogni vincolo di asservimento alla comune realtà. 
Fiore all’occhiello di tutta l’esposizione, il tappeto interattivo posto lungo il corridoio che introduce alla mostra: propedeutico al percorso espositivo, conta 5000 immagini kitsch tout court che si animano al passaggio del pubblico.
La mostra si chiude con un’ultima grande sala nella quale si trova una vera e propria giostra di oggetti kitsch di artisti anonimi, citazioni e riproduzioni del cattivo gusto attuale.
Come afferma Gillo Dorfles “…sono l’intenzione e la consapevolezza, sia rispetto all’utilizzo delle tecniche sia nei riguardi dei contenuti, che trasformano un oggetto, una forma, ma anche un comportamento, in un’opera, in un linguaggio che sentiamo veri e autentici. Se non esiste la dimensione culturale, ogni forma d’arte è destinata a cadere nella trappola di un kitsch più o meno consapevole. La vera arte non è mai “maliziosa”; il kitsch lo è, e questa è la sua essenza. È necessario conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, senza farsi mai prendere la mano. Perché il cattivo gusto è sempre in agguato”.

Accompagna la mostra il libro-catalogo “Gillo Dorfles. Kitsch: oggi il kitsch”, per i tipi di Editrice Compositori, a cura di Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone, Anna Steiner, che ospita una conversazione tra Aldo Colonetti e Gillo Dorfles, riflessioni di Vittorio Gregotti, Ugo Volli, Fulvio Carmagnola, Denis Curti, Francesco Leprino, Bruno Pedretti; una particolare documentazione a cura di Luigi Sansone su opere di artisti “ispiratori” e che interpretano oggi questo stile. In chiusura una rassegna fotografica sul kitsch quotidiano, interpretato da oggetti, prodotti, immagini.

Kitsch – oggi il kitsch
A cura di Gillo Dorfles
Triennale, via Alemagna 6, Milano
Fino al 27 agosto 2012