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lunedì 24 settembre 2012

LEISURE_Bergamo apre le porte a Christian Dior






Bergamo: città d’arte e cultura, ma non solo. Elegante e raffinata, da sempre è una grande estimatrice del Bello, inteso nella sua autenticità più pura; appassionata di tutto quanto evoca un certo retrogusto sofisticato ed esclusivo, simbolo di un bien vivre d’antan che, oggi più che mai, viene apprezzato e ri-vissuto come un lussuoso privilegio da veri intenditori.
Cosa succede, quindi, se in una città simile cala un po’ di quell’atmosfera parigina, squisitamente targata Avenue Montaigne? E ancora, cosa può accadere se il padre del New Look, delle gonne a corolla e del rispolvero della vita da vespa troneggia nelle vetrine di uno dei principali negozi della scena stilosa orobica? Surreale a dirlo e ancora più a pensarlo, ma è quanto è avvenuto nei giorni scorsi, complice l’abilità di una realtà tutta bergamasca che da decenni opera all’insegna del buon gusto: la Maison Christian Dior ha inaugurato uno special corner all’interno degli spazi della boutique Tiziana Fausti di Bergamo. Un sodalizio che si spinge oltre i confini territoriali, all’insegna del prestigio e dell’eleganza, per una ricerca di quella perfezione formale e stilistica che un tempo guidava il codice vestimentario e, che di buon grado, si sta recuperando oggigiorno, spinti da uno slancio inarrestabile verso la bellezza autentica. Alla scoperta di uno stile che fu, Dior propone con estrema precisione i tratti caratteristici della sua moda, quintessenza di sobrietà delle forme e maestria delle lavorazioni: un marchio che ha sempre fatto dell’eleganza a tuttotondo, per il giorno come per la sera, il caposaldo di ogni collezione, incantando dive e divine, vere e proprie icone di vita prima ancora che di stile. Un prestigio sviluppato negli anni e portato avanti con doviziosa perizia e fedele attaccamento allo spirito della Maison; nato nella famosa Francia dell’haute couture ed esportato nel mondo quale simbolo di eccellenza e savoir-faire: ha attraversato luoghi ed epoche, arrivando intatto nello spirito e rivisitato nelle forme ai giorni nostri. Ed ora eccolo accolto nelle raffinate vetrine di uno dei negozi più celebri della scena stilosa bergamasca, luogo privilegiato per la distribuzione di marchi illustri e, al tempo stesso, fucina creativa di nuove tendenze e stili emergenti. Perché la boutique Tiziana Fausti è proprio questo: prestigio della marca, associato a una costante ricerca d’innovativa eleganza, in un ideale connubio tra tradizione e sperimentazione, reso possibile dall’eccellenza dei capi e degli accessori proposti. Una vocazione al bello e al buon gusto che da anni anima lo spirito dello store, che nei suoi due piani offre un’ampia scelta di brand, spaziando nei generi del gusto e dei codici vestimentari. Per ogni esigenza di dress code è possibile trovare risposte coerenti, originali e raffinate, calibrate sulla personalità di chi andrà a indossarle e fondate su unico grande comandamento: lo stile. Uno stile che permea anche gli spazi, dall’ingresso fino al primo piano, passando per il soppalco e approdando infine alla meravigliosa terrazza che affaccia sul Sentierone, la celeberrima ed elegante passeggiata bergamasca. Una sapiente commistione di moda – ça va sans dire, design, lusso e arte, secondo quell’ideale contaminazione che vuole le molteplici discipline parlare e confrontarsi tra di loro, in modo da prendere il bello di ciascuna, rielaborarlo e dare nuova vita a contenuti tanto innovativi quanto esaustivi nel loro carattere espressivo.
A gran voce, diamo quindi il benvenuto a questo speciale sodalizio tra un prestigioso marchio del lusso internazionale e un’importante vetrina dell’eleganza italiana, volto a testimoniare la selettività del primo nella scelta dei propri partner e l’eccellente operatività della seconda. Un gioco ad armi pari, portato avanti da entrambe le parti coinvolte con esemplare nonchalance. Nonchalance di modi, atteggiamenti, fatti e parole. Per uno stile che va oltre ogni moda, ignorando le regole dello snobismo e cavalcando la scia dell’eleganza. 

lunedì 6 agosto 2012

STYLE_Spencer time!



















Chic se abbinato a un pantalone skinny a esaltare il punto vita, glamour se indossato la sera sopra un long dress, informale con un denim dal taglio slim al punto giusto per esaltare la silhouette femminile in un equilibrato gioco di simmetrie. Qualunque sia la sua definizione stilistica, lo spencer si rivela un elemento da tenere con cura nel proprio guardaroba, rispolverandolo di volta in volta per donargli un’anima sempre nuova con la quale reinterpretare i look più diversi.
Come ogni capo che si rispetti, anche lui è stato protagonista di cicliche tornate nell’universo modaiolo, restando in voga per diverse stagioni e offuscandosi in altre. Ma proprio in virtù del suo carattere evergreen, questi andamenti arzigogolati nel panorama dello stile non l’hanno provato minimamente, anzi, ne hanno rafforzato l’intramontabilità: a ogni chiamata si è presentato con incurante nonchalance, fiero della sua essenziale eleganza, in grado di sposare ogni occasione e ogni mise. Una versatilità non scontata, garantita soltanto da quei capi che hanno il privilegio di finire annoverati nell’Olimpo degli immortali, pronti a dominare la scena dello stile negli anni. O meglio nei secoli, visto che lo spencer vanta nobili origini risalenti all’Ottocento, per la precisione nel 1815 quando fece la sua prima apparizione nelle mises di dame e gran dame. Anche se, in realtà, pignoleria a parte, il suo effettivo debutto avvenne qualche decennio prima – alla fine del ‘700 – per mano di Lord Spencer, che era solito indossare questo particolare modello di giacca – corto alla vita e dalle maniche lunghe - e di cui prese il nome per diretta discendenza. Traghettata nel mondo femminile, era solitamente di velluto, per l’inverno, e di stoffe leggere, per le calde temperature estive. Con il tempo è stata arricchita e impreziosita da vari abbellimenti, in perfetto stile noblesse, e alle volte, addirittura, decorata con fogge militari o grossi alamari a suggellarne l’allure, tanto da rivendicare a pieno diritto l’appellativo di spencer all’ussara o all’ungherese. Dall’Ottocento ai giorni nostri il tempo è stato breve, visto che anche ora, quando lo s’indossa, magicamente evoca un fascino d’antan, riportando, in un attimo, a epoche e stili passati, figli di una storia e di una cultura passate e ora protagoniste della scena metropolitana.
Come per ogni capo, vale sempre la medesima regola basilare: indossarlo con disinvoltura. Se non lo si sente in sintonia con la propria personalità, meglio evitarlo e optare, ad esempio, per un altro classico dell’universo jacket quale il blazer. Una nonchalance accompagnata da un pizzico d’ironia e voglia d’osare: infatti, essendo corto alla vita, quest’ultima deve essere bene in vista. Lo spencer, d’altra parte, proprio in considerazione della sua lunghezza midi, diviene strumento esaltatore per antonomasia del punto vita, dove la silhouette converge nelle sue due estremità – superiore e inferiore – sprigionando tutta la sua sensualità. Via libera, quindi, a interpretazioni e rivisitazioni di look, ispirazioni e tendenze, per rievocare uno stile d’impronta militare o impreziosire un jeans, così come sdrammatizzare un long dress da soirée o rendere glamour un paio di fit pants. A ciascuna il suo gusto e la sua versione, nella libera esaltazione della femminilità che – come insegna la cultura figurativa dei popoli - proprio nel punto vita vede il suo simbolo evocatore per eccellenza. 

mercoledì 18 luglio 2012

ABOUT_Be chic!







Chic…un termine tanto utilizzato oggi da annoverarlo nel lessico comune, in modo più o meno serio, in bilico tra effettive constatazioni di status quo e metaforiche estensioni semantiche. Ovvio che, in ogni caso, gioca un ruolo la componente figurata che accompagna l’esclamazione nella sua definizione profonda. Se il suo suono può assurgere a una o l’altra questione è un discorso, ma per quanto attiene la sua origine etimologica è opportuno fare un po’ di chiarezza visto che vanta un passato un po’ travagliato, combattuto tra culture diverse che ne rivendicano la paternità.
Il dizionario etimologico Petit Robert, infatti, scrive che il termine d’oltralpe deriva dal tedesco schick (abito) e che i francesi, a partire dai primi anni del secolo scorso, hanno cominciato a usarlo - scrivendolo chique - per identificare la disinvoltura, il savoir-faire e l’eleganza. Di abiti così come di portamento. Tuttavia, il Larousse dei primi del ‘900 indica un’altra ipotesi, tutta francese ça va sans dire, che risale addirittura ai tempi di Luigi XIII (siamo agli inizi del ‘600) quando a Corte, per definire un uomo molto abile nel destreggiarsi con la legge, si usava chic, come diminutivo della parola chicane che, anticamente, significava cavillo, arzigogolo, passaggio a zig zag, ben lontano dall’attuale interpretazione che indica  una doppia curva a “esse”, tipica dei circuiti di Formula 1 per rallentare la velocità. Nel tempo, l’implicazione semantica legata al termine chic è mutata sino ad assumere quella connotazione squisitamente elegante con cui di diritto, insieme ad altre regole della moda, si è aperta un varco nelle abitudini lessicali italiane, ma non solo, in termini di stile e buon gusto. Chic, tremendamente chic, adorabilmente chic e tutti gli avverbi che dir si voglia, accompagnano l’etimo del vestir bene e dell’atteggiarsi in determinati modi: parvenze naturali, s’intende, e mai ostentate. Con ogni probabilità il suo debutto in società risale all’epoca della Belle Epoque, se non addirittura prima, sotto l’egida delle signore imbevute di cultura francese, convinte che per fare di una ragazza una dama della buona società fosse indispensabile assumere qualche sfumatura française, volta a denotare una classe inconfondibile. D’altra parte, le donne che appartengono a questo rango sociale, possiedono indumenti che non possono chiamare in altro modo se non in francese: dalla fascinosa guêpière al peignoir, indossato per farsi pettinare dalla cameriera, alla vaporosa liseuse, una giaccheta di seta bordata di pizzi, dello stesso colore della camicia da notte, realizzata in impalpabile chiffon o addirittura interamente in struzzo. È l’epoca in cui il corredo di una sposa di buona famiglia prevede una serie di abiti da indossare nelle diverse ore e occasioni del giorno: oltre ai vestiti lunghi da sera, vi sono quelli habillé, ribattezzati qualche anno più tardi cocktail dress. La cultura francese - e quindi anche lo chic – ha dominato l’alta borghesia italiana fino al secondo conflitto mondiale (vano ogni tentativo fascista di italianizzare i capisaldi di stile d’oltralpe, come per esempio la “ragazziera”, traduzione alquanto ridicola della garçonniere), proiettando il suo raggio d’azione però anche oltre, visto che negli anni ’50 è ancora la Francia a dettare legge in fatto di moda o meglio di couture, schierando maestri di chic come Chanel, Balenciaga, Balmain e Dior e lanciando la moda delle aigrette, lunghe piume sottili che seguono la curva del viso, da indossare in testa la sera. Elisir di lunga vita per lo chic, che ha traghettato il termine e il suo carico valoriale oltre il confine estremo del ’68, la rubrica di costume tenuta da Camilla Cederna su L’Espresso. Ora lo chic si destreggia tra settimane della moda, passerelle, collezioni stagionali e street style: un’accelerazione spasmodica che ha portato le griffe all’esasperata ricerca di una pietra filosofale dello stile, nell’invocazione esasperata di uno chic che fu. Simbolo di un bel tempo andato, irripetibile nella sua essenza così come nelle sue forme.

giovedì 9 febbraio 2012

ABOUT_Dress code: il timing della moda






Si può definire dress code quell’insieme di regole non scritte che equivalgono al codice vestimentario, dichiarato o sottinteso, dispensatore di utili suggerimenti su come vestirsi nelle più svariate situazioni – lavoro, vita quotidiana, appuntamenti festaioli o mondani - a scanso di spiacevoli equivoci. La moda, infatti, non è un accumulo casuale di capi ed accessori, forme e colori, bensì ha una natura implicitamente scientifica e, nonostante la sua inesorabile frivolezza, nei suoi abbinamenti sottostà a regole ferree che assurgono a veri e propri dogmi comportamentali. Diviene un linguaggio preciso e puntuale attraverso il quale comunichiamo col mondo esterno, dicendo molto di noi e delle nostre inclinazioni personali. È un insieme di segni inequivocabili, in cui vi è posto per ogni cosa ma solo e soltanto se tutto è ponderato.
Un tempo le regole erano insindacabili e i codici inderogabili: esisteva un timing preciso della moda che regolava per ogni occasione – privata o ufficiale – e a seconda della posizione sociale le forme dell’abbigliamento per lui e per lei. Conoscere questo codice criptato significava avere la sicurezza di non commettere passi falsi, dal momento che un errore poteva facilmente trasformarsi in uno “scandalo” sociale dalle scarse possibilità di recupero. Era l’epoca in cui al lavoro un gentiluomo si recava sempre in abito formale e una gentildonna vestita di tutto punto; al cocktail si andava vestiti da cocktail e basta; vestiva sportivo solo chi praticava sport; le diciture ufficiali black tie e white tie erano un companatico lessicale di universale conoscenza e privo di ogni possibile fraintendimento. Un classismo forse esasperato che poneva una netta distinzione di appartenenza, inducendo forzate e inoppugnabili discriminazioni.
Col passare degli anni le mode e i codici vestimentari sono cambiati, trascinando inevitabilmente verso il baratro ogni certezza formale: adesso in ogni situazione più o meno quotidiana si vedono scene di tutti i generi, da vero e proprio sussidiario degli errori/orrori da non compiere e degli esempi da seguire. La libertà e la possibilità di scelta sono aumentate in modo incontrollato, con la conseguente esplosione atomica della fantasia e l’inarrestabile ecatombe dello stile. Anacronistico inneggiare a un ritorno del dress code tout court classicamente inteso: oggi vige troppa pigrizia per riportare in auge il bel tempo del vestire. Jeans e casual friday – divenuto ormai sempre più casual week - la fanno da padrone. Come se non bastasse i dress code ufficiali – dal black tie al white tie – sono stati stravolti nel loro essere etimologico e sostanziale, sostituiti da arzigogolati glam chic, country glam, urban, sensational, surreal e via dicendo…in un susseguirsi di fantasiose licenze poetiche. Codici vaghi ed ermetici che dicono tutto e nulla, lasciando libero arbitrio al gusto e alle ispirazioni personali, in molti casi preludio catastrofico di una disfatta senza eguali. Ormai ci si veste come si vuole, senza seguire una benché minima attinenza con l’occasione che si va a presenziare: persone che indossano abiti da sera sin dalla prima mattina, invertendo il timing della moda in una devastante reazione a catena. Ritmi similmente sballati comunicano inequivocabilmente che nella società contemporanea l’unico vero dress code è la visibilità assoluta e a tutti i costi: non importa se quello che indossi è un’accozzaglia casuale di forme e colori, fondamentale è meravigliare nel bene o nel male, per far parlare di sé sempre e in ogni caso. Alla luce di simili fatti, l’unica soluzione percorribile è seguire la moda – volenti o nolenti – per trovare nell’eccesso e nella follia metodo e identità. Ma soprattutto ricordando sempre quando ci vestiamo quello che intendiamo comunicare di noi: partiti da questo presupposto, il dress code vien da sé e, complice il tempo, sarà sempre più un gioco da ragazzi. I codici di stile d’antan sono ormai un vecchio ricordo che soltanto veri appassionati del genere ogni tanto vanno a rispolverare, quasi fossero un culto divinatorio. Gli stessi appassionati che, forse ancora oggi, sono gli unici a seguire il rituale del vestir bene. Sempre più rari ma più fascinosi a vedersi.