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mercoledì 20 gennaio 2016

ART & CULTURE_Henri Cartier-Bresson e gli altri






Ad introdurre l’itinerario fotografico, Henri Cartier-Bresson, indiscusso maestro, e il suo viaggio in Italia, durato oltre trent’anni. Insieme ad altri 35 autori restituisce l’”immagine” del  nostro Paese in termini artistici, culturali, paesaggistici e storici. 7 le aree tematiche che ripercorrono un arco temporale di quasi ottant’anni e all’interno delle quali si sviluppa una storia indiretta della fotografia e dell’evoluzione dei suoi linguaggi, complice la viva voce dei grandi artisti esposti.
Questo lungo viaggio inizia, per l’appunto, con un autoritratto di Henri Cartier-Bresson del 1933: il suo sogno umanista di fermare il tempo, di cogliere il momento decisivo nel flusso in divenire della realtà influenzerà a lungo la fotografia di tutto il mondo e sarà adottato da generazioni di fotografi.
Dopo di lui, il reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane durante la Campagna d’Italia del 1943, segue l’elegante rilettura del mondo della fede affrontato da David Seymour e il fascino che un’Italia minore esercita su Cuchi White, ancora studentessa di fotografia. Poi la visione umanista si stempera nelle luci classiche del racconto di Herbert List o nella destabilizzazione della visione di William Klein che entra da protagonista nel provocatorio racconto di Roma del 1956. Infine Sebastião Salgado che, con la consueta magistrale capacità di rileggere la realtà degli uomini, racconta l’epopea degli ultimi pescatori di tonni in Sicilia.
 Si passa poi alla fascinazione per la fotografia in bianco e nero nella quale la narrazione si allontana dal reportage ma conserva intatta la poesia della visione classica: è il viaggio di Claude Nori che ripercorre le strade dei ricordi sul litorale adriatico alla ricerca di radici familiari ma è anche la visione della capitale di Helmut Newton che in “72 ore a Roma” ricrea una passeggiata notturna nel centro monumentale della città.
Le città d’arte e cultura italiane diventano poi terreno di interpretazione e di sperimentazione dei molti linguaggi che la tecnologia contemporanea offre oggi alla fotografia. Alexey Titarenko racconta una Venezia magica, Abelardo Morell, ad esempio, utilizzando le tecniche del “foro stenopeico”, crea visioni nelle quali interni ed esterni si sommano, Gregory Crewdson riscopre la fotografia in bianco e nero per interpretare Cinecittà, Irene Kung invece ricrea un’atmosfera onirica per ritrarre i monumenti del passato e del presente di Milano.
A introdurre il quarto itinerario, affidato ad autori che utilizzano quello che per consuetudine viene definito “linguaggio documentario”, è Paul Strand, che con Cesare Zavattini ha realizzato una delle più straordinarie opere dedicate alla realtà contadina: Un Paese del 1953. Strand, attraverso ritratti, still life e paesaggi conserva la storia di un piccolo centro emiliano, Luzzara. A cinquant’anni di distanza ma con lo stesso intento Thomas Struth ritrae il centro storico di Milano e Joan Fontcuberta si dedica ai gabinetti delle curiosità dei Musei scientifici di Bologna e di Reggio Emilia.
Il Grand Tour continua toccando anche una fotografia più disturbante, quella dei disagi esistenziali e degli scempi architettonici: Art Kane, che progetta immagini-sandwich che raccontano la scomparsa di Venezia e di Michael Ackerman che racconta invece in una lunga sequenza un doloroso incontro napoletano.
Fanno da contraltare a queste immagini numerosi autori che rileggono il nostro Paese con sguardo positivo: Joel Meyerowitz racconta le luci magiche della Toscana e arricchisce le sue immagini con il contributo poetico di Maggie Barret, Steve McCurry, a Venezia, è affascinato dall’alchimia estetica che si crea tra le persone e l’ambiente e Martin Parr invece, sulla costiera Amalfitana, gioca con l’immagine dei turisti che si dedicano a ritrarre se stessi sullo sfondo di straordinari paesaggi.
Chiude idealmente il percorso espositivo la narrazione autobiografica: Nobuyoshi Araki, anche lui affascinato da Venezia, si fotografa con le maschere del carnevale e racconta in chiave soggettiva i suoi incontri. Sophie Zénon ripercorre la storia della sua famiglia, costretta a emigrare, affiancando i ritratti dei suoi nonni ai loro luoghi di provenienza e infine Elina Brotherus e i suoi autoritratti nel paesaggio che si ricollegano all’inizio dell’itinerario, ossia allo stupefacente e modernissimo autoritratto di Henri Cartier-Bresson.

Henri Cartier-Bresson e gli altri
I grandi fotografi e l’Italia
Fino al 7 febbraio 2016
Palazzo della Ragione, Piazza Mercanti, Milano

mercoledì 17 dicembre 2014

LEISURE_Robert Capa STORIE DI GUERRA


Inaugura domani, giovedì 18 dicembre 2014, presso Photographica FineArt di Lugano la mostra “Storie di guerra”, ensemble di fotografie vintage scattate da André Friedman,  meglio noto come Robert Capa. Attraverso gli occhi di questo grande fotografo vengono raccontate le guerre e le tensioni internazionali che si sono verificate dal 1936 al 1954. Molti degli scatti sulla Guerra Civile Spagnola provengono da un gruppo di negativi ritrovato recentemente e noto con il nome The Mexican Suitcase, una valigetta rinvenuta sul finire del 2007 e misteriosamente recapitata all’International Center of Photography (ICP) di New York contenente 126 rotoli di pellicola appartenenti a Robert Capa, alla sua compagna Gerda Taro e a David “Chim” Seymour, eseguiti tra il 1936 e il 1939. Il fatto che i negativi originali fossero scomparsi alla fine del 1939 e poi riapparsi nl 2007, ha reso le immagini originali particolarmente rare e molte di esse, ai tempi furono duplicate per poter essere pubblicate sulle riviste quali Regards, Ce Soir, Vu e Life.
Oltre alle immagini della Guerra Civile di Spagna, particolarmente efficaci, come quella raffigurante Ernst Hemingway mentre discute a tavola di un’osteria con dei miliziani e un paio di fotografie eseguite da Gerda Taro poco prima di morire nella battaglia di Brunete (1937), ve ne sono diverse relative alla guerra Sino-Giapponese (Hankow 1938) nonché alla Seconda Guerra Mondiale, sul fronte europeo con diversi scatti ripresi in Italia con la 34° Divisione di Fanteria (Salerno e Napoli), in Francia con la IV Armata di Patton fino alla liberazione di Parigi ed in Germania per documentarne la resa. Visitando l’esposizione si passa poi ad alcune immagini scattate in Israele nel 1948 dove Capa documenta l’insediamento dei primi profughi ebrei ad Haifa e la vita nei kibbutz.
Biografia:
Robert Capa/André Friedman (1913 – 1954) inizia la sua carriera come fotografo autodidatta e nel 1931 lavora come assistente per Ullstein e dal 1932 al 1933 per Dephot (Deutscher Photodienst, il servizio tedesco per la fotografia). Nel 1933, si trasferisce a Parigi, dove assume il nome di Robert Capa e svolge l’attività di freelance. Le sue fotografie della guerra civile di Spagna risvegliano grande attenzione: la prima serie contiene già Morte di un repubblicano spagnolo, la sua opera finora più famosa e più discussa. Per tutta la vita rimane fedele al mestiere dell’inviato di guerra: soggiorna in Cina, Italia, Francia, Germania e Israele.
 Il 25 maggio 1954 viene ucciso in Vietnam. La sua morte è la tragica conseguenza del suo principio: “Se le tue fotografie non sono abbastanza belle, non sei abbastanza vicino”. La sua capacità di sintetizzare con una sola immagine i sentimenti e i dolori di un popolo dilaniato dalla guerra civile o dalla rivolta, suscita grande ammirazione. Tutte le sue opere hanno un elemento in comune: testimoniano il fascino che su di lui esercita l’uomo sempre in bilico tra la volontà di vivere e la propensione all’autodistruzione. La grande passione per il suo lavoro ne ha fatto il più famoso inviato di guerra del secolo: Capa ha senza dubbio fatto scuola e costituito un esempio da imitare non soltanto nel campo della fotografia, poiché la sua opera è al tempo stesso un manifesto contro la guerra, l’ingiustizia e l’oppressione.

Robert Capa STORIE DI GUERRA
Dalla guerra Civile Spagnola alla Guerra di Indocina
Lugano, Photographica FineArt
Dal 18/12/2014 al 30/01/2015
martedì – venerdì 09.00-12.30/14.00 – 18.00 sabato su appuntamento 

venerdì 7 novembre 2014

BOOK_Parigi, Magnum


Parigi, Magnum. Il ritratto di una città vista dai fotografi di Magnum, pubblicato da Contrasto e curato da Eric Hazan, editore e scrittore francese, ritrae a tutto tondo la Ville Lumière dal 1932 al 2012: la sua storia, le sue peculiarità, la parte più turistica e quella più intima. I fotografi di Magnum Photos ci accompagnano in un viaggio fatto di volti, sfilate di moda, jazz club e personaggi. E così, lo scatto della guerriglia urbana durante la liberazione si affianca senza stonare al ritratto di Picasso nel suo atelier e ai souvenir che riproducono la Tour Eiffel. Personalità come François Mitterrand, Edith Piaf, Catherine Deneuve, Alberto Giacometti e Christian Dior contribuiscono al racconto di questa città.
Le fotografie compongono il mosaico da cui emerge il profilo di una metropoli dalle mille sfaccettature, affascinante e coinvolgente, un vero e proprio omaggio alla capitale francese.
Frutto di uno straordinario lavoro negli archivi della Magnum Photos, il libro raccoglie 235 immagini – dagli anni ‘30 ad oggi – di 46 fotografi diversi, da Robert Capa a Henri Cartier-Bresson a Martin Parr, da Elliott Erwitt a Alex Webb a Alex Majoli e Paolo Pellegrin. Una dopo l’altra, le immagini formano il racconto, profondo e sorprendente, di una città che è da sempre al cuore dell’immaginario; un immaginario nato e nutrito, in tutto questo tempo, proprio dalle fotografie degli autori di Magnum.
Una passeggiata nei quartieri vecchi del centro, uno sguardo sui tetti grigi, un inventario di vetrine e facciate, bistrot e monumenti. E poi il lungo Senna e i boulevard: queste sono forse le prime immagini che vengono in mente quando si evoca Parigi, una città vista, sognata, immaginata da tanti. Agli autori della Magnum Photos, che più di ogni altro hanno conosciuto ed esplorato la vita di Parigi, il plauso d’essere riusciti a darne nel tempo un’immagine diversa. A disegnarne un ritratto pieno, vario, intenso, lontano da ogni stereotipo.

Parigi, Magnum. Il ritratto di una città vista dai fotografi di Magnum
A cura di Eric Hazan
Contrasto editore


mercoledì 5 novembre 2014

ART & CULTURE_Henri Cartier Bresson in mostra a Roma







Henri Cartier Bresson, una delle firme più significative della fotografia nonché padre fondatore insieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert della celeberrima agenzia Magnum Photos, è protagonista della retrospettiva Henri Cartier-Bresson, realizzata a cura di Clément Chéroux.
La mostra, esposta precedentemente al Centre Pompidou di Parigi, è visitabile fino al 25 gennaio 2015 presso il nuovo spazio espositivo dell’Ara Pacis di Roma.
Promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, l’esposizione viene presentata a dieci anni esatti dalla morte di Henri Cartier-Bresson. E così che, come per incanto, il genio della composizione, la straordinaria intuizione visiva, la capacità di cogliere al volo i momenti più fugaci ma anche i più significativi, rivivono nelle immagini esposte, riportando ai giorni nostri l’estro creativo dell’artista.
Lungo tutta la sua carriera, Henri Cartier-Bresson (1908-2004) è riuscito sempre a unire la poesia alla potenza della testimonianza, percorrendo il mondo e posando lo sguardo sui grandi momenti della storia: dal Surrealismo alla Guerra Fredda, dalla Guerra Civile Spagnola alla seconda Guerra Mondiale e alla decolonizzazione, è stato uno dei grandi testimoni del tempo e del suo scorrere, che ha cristallizzato nella sua essenza, rendendolo eterno.
La sua opera è scandita da tre grandi periodi: il primo, dal 1926 al 1935, nel quale frequenta i surrealisti, compiendo i primi passi nella fotografia e intraprendendo i primi viaggi; il secondo, dal 1936 al 1946, è quello dell’impegno politico, del lavoro per la stampa comunista e dell’esperienza del cinema; il terzo ed ultimo, dal 1947 al 1970, va dalla creazione della prestigiosa agenzia Magnum Photos fino all’abbandono del fotoreportage.
La mostra propone una nuova lettura dell'immenso corpus di immagini lasciate dall’artista, coprendo il suo intero percorso professionale.
Esposte, oltre 500 tra fotografie, disegni, dipinti, film e documenti: in altre parole, una summa esemplificativa delle immagini divenute icona nel tempo nonché di quelle meno note, ma, al contempo, scrigno di un’arte espressiva senza eguali, capace di emozionare e catturare all’istante, scoprendo, rivelando e invitando a un’esplorazione senza fine. 

Henri Cartier-Bresson
Nuovo spazio espositivo Ara Pacis, Roma

Fino al 25 gennaio 2015

martedì 4 novembre 2014

PEOPLE_Steve McCurry








Steve McCurry da oltre trenta anni è una delle voci più iconiche della fotografia contemporanea a cui si devono innumerevoli copertine sulla stampa internazionale, più di una dozzina di libri e una infinita serie di mostre personali che portano
il suo nome nel mondo.
Nato in un sobborgo di Philadelphia, Pensilvania, McCurry studia alla Pennsylvania State University, prima di iniziare a collaborare con un quotidiano locale.
 Lavora diversi anni come freelance, compie il primo dei suoi successivi numerosissimi viaggi in India.
Con poco più che una sacca di vestiti ed una di pellicole, attraversa tutto il subcontinente, ed esplora il paese con la sua macchina fotografica.
Dopo un certo numero di mesi di viaggio decide di sconfinare in Pakistan.
Qui incontra un gruppo di rifugiati Afgani, che lo travestono e lo portano all’interno del loro paese, proprio nel momento in cui l’invasione russa chiudeva il confine
e gli accessi a tutti i giornalisti occidentali.
 McCurry si unisce per settimane ai Mujaideen, ne riemerge, barbuto in abiti tradizionali, usurati dalle condizioni atmosferiche, per portare al mondo le prime immagini del conflitto in Afghanistan, in grado di dare alla questione afgana un volto umano da cui non si potrà prescindere.
Da allora McCurry non ha mai smesso di creare immagini mozzafiato attraverso i sei continenti nei rispettivi innumerevoli paesi.
 Il suo lavoro spazia dai conflitti, alle etnie in via di sparizione, dalle antiche tradizioni alle culture contemporanee, centrando sempre il suo lavoro su quei valori umani che hanno reso tanto potente il ritratto della sua ragazza Afgana.
McCurry ha ricevuto alcuni dei maggiori riconoscimenti mondiali come la Robert Capa Gold Medal, il National Press Photographers Award, nessuno prima di lui aveva vinto quattro World Press Photo. E’ stato insignito del cavalierato delle Arti e delle Lettere in Francia dal presidente della Repubblica francese e, nel 2014, della Medaglia d’oro alla carriera dalla Royal Photographic Society di Londra.

Numerose, infine, le pubblicazioni tra cui si citano The Imperial Way (1985), Monsoon (1988), Portraits (1999), South Southeast (2000), Sanctuary (2002), The Path to Buddha: A Tibetan Pilgrimage (2003), Steve McCurry (2005), Looking East (2006),
In the Shadow of Mountains (2007), The Unguarded Moment (2009), The Iconic Photographs (2011), and Untold: The Stories Behind the Photographs (2013).