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lunedì 20 febbraio 2017

ABOUT_Il pizzo



Pizzo, trina o merletto. Quale che sia l’appellativo utilizzato non cambia molto nell’immaginario collettivo, che lo vuole come una delle lavorazioni tra le più seducenti: intrigante ma raffinata, sensuale ma elegante. Un gioco studiato di rivelato e non svelato, che molto dice ma ancora di più evoca, che scopre sussurrando e copre con garbo e delicatezza. Il pizzo appare come una sorta di continua antitesi tra estremi che si respingono per attrarsi, quasi a suggellare la giusta convivenza di due anime in apparenza distanti e differenti, sulla scia di un’iconica commistione tra sacro e profano che, se ben riuscita, è in grado di dare strabilianti effetti di charme e incanto.
Tecnicamente parlando, le categorie di pizzo sono due: quello eseguito con l’ago (evoluzione del ricamo) e quello al tombolo (figlio della passamaneria). Per tre secoli, i pizzi sono stati eseguiti rigorosamente a mano, assurgendo a concreta manifestazione di una minuziosa abilità sartoriale, progenitrice della couture tout court, come ancora oggi la intendiamo. Solo all’inizio dell’800 compaiono le prime macchine, a Nottingham in Inghilterra, a opera di John Hethcoat e in seguito di Leavers, che battezzerà il pizzo oggi conosciuto come “pizzo di Calais”.
Da un punto di vista storico, il pizzo compare sulla scena del tessile e, di riflesso, del costume, relativamente tardi, nella seconda metà del ‘500. All’inizio due sono i poli di debutto: Venezia - all’epoca crocevia obbligato per ogni tipo di merce – per quanto concerne il pizzo all’ago e le Fiandre per quello al tombolo. Prima di allora, per ottenere l’effetto di trasparenza (nel pizzo dovuta alla struttura leggera con piccoli fori e vuoti) si ricamava un pezzo di lino a festoni, lo si tagliava e si tiravano i fili. Da una simile constatazione e invertendo il procedimento, ecco l’idea geniale: invece di distruggere il tessuto, si creava una griglia su cui ricamare.
Fino al ‘700 il merletto fu utilizzato anche dagli uomini per i jabot e i polsini arricciati che fuoriuscivano dalle giacche. Con i primi dell’800, diventa esclusiva del guardaroba femminile, usato per abiti, giacche, velette, ombrelli, scialli nonché come guarnizione di biancheria e accessori. Da Venezia e dalle Fiandre, conquista il mondo intero: si diffonde subito in Francia poi in Inghilterra, Spagna e Svizzera. In Asia e America del Sud fu probabilmente importato dai missionari. Fra i merletti più famosi ad ago, ci sono quelli di Alençon e Argentan in Normandia, fra i pizzi a tombolo, lo Chantilly, il Valenciennes e il merletto di Burano o pizzo veneziano. L’arte del pizzo a mano è ancora insegnata in molte scuole specializzate, mentre musei di tutto il mondo hanno ricche collezioni di merletti antichi. Uno dei più famosi fabbricanti è Riechers-Marescot a Calais, che lavora per i maggiori couturier del mondo.
Negli anni il pizzo ha contraddistinto le note più glamour della moda per la sua duplice anima grazie alla quale, mentre suggella una provocante sensualità, evoca un’eleganza raffinata, mixando sapientemente le carte in un calibrato gioco di stili e ispirazioni. Elemento di lusso per la couture, declina il suo aspetto sofisticato per merito dell’abilità manuale delle sarte che dedicano ore di lavoro alla più perfetta resa formale della sua essenza. Non meno prezioso sul versante prêt-à-porter, che lo vede trionfare in ogni dove e in ogni come, vuoi elemento preponderante di una creazione – abito, camicia, gonna, ecc. -, vuoi dettaglio lussuoso, volto a elogiare un capo d’abbigliamento piuttosto che un accessorio – bag, jabot, balze, scarpe. Intrigante ma mai volgare, sussurrato e mai gridato, il pizzo mantiene inalterato il suo fascino altero che rimanda ad antiche epoche aristocratiche. Ideale per il giorno se utilizzato nella sua variante più discreta, diviene un alleato insostituibile per la sera con total look capaci di incantare un’intera platea nelle occasioni più mondane. La sua azione nobilitante non si ferma davanti a nulla: dai look più formali arriva ad arricchire quelli più informali, donando in ogni caso quel tocco d’indiscussa preziosità.
Molte maison – da Valentino a Prada, passando per Louis Vuitton - lo utilizzano nelle loro collezioni, proponendolo di volta in volta declinato nelle stagioni e negli outfit. Per alcune – Dolce&Gabbana in testa – è divenuto un must della loro cifra stilistica: la coppia di stilisti made in Italy lo inserisce in ogni sfilata, donandogli ora un’anima dark, ora una imperiale, ora una sexy. Il pizzo è divenuto un elemento cardine della loro moda, un dettaglio di stile che evoca la tradizione della sicilianità più pura tanto cara alla coppia e prezioso bagaglio d’ispirazione per la loro moda. Dal classico tubino all’abito corto dal tocco bon ton, dalla longuette super femminile alla blusa très charmante, dall’inserto di gonne nelle fantasie più varie – animalier o floreali che siano – alle bag e alle scarpe, il pizzo rivela la sua anima versatile, pronta a sposare ogni linea e ogni forma. Per look dall’alto tasso sensuale a tutte le ore del giorno, che non perderono mai di vista l’eleganza più autentica.  

mercoledì 9 novembre 2016

ART & CULTURE_Paolo Venini e la sua fornace

Paolo Venini, Vasi in vetro a murrine “a dame” (a scacchiera), 1953

LE STANZE DEL VETRO rappresenta un progetto culturale nato dall’iniziativa congiunta della Fondazione Giorgio Cini e Pentagram Stiftung, volta alla promozione e alla valorizzazione dell’arte vetraria del Novecento e contemporanea. Ospitato in uno spazio espositivo permanente sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, ogni anno mette in scena mostre monografiche e collettive dedicate ad artisti internazionali che hanno utilizzato il vetro, nell’arco della loro carriera, come strumento originale di espressione e mezzo di ricerca di una propria personale poetica. Obiettivo, dimostrare le innumerevoli potenzialità di questa materia e di riportare il vetro al centro del dibattito della scena artistica internazionale. per quanto concerne questa sessione autunnale, LE STANZE DEL VETRO ospita la mostra “Paolo Venini e la sua fornace”, dedicata a Paolo Venini, imprenditore illuminato e creativo, grande interprete del vetro del secolo scorso, che ha contribuito in modo determinante a mantenere vitale questa materia con la sua appassionata attività nel corso di quarant’anni di storia.  
Esposte, 300 opere che raccontano la sua vis creativa e di alcuni dei vari artisti che negli anni lo hanno affiancato, tra cui Tyra Lundgren, Gio Ponti, Riccardo Licata, 
Ken Scott, Massimo Vignelli e Tobia Scarpa. Curata da Marco Barovier, l’esposizione, aperta al pubblico fino all’8 gennaio 2017, documenta la produzione nata da specifiche scelte di Paolo Venini che hanno portato, ad esempio, a serie come i vetri Diamante in cristallo, nella seconda metà degli anni trenta, che ebbe grande successo soprattutto nel Nord Europa, mercato a cui Paolo Venini guardò sempre con grande attenzione. È però negli anni cinquanta che Venini si dedicò con assiduità alla creazione di nuovi vetri ottenendo un grande successo alla Triennale di Milano e alla Biennale di Venezia, ma anche nelle manifestazioni internazionali a sostegno e per la diffusione del design e dell’artigianato italiano che si tenevano sia in Europa che negli Stati Uniti. Diversi vetri pensati da Paolo Venini nacquero da una raffinata rilettura in chiave innovativa di alcune tecniche tradizionali muranesi come quella dello zanfirico di cui vennero proposte alcune varianti soprattutto tra il 1950 e il 1954, di cui in mostra si possono ammirare molti vasi, tuttora tra i più apprezzati sia da un pubblico di appassionati che dal collezionismo di settore per la loro vivacità e per la straordinaria qualità della loro realizzazione. Dal 1953 vi fu una ripresa della tecnica della murrina che portò progressivamente alla nascita di ricercate tipologie di tessuto vitreo, perlopiù opaco, (“a dame”, “mezzaluna”, “a puntini”) eseguito con suggestivi accostamenti cromatici. Risentendo dell’influsso del design nordico, la produzione si orientò poi verso delicate monocromie associate a velature o incisioni dovute a lavorazioni a freddo che portarono alla cospicua serie dei vetri incisi (1956-57).
A corollario, le ispirazioni creative degli artisti che hanno collaborato con Paolo Venini: da Giò Ponti a Charles Lin Tissot, da Ken Scott a Riccardo Licata, da Tobia Scarpa a Tyra Lundgren, solo per citarne qualcuno.
Un percorso espositivo che ripercorre l’arte del vetro attraverso le firme di uno dei suoi interpreti più autorevoli e trova una validazione nel catalogo “Paolo Venini e la sua fornace”, edito da Skira per LE STANZE DEL VETRO e curato da Marino Barovier e Carla Sonego. Inoltre, anche per questa esposizione dedicata alla storia della fornace muranese, il regista Gian Luigi Calderone ha realizzato un film documentario dal titolo Paolo Venini. L’uomo di notte, che racconta, attraverso testimonianze e aneddoti, la straordinaria attenzione della Venini per i colori dei vetri, non solo per le forme, al punto che, cercando nuovi accorgimenti nella composizione delle “partìe” Paolo Venini rischiò di compromettere la sua vista. Il film viene proiettato in mostra ed è in vendita in dvd nel bookshop de LE STANZE DEL VETRO.

Paolo Venini e la sua fornace
LE STANZE DEL VETRO, Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore
Fino all’8 gennaio 2017

Paolo Venini (1895-1959)
Nasce a Cusano Milanino da una famiglia della borghesia lombarda. Laureatosi in giurisprudenza, dopo la prima guerra mondiale, il giovane avvocato abbandona presto la carriera forense, venendo a contatto col mondo del vetro attraverso il veneziano Giacomo Cappellin, che lo coinvolge nel 1921 nella nascita di una nuova vetreria, la Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini e C. Nonostante il consenso riscosso, tuttavia, nella primavera del 1925 le divergenze tra Cappellin e Venini portano alla conclusione del sodalizio. Il primo giugno 1925 egli fonda una nuova vetreria, la V.S.M. Venini e C., insieme ad altri soci tra i quali lo scultore Napoleone Martinuzzi e l’ingegnere Francesco Zecchin, dai quali si separa nel 1932. Imprenditore colto e interessato sia ai fermenti artistici coevi sia alle esigenze del mercato internazionale nel corso della sua attività, interrotta dalla sua improvvisa scomparsa nel 1959, si avvale, tra l’altro, di collaborazioni eccellenti come quella degli architetti Tomaso Buzzi e Carlo Scarpa, negli anni Trenta e Quaranta, e del designer Fulvio Bianconi, dal dopoguerra e negli anni Cinquanta, accanto ai quali si affiancano diversi altri artisti. Venini, inoltre, si dedica con passione a promuovere l’attività della vetreria, ad esempio, attraverso i suoi numerosi viaggi e la costante partecipazione alle manifestazioni di arte decorativa, in Italia e all’estero.  

lunedì 10 ottobre 2016

PEOPLE_René Caovilla



Cosa succede quando un marchio e un territorio si scoprono indissolubilmente legati tra loro al punto tale da richiamarsi a vicenda nella comune categoria d’appartenenza – quella calzaturiera -, rafforzando la loro inossidabile liaison? È presto detto…divengono una coppia d’assi che non teme eguali e si pone nel firmamento delle supernovae, brillando di luce propria.
I due protagonisti di questo magnifico –quasi fiabesco – sodalizio sono Caovilla e la Riviera del Brenta, alle porte di Venezia: due attori protagonisti della storia e dell’evoluzione dell’attività calzaturiera italiana.
Nata negli anni ’50 come una piccola bottega artigiana, viene trasformata da René Caovilla in una maison de couture tutta dedicata al culto delle souliers più sofisticate, preziose ed eleganti che si possano immaginare. René Caovilla dimostra da subito un’attitudine più da scultore e da gioielliere che da semplice calzolaio. Per lui la cura del dettaglio, l’utilizzo di materiali preziosi, l’abilità manuale e l’eccellenza produttiva divengono i comandamenti sui quali sviluppare un’attività unica nel suo genere, progenitrice di “oggetti d’arte chiamati scarpe” come vengono definiti ben presto a ragion veduta. Un’espressione che diviene il leitmotiv del brand e sintetizza in maniera emblematica lo spirito alla base delle sublimi calzature firmate Caovilla. Calzature che da subito attraggono l’attenzione dei grandi sarti, complice la volontà dell’artista di collocarsi nella fascia alta del mercato, con scarpe da sera, ultra preziose, da red carpet e prime ultra mondane.
Un mondo, quello di Caovilla, che risente ampiamente delle influenze veneziane alle quali rimanda in continuazione vuoi per le forme vuoi per i materiali. Non è strano, quindi, che ammirando le sue calzature rivivano ai giorni nostri atmosfere goldoniane, di gran duchi e nobildonne, costellate di preziosità, sfarzi e opulenze, volti a manifestare un lusso aristocratico, quasi d’antan.
Un’atmosfera che si respira a pieni polmoni anche nelle sue boutique sparse in giro per il mondo nelle città più glamour: arredate come antichi boudoir, impreziosite da drappi, broccati, tendaggi e tappezzerie, creano la giusta ambientazione per presentare con successo le sue collezioni, veri e propri voli pindarici in un universo fantasioso, dominato da un incanto principesco.
Nel 1970 per Caovilla inizia il sodalizio artistico con il couturier Valentino Garavani, per il quale per vent’anni crea collezioni di scarpe siglate Valentino by René Caovilla. Un marchio per veri e propri intenditori, devoti al culto della calzatura così come degli accessori nati dall’incontro tra i due. Seguono altre importanti collaborazioni con il mondo dell’alta moda, come, per esempio, quella con la Maison Dior sotto l’egida di John Galliano, dal 1990 al 1995, che vanta creazioni oniriche e immaginifiche, in bilico tra fiaba e realtà. E via scorrendo…Gianfranco Ferré, Ralph Lauren, Chanel sono gli altri prestigiosi marchi che hanno visto la partecipazione di Caovilla. In particolare, l’esperienza con Karl Lagerfeld, deus ex machina di Chanel, chiude nel 2000 l’era delle partnership con il fashion world: da allora in poi Caovilla si dedica esclusivamente alle calzature gioiello che portano il suo nome, con l’aiuto della moglie Paola Caovilla Buratto, autrice, tra l’altro, di libri sul mondo del lusso e responsabile della comunicazione del marchio.
L’icona assoluta della Maison è rappresentata dallo Snake Sandal, il sandalo serpente: un modello da sera, caratterizzato da un filo tempestato di cristalli che cinge a spirale la caviglia come un bracciale, lo stesso utilizzato come simbolo del marchio.
Ad avvalorare questo spirito esclusivo, le decorazioni floreali in tessuti diversi, le lavorazioni con cristalli Swarovski, le inclusioni di perle di vetro, elaborati e filiformi intrecci in pelle o velluto, pizzi preziosi come quelli di Burano: un utilizzo scrupoloso di materiali unici e pregiati, spesso legati alla storia e alla cultura del territorio, reinterpretati in chiave contemporanea per creazioni al sapor di gioiello. L’emozione nell’indossarle è impareggiabile, per un attimo l’evocazione di tempi andati e luoghi lontani pervade l’atmosfera, imponendosi prepotentemente nell’attuale giungla consumistica, il più delle volte attenta alle tendenze e meno alle istanze associate a un qualsiasi capo o accessorio.
Caovilla non ha mancato d’incantare il mondo delle celebrities. Sono cadute vittime del fascino e dell’eleganza delle sue calzature donne appartenenti a mondi alquanto differenti, come la rockstar Madonna e la principessa Caroline di Monaco, ma anche attrici del calibro di Sharon Stone e Sophia Loren.
I suoi modelli – prodotti in circa 200 paia al giorno nella sede dell’azienda-atelier di Stra – sono caratterizzati dalla scelta di materiali inusuali e molto preziosi (requisititi che concorrono alla realizzazione di creazioni uniche, come i sandali da 90mila euro custoditi in una teca da Harrods a Londra) e dall’impiego di tecniche artigianali, ormai una vera e propria rarità. Sulla scia di queste considerazioni, una distribuzione selettiva e controllata in pochi negozi al mondo (monomarca o shop in shop presso esclusivi mall center), preserva e accresce l’esclusività del marchio. Venezia, Milano, Parigi, Londra, Dubai, Hong Kong, Shangai, Tokyo sono le zone presidiate.
Ça va sans dire, molti i riconoscimenti ricevuti, come quello assegnato dal magazine americano del lusso Robb Report e consistente in un importante premio per la categoria “Best Evening Shoes”.

Una fiaba dal retrogusto di realtà o viceversa che dir si voglia. In ogni caso una storia che sa di eccellenza, storia, cultura e passione. Che ha fatto della moda e dell’arte un’unica cosa, apprezzabile quotidianamente in oggetti unici pronti per essere indossati e viaggiare con la mente in un mondo onirico, con i piedi però ben saldati a terra.

martedì 13 settembre 2016

ART & CULTURE_La donna che legge



Conoscere e intrepretare un personaggio attraverso il suo rapporto con il libro e la lettura. Capirne le istanze, coglierne la personalità, tracciarne le ispirazioni attraverso l’analisi della sua biblioteca. Questo il fil rouge della mostra “CULTURE CHANEL. La donna che legge”, in programma dal 17 settembre 2016 all’8 gennaio 2017 ospitata presso Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia. L’esposizione, a cura di Jean-Louis Froment con la collaborazione di Gabriella Belli, è realizzata con il sostegno di CHANEL. Fin dal suo primo episodio nel 2007, CULTURE CHANEL si definisce come “una collezione di mostre”, in quanto ogni singolo evento fa parte di un progetto unico, ideato ed elaborato da Jean-Louis Froment. Mediante la scelta di un tema di volta in volta diverso, CULTURE CHANEL affronta la storia singolare di Gabrielle Chanel e della Maison CHANEL. Quest’itinerario, che attraversa il XX secolo, e continua ancor oggi a scrivere la storia della modernità, trae gran parte della sua forza dall’essere radicato nella cultura del proprio tempo. I rapporti che Mademoiselle Chanel ha coltivato per tutta la vita con alcuni tra i più grandi creatori della sua epoca sono determinanti. Amicizie, conversazioni, scambi hanno nutrito la sua riflessione e le sue creazioni. Così, ogni nuova mostra illumina da una prospettiva inedita ciò che costituisce le basi di un linguaggio diventato universale. È questo vocabolario formale che ha forgiato lo stile di CHANEL, questa identità singolare, sviluppata e costantemente arricchita attraverso i suoi principi costitutivi. Dopo Mosca nel 2007 (Museo Statale delle Belle Arti Puškin), Shanghai (Museum of Contemporary Art) e Pechino (National Art Museum of China) nel 2011, Canton (Opera House) e Parigi (Palais de Tokyo) nel 2013, Seul (Dongdaemun Design Plaza) nel 2014, è la volta di Venezia. A caratterizzare questo settimo episodio di CULTURE CHANEL, l’universo creativo di Gabrielle Chanel nell’ottica inedita del suo rapporto con il libro e la lettura. Dai classici greci ai poeti moderni, la fornitissima biblioteca di Gabrielle Chanel svela opere che hanno segnato la vita e modellato la personalità di quella che fu una grande lettrice. Nel suo appartamento al 31 di rue Cambon, di fronte agli scaffali di libri si trovano le iscrizioni dei pannelli di lacca di Coromandel, presenza rassicurante degli scritti che la accompagnano e le rivelano ciò che può significare la costruzione della propria opera. Dalla solitudine degli anni trascorsi nell’orfanotrofio di Aubazine, fino alla fine dei suoi giorni, i libri e i loro autori guidano la traiettoria di Gabrielle Chanel, nutrono il suo immaginario, rispondono al suo bisogno di una ricerca mistica dell’invisibile e, soprattutto, le mostrano come iscrivere nel tempo la propria visione del mondo. Questo dialogo attraverso le epoche, che va dall’Antichità fino ai contemporanei, è costellato, in particolare, di riferimenti alle opere di Omero, Platone, Virgilio, Sofocle, Lucrezio, Dante, Montaigne, Cervantes, Madame de Sévigné, Stéphane Mallarmé, ed entra in risonanza con gli autori che lei ha frequentato e apprezzato, come lo stesso Pierre Reverdy, Max Jacob o Jean Cocteau. Questa diversità le permette di trovare nella sua scrittura – quella della moda – una modernità che sfida la propria temporalità e si proietta ben oltre. È a Venezia, uno dei principali luoghi d’ispirazione di Gabrielle Chanel, che il pubblico avrà modo di scoprire per la prima volta la sua biblioteca. Attorno a questo nucleo centrale, la mostra gioca sulle analogie, le corrispondenze visive che mettono in luce da una prospettiva contemporanea la relazione di Chanel con i libri e la scrittura, in particolare quella poetica, che trova degli echi nella concezione della sua creazione. Dediche, archivi, fotografi, quadri e disegni si mescolano con un vestiario di creazioni di moda che svelano, al pari di una biblioteca, il vocabolario estetico di Gabrielle Chanel, il suo gusto per il classicismo e per il barocco, l’amore per la Russia e per gli ori di Venezia. A corollario, saranno esposti per la prima volta oggetti d’arte provenienti dal suo appartamento parigino insieme a gioielli e a profumi. In totale, circa 350 pezzi, da considerare come elementi che delineano il ritratto intimo di una creatrice, mostrata attraverso le sue letture, che ha saputo fare della propria vita una leggenda.

CULTURE CHANEL. La donna che legge
17 settembre 2016 – 8 gennaio 2017

Venezia, Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna

martedì 31 maggio 2016

ART & CULTURE_Vuitton, Frank Gehry e Daniel Buren



La Fondation Louis Vuitton presenta all’ Espace Louis Vuitton Venezia, la mostra “Fondation Louis Vuitton Building in Paris by Frank Gehry. Con l’intervento di Daniel Buren”, che ripercorre  il sogno dell’ architetto di “progettare un magnifico vascello che simboleggi la profonda vocazione culturale della Francia”.
Presentata per la prima volta a Parigi in occasione dell’inaugurazione della Fondation Louis Vuitton, la mostra è stata appositamente riprogettata dal Gehry & Partners Studio per l’Espace Louis Vuitton di Venezia e fa parte del programma di eventi chiamati “Beyond the Walls”, che racconta non solo la sbalorditiva architettura dell’ edificio, ma anche la ricca programmazione artistica della Fondation.
Completa la mostra uno speciale intervento in situ che l’artista francese Daniel Buren ha realizzato sulla vetrata dell’Espace Louis Vuitton, dal titolo “Infranti dai riflessi: i colori”. Quest’opera temporanea fa eco alla spettacolare creazione dell’artista, “Observatory of Light”, presentata questa Primavera alla Fondation Louis Vuitton.
Anche lo Spazio Louis Vuitton Etoile di Roma presenterà un programma dedicato alla Fondation Louis Vuitton, allineandosi con l’Espace Venezia e creando un magico sodalizio Parigi-Venezia-Roma all’insegna della valorizzazione dell’arte e della cultura.

Fondation Louis Vuitton building in Paris by Frank Gehry, con l’intervento di Daniel Buren
Espace Louis Vuitton Venezia, Calle del Ridotto 1353, 30124 Venezia
Da Lunedì a Sabato: 10.00 - 19.30. Domenica: 10.30 - 19.30

Mostra aperta al pubblico

mercoledì 24 febbraio 2016

STYLE_Le borse di Monya Grana Hybla










Monya Grana Hybla, brand di borse luxury dallo stile barocco Made in Sicily che ha come tratto distintivo i mascheroni delle facciate nobiliari, ha presentato ieri a Milano, presso lo showroom milanese di Manuela Caminada, la collezione di borse Primavera Estate 2016.
L’omonima designer, giunta alla sua quarta collezione, fonda sapientemente la passione per la moda all’amore per la sua terra, preservandone la ricchezza in termini storici, artistici e culturali.
È così che la Sicilia, la magica terra dei Viceré del Gattopardo, ha portato Monya Grana Hybla a realizzare qualcosa di veramente unico: delle “ladies bags” il cui simbolo sono gli splendidi mascheroni che decorano i balconi e le facciate dei palazzi nobiliari e che racchiudono in sé tutta la potenza, il fascino, l'eleganza e la ricchezza di un'arte barocca mai dimenticata. Simboli, che rimangono emblema e filo conduttore di tutte le collezioni del brand.
Per la primavera-estate 2016 Monya Grana Hybla presenta due nuovi modelli di borse: la pochette Amy, dal design nuovo, frizzante, dall’effetto glamour sorprendente, in cui il passato incontra il futuro; un’esplosione di colori che giocano e si incrociano fra loro ponendo in risalto le maschere impresse a rilievo su pelle, simbolo inconfondibile del brand. Un modello molto apprezzato, che già si è ritagliato un posto di spicco nei gradimenti delle celebrities, comparendo sui red carpet del Taormina Film Festival e del Festival del Cinema di Venezia.
Altro modello, la luxury bag Grace: una lady bag dal fascino e dall’eleganza sorprendente, ispirata alla bellezza inconfondibile della principessa Grace. Realizzata interamente in pelle, si caratterizza per un incantevole effetto perla, che le dona lucentezza e regalità.


http://www.monyagrana.com/